Shanir Blumenkranz’ Abraxas sulle orme del grande John Zorn a Cerkno (2019)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Location: Cerkno / Gabrijel / Slovenia
Data: venerdì, 18.01.2019


Quel venerdì di gennaio, selvaggio come pochi, a Cerkno è successo uno dei concerti più folli di sempre. John Zorn in persona. Anzi no, ma ci siamo molto vicini. Le sue opere riportate in vita in una versione incredibilmente rielaborata, uscita dalla mente, dalle mani e dalla visione del suo connazionale. Shanir Ezra Blumenkranz e i suoi Abraxas hanno portato a Cerkno, in una fredda giornata di gennaio, la formula vincente di una tempesta musicale assoluta, fatta di avventurismo avanguardista ai limiti dell’avventato, che col suo manifesto sonoro, una “provocazione” trionfale, pazzescamente penetrante e di una acutezza fuori dal comune, ti ha semplicemente steso.

Tutta questa avanguardia e questo sperimentalismo spinto (fino all’estremo) tutti insieme capitano di rado, se mai capitano, ma Cerkno da un bel po’ di anni è la mecca musicale slovena, dove vanno in pellegrinaggio i palati più fini, quelli che nutrono l’anima a caccia di leccornie live a base di “terapia d’urto” totale. E questa volta il passaggio da Gabrijel doveva essere fatto apposta per loro.

A fare da ouverture a questa traversata negli spazi sonori unici di John Zorn, nella regia degli Abraxas di Blumenkranz, nel ruolo di “apripista” ci ha pensato il bassista sloveno Jošt Drašler. Jošt, in un set bello corposo come minutaggio, ha presentato il suo esordio solista “The Balloon Catcher”. Per sfornare un album suonato rigorosamente solo con il contrabbasso servono due cose. Devi essere audace, o meglio coraggioso, e devi essere un musicista molto, molto bravo e rifinito su più livelli, per cui il concetto di limite è totalmente alieno. Jošt non è un nome nuovo sulla scena. È un musicista stimato e ricercato. Così bravo, appunto. Ha messo la firma su collaborazioni di ogni tipo, in ambienti musicali diversissimi, e per questo è agilissimo e abilissimo quando c’è da nuotare tra generi diversi, o in una fusione intergenere (una specie di fondersi insieme). Si sente che Jošt è figlio della scuola di Zlatko Kavčič. Come Zlatko con la sua batteria, Jošt sfrutta tutto il corpo del contrabbasso, ogni singolo centimetro quadrato. Che si tratti dei “piroli” (le chiavi di accordatura) che avvita e svita apposta mentre suona, o dell’archetto che gratta dappertutto e che infila tra le corde (su tutto lo strumento), o che semplicemente picchia e martella sul corpo del contrabbasso dove capitano sinistra e destra in quel momento. Tutto questo è un’appendice sperimentale che allarga il linguaggio espressivo classico delle improvvisazioni jazz sul contrabbasso. Senza questi cosiddetti eccessi attorno al modo classico di suonare lo strumento, il linguaggio di Jošt sarebbe molto meno succoso, l’esibizione decisamente meno dinamica e, ovviamente, anche noiosa sul piano espressivo. E invece tutto, tranne questo! Una cannonata di improvvisazione assolutamente libera, comandata dal momento, dettata dall’ispirazione del minuto, dal modus in cui si trova il genio del musicista, che porta lo show in una maniera del tutto insolita e spontanea, con una bella dose di sorpresa. Un gioco improvvisativo totale, dove Jošt ha ritrovato sé stesso per esprimersi a pieno sangue, senza essere “ingabbiato” in regole del gioco imposte da uno stile o da un genere musicale. Semplice. Quella sera Jošt si è presentato in un ambiente musicale provocatorio tutto suo, che domina benissimo ma che allo stesso tempo scopre e conquista di continuo, se capisci cosa voglio dire. Quando esplori l’inesplorato, il non conquistato, e questa scoperta ti suona come casa. Noi del pubblico abbiamo quindi azzannato fin dall’inizio un bell’osso musicale, lanciatoci con tutta naturalezza dall’ottimo Jošt Drašler.

Quella sera il locale, il Gabrijel, oltre alla solita compagnia di habitué che ormai fanno quasi parte dell’arredamento del bar, era “sostenuto”, per non dire “zavorrato”, anche da un bel numero di buongustai che non vengono ogni volta. Semplice. Perché, in cerca del meglio, sono estremamente esigenti. Ma quella sera nel piccolo spazio del Gabrijel si sono ammassati parecchi “professori” della musica, che seguivano con un piacere incredibile tutto quello che offriva il palco. Per questo la serata è stata ancora più eccezionale. Già dal primo battito d’apertura, che gli Abraxas hanno preso nelle loro vele impetuose, era chiaro che questo show sarebbe stato davvero qualcosa di speciale, di insolito e di unico. Qualcosa che ci avrebbe scioccato dolcemente fino al midollo, scosso e stregato. Portato via! Qualcosa che non si ripete spesso, se mai si ripete. Il quartetto, con due chitarre elettriche, batteria e uno strumento esotico che fa da basso, il gimbri (tre corde di budello di capra, corpo coperto di pelle di cammello), ha eseguito dunque le opere di John Zorn che Blumenkranz ha pubblicato tempo fa nell’album Abraxas: Book of Angels Volume 19 (2012). Un album che, in fondo, è il vero colpevole dell’esistenza stessa di questa formazione.

Un rondò di mix eccezionale, o meglio un mosaico musicale che si lanciava in una fusione avanguardista incredibile tra jazz e melos arabo (le “arabeschi”) e ritmi arabi spinti all’estremo, che in un attimo ti fanno saltare entrambe le gambe. Incursioni di sfuriate rock quasi devastanti, affidate a una Gibson SG più “grassa” e a una Telecaster un filo più “precisa”, insieme a uno spezzettamento strumentale tale che bastava guardare per rimanere senza fiato, vedendo quanto fossero coerenti gli Abraxas nella loro chimica reciproca. Tutta questa attenzione, vigilanza, focus, concentrazione, l’uno sull’altro, è semplicemente fascinosa all’estremo. Tanta complessità e tanto eccesso, che danno l’impressione di spontaneità totale, sono guidati in realtà dalla concisione assoluta dei membri del quartetto. Ed è qualcosa di eccezionale. Shanir nel ruolo di direttore d’orchestra assoluto, gli altri tre sempre con gli occhi puntati su di lui. L’incredibile batterista Kenny Grohowski sembrava un polpo con otto tentacoli mentre tirava fuori miracoli da un set di batteria base. Con una leggerezza di piuma. Texture ritmiche pazzesche, passaggi dall’una all’altra, pause che non ti aspetti, colpi “tra i colpi”, chitarre in un ritmo completamente diverso da quello della batteria,… Tanta follia improvvisativa incastonata in una simbiosi perfetta del corpo musicale della combo Abraxas, che è impossibile descriverla in qualsiasi “perizia” approfondita (leggi: recensione del concerto). Valeva la pena ascoltare il concerto a occhi chiusi. L’amplificazione delle sensazioni che questo gesto regala all’ascoltatore, con tutta la “stranezza” musicale descritta, è stata stavolta particolarmente intensa. A tratti gli Abraxas sembrano un’orchestra demoniaca che abbatte ogni barriera da manuale ed è incredibile quanto spazio sonoro riescano a riempire. Le chitarre di Aram Bajakian ed Eyal Maoz, con tutta la loro grandezza, a tratti potevano tuonare come valanghe, fermarsi a un cenno, mentre in quel frattempo la batteria setacciava lo spazio, e poi arrivava una nuova valanga blasfema di entrambe le chitarre, che parlavano in un ambiente sonoro completamente diverso e si completavano in modo geniale e armonico, riempiendo così lo spazio sonoro disponibile.

Tutti gli strumenti fusi in un unico corpo musicale hanno spinto per gran parte del concerto l’espressività verso una piena “asimmetria musicale”, piena di frammentazione dei motivi, per poi ritrovarsi ogni volta, con una destrezza struggente, sul bordo di questo “caos apparente” e risalire in un “formato tangibile”. Questo navigare sulle tracce dell’opera del grande John Zorn con il tipo di calzatura musicale con cui si cimentano gli Abraxas è ovviamente una sfida a sé e un fascino artistico particolare, a cui un artista con una comprensione musicale così ampia e una tale scorza come quella che porta dentro Shanir Blumenkrantz non può proprio resistere. Questa sfida è una calamita per l’egotrip dell’artista, una specie di droga da cui non si torna indietro. Dal semplice desiderio di un modesto esperimento è nato così un quartetto incredibile, che con il suo arrivo al Gabrijel ha lasciato a bocca aperta e stregato letteralmente tutti. Non solo per l’eccezionale complessità, l’affiatamento e le mosse geniali con cui allargano le opere di Zorn, portandole a una dimensione del tutto nuova, ma semplicemente anche per la stessa “teatrale” sregolatezza e per l’assoluta stranezza generate dall’audacia senza confini di uno spirito artistico creativo, in un’espressione musicale libera e libertaria.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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