Bang Your Head!!! 2018 (secondo giorno) – Tuoni, inferno, caos e distruzione secondo la ricetta Accept!
luogo: Balingen / Messegelände / Germania
data: 13.07.2018
Il secondo giorno del grande Bang Your Head!!! è arrivato. Stavolta il ruolo di headliner è toccato ai leggendari Accept, che per il ventesimo compleanno del festival hanno preparato uno show in esclusiva promettendo scintille. In cartellone c’erano anche altre prelibatezze niente male, tra cui i veterani americani del Colorado Jag Panzer, i sempre più caldi revivalisti speed/thrash canadesi Striker, i «Gotthard leggermente rinfrescati» targati CoreLeoni, i leggendari Overkill e il diavolo in persona alla chitarra, cioè Jeff Waters con i suoi Annihilator. Insomma, ci aspettava un’altra giornata di festival divertentissima.
Quel giorno il festival ha cominciato a menare con un’ora di scarto. Alle undici e mezza a rompere la quiete ci hanno pensato i revivalisti metal tedeschi Alpha Tiger, che su questo festival ormai non sono più una novità e che hanno già suonato anche al Metaldays di Tolmino. Quasi irriconoscibili a vederli: i capelli hanno perso un po’ di lunghezza perché le forbici hanno fatto visita, e in più i ragazzi hanno buttato via del tutto le strisce giallo-nere dal loro outfit, mossa furba, visto che è un trucco già sfruttato troppe volte sulla scena. Basta pensare agli Stryper. Benjamin Jaino è il nuovo cantante, arrivato prima dell’uscita dell’attuale «Alha Tiger» al posto del predecessore Stephan Dietrich. Il nuovo album è un’opera in grande stile, distribuita su ben due dischi. La band l’ha presentato con convinzione dimostrando che l’esperienza sui palchi grossi non le manca. Un bell’antipasto per il secondo giorno.
Molta più polvere l’hanno alzata subito dopo i canadesi Striker. Da un po’ sono diventati un quintetto e hanno letteralmente «ammazzato» il pubblico con il loro approccio velenoso e inferocito, senza un attimo di quiete sul palco. Tutti e cinque erano sempre sul pezzo e picchiavano con grande veemenza. L’ottima prova del cantante Dean Cleary e la vitalità straordinaria dei due chitarristi, soprattutto del solista Chris Segger, che ammaliavano con assoli da leccarsi i baffi, hanno sparato una raffica di riff thrash/speed contagiosissimi e ben affilati. La band, in un teatro eccellente pieno di azione sfrenata e indomabile, ha tenuto il pubblico stretto a sé e in meno di un’ora ha infilato una serie di pezzi con un repertorio ben bilanciato su tutti e cinque gli album. Gli Striker non si sono dimenticati di suonare in anteprima anche la nuovissima Heart of Lies. Scaletta: Former Glorym, Born to Lose, Pass Me By, Lethal Force, Crossroads, Too Late, Out for Blood, Heart of Lies, Full Speed or No Speed, Phoenix Lights e Fight for Your Life.
I Monument hanno portato sul palco le sensazioni di una ricreazione N.W.O.B.H.M., in particolare nel nome degli Iron Maiden. Alla voce c’è Peter Ellis dei White Wizard. Uno strillone che ha studiato a menadito tutti i trucchi di scena e lo stile di Bruce Dickinson, e proprio quello dei tempi migliori di Dickinson, cioè gli anni Ottanta. Non è tutto. I Monument scrivono riff che a tratti sono fin troppo velenosamente simili a quelli dell’età d’oro degli Iron Maiden e così ficcano pericolosamente le dita nel diritto d’autore dei leggendari veterani del metal. Spandex, scarpe high-top e lo stesso carattere della messinscena riportano di nuovo puro revival dei giorni della scuola heavy metal classica. La band è superiormente affiatata e, naturalmente, contagiosissima come si dice, proprio grazie alle sortite d’assalto in cui si intreccia una marea di armonie in terze. Lo scorso maggio la band ha pubblicato il suo quarto album in studio intitolato «Hellhound», da cui ha proposto, oltre alla title track (d’apertura), anche: Attila, The Chalice e Wheels of Steel (che fantasia rigogliosa), aggiungendo i più vecchi Carry On e Fatal Attack (album «Renegades») e, da «Hair of the Dog», Olympus e Imhotep (the Higher Priest) – dove l’innesto di scale arabe tirava di nuovo verso qualcosa che poteva essere sfuggito dall’album dei Maiden «Powerslave» – chiudendo il set con Lionheart. I fan degli Iron Maiden erano entusiasti. Corretti, ma come detto. Troppo simili agli originali e ai modelli.
Quarta e ultima band revival della giornata: i Night Demon. Siccome l’organizzatore ha invitato gli Accept al festival, nel pacchetto si è ritrovato anche i Night Demon. Questi ultimi infatti erano in giro con gli Accept nel lungo tour europeo di questo inverno. I Night Demon sono un trio. Come da copione metà del repertorio è venuta dall’attuale album «The Darkness Remains», da cui i Night Demon hanno suonato cinque pezzi: Black Widow, Dawn Rider, Life on the Run, Stranger in the Room e Welcome to the Night. La band ha sorpreso non poco inserendo una cover dei The Scorpions, il pezzo In Tranzit. Soprattutto ha buttato benzina sul fuoco la parte centrale dello show, quando il cantante e bassista dall’aspetto un po’ grottesco Jarvis Leatherby e il chitarrista Armand John Anthony si sono piazzati proprio sul bordo estremo del palco. Jarvis ci ha piantato anche l’asta del microfono. Così i Night Demon hanno intensificato di parecchio una bella fetta del concerto e hanno capitalizzato con grande successo quell’energia infernale che caratterizza la loro figura heavy metal cruda e spogliata, con un solido appoggio al pionierismo di gente come i Thin Lizzy. Il pubblico tedesco conosce benissimo il gruppo e la chimica con la band era perfetta. La band ha suonato ovviamente anche The Chalice, con la mascotte del gruppo (la morte con un calice in mano) che è comparsa sul palco, e ha fatto crescere lo show con Black Widow fino alla conclusiva Night Demon, che ha chiuso in modo più che «elegante» un’esibizione irruenta, solidissima, sicura e compatta del trio.
Particolarmente attraente per gli amanti dei giorni classici del metal è stato l’arrivo dei Jag Panzer al festival. Non perché siano chissà quanto speciali musicalmente. Semplicemente è difficile beccarli su un palco. In Europa si fanno vedere solo ogni tanto. In più negli ultimi anni li affligge una leggera instabilità di formazione, oltre a pause occasionali. Ma l’ultimo album «The Deviant Chord» è di nuovo eccellente e giustifica in pieno la lunga carriera di questa ottima formazione metal classica, che sorprendentemente non ha suonato in scaletta nemmeno un pezzo dal suo album di culto «Thane to the Throne», e neppure dal successore «Mechanized Warfare». Non si sono dimenticati però dell’album «Casting Stones», quando più o meno a metà è risuonata Achllles. Comunque, grande esibizione. La band ha infatti caricato la scaletta con pezzi dell’esordio di culto «Ample Destruction» (1984), suonando: Harder Than Steel, Generally Hostile e Warfare. Benzina sul fuoco l’hanno buttata due pezzi immancabili dell’indimenticabile «The Age Of Mastery» (1999), cioè Chain Of Command poco dopo l’inizio e, piazzata a metà, l’epica e bombastica Iron Eagle. Da non trascurare nemmeno l’inserimento della Black di culto dall’album «The Fourth Judgement». La formazione? Immancabile il capo e leader del gruppo, nonché chitarrista e principale compositore Mark Briody! Con lui resiste il suo vecchio compagno di merende al basso John Tetley. Poi naturalmente Harry Conklin alla voce, che ultimamente ha perso una bella quota di massa corporea, si è lasciato crescere i capelli ed è visibilmente ingrigito. Non è più nemmeno circondato da una marea di catene giganti e altri accessori «tintinnanti» che una volta gli penzolavano addosso. Semplice. In maglietta sbiadita a maniche corte e jeans. Conklin, quasi irriconoscibile, non ha però perso la potenza vocale e lo straordinario range per cui è sempre stato famoso, e con lui anche gli album del gruppo. Il quintetto è completato dal batterista Rikard Stjernquist e dal chitarrista dalle doti virtuosistiche eccezionali Joey Taffola. Lo stesso, in carriera, ha dato una mano a Graham Bonnet e anche agli Hardline, e ultimamente è a disposizione dei veterani metal americani Leatherwolf. Briody ha sempre fatto in modo di avere in squadra solisti tremendi. Prima di Taffola c’era per esempio Chris Chirs Broderick. Un concerto carico di nostalgia che ha entusiasmato. I Jag Panzer non hanno perso dinamite, fascino e spavalderia.
È ora di una rinfrescata all’eredità dei campioni svizzeri dell’hard rock Gotthard. Ci ha pensato la nuova band del capo dei Gotthard e chitarrista Leo Leoni. «Semplicemente» chiamata CoreLeoni. Così infatti si scriverebbe Leoni se fosse il capo della mafia nel film «Il padrino». Perché Leoni abbia fatto questa mossa lo dirà il tempo, visto che in linea di principio non ne aveva bisogno, a meno che non si annoiasse e che agli altri compagni dei Gotthard non andasse di suonare per almeno i prossimi due anni. Se arruoli un cantante così eccellente della nuova generazione come Ronnie Romero, che con una leggerezza disarmante fa rivivere la gamma vocale del compianto Steve Lee, senza dimenticare che questo simpatico e incredibilmente carismatico cileno ha cantato nei Rainbow di Blackmore, è un motivo più che giustificato. Romero ammazza con la sua potenza, autorevolezza ed esplosività. Per la batteria Leoni si è rivolto al compagno dei Gotthard Hena Habegger e ha «riattivato» due musicisti apparentemente «in pensione». Il primo è il chiomato e riccioluto Igor Gianola, che ha suonato a lungo per gli U.D.O. e così si è esibito, un po’ come Leoni con i Gotthard nel 2005, una volta perfino a Lubiana. Se la memoria non mi inganna era il 24.05.2004. L’altro, nome del tutto sconosciuto, è il bassista Mila Merker. Sicuramente un compagno di lunga data di Leoni, che scavando sul basso ha ripagato in pieno la fiducia di Leoni. L’esibizione della formazione è stata pura fantasia e una delle migliori di questa giornata di festival. Accanto all’unico pezzo originale che i CoreLeoni avevano scritto fino a quel giorno, cioè Walk On Water, che è un «pezzo dei Gotthard scolpito», i CoreLeoni hanno snocciolato con veemente scioltezza un classico dei Gotthard dopo l’altro, compresa l’apertura Higher, e poi Stanidng in the Light, Downtown, Fist in Your Face, Firedance, In The Name, Tell No Lies, Make My Day, e nella parte finale hanno buttato benzina sul fuoco con un crescendo in forma del tris consecutivo Mountain Mama, She Goes Down e dell’ultracontagiosa schegga hard rock Here Comes The Heat. Mentre Romero è, come detto, un cantante semplicemente fantastico, Leoni sul palco sembra un bambino che ha ricevuto in mano un giocattolo nuovo. Era pieno di verve. Emanava passione e ardore straordinari. E così è stato l’intero show. La domanda è: dove si diverte di più oggi Leoni? Con i CoreLeoni o con i Gotthard? Lo dirà il tempo. Questa esibizione ha però portato alcuni classici dei Gotthard che loro da tempo non eseguono più dal vivo. Quasi blasfemo è il pensiero che Romero sia molto più carismatico dell’attuale cantante dei Gotthard Mic Maedder. Ma per queste parole Leoni potrebbe linciarmi. Insomma, una bomba di concerto e speriamo che al debutto «The Greatest Hits Vol. 1» segua presto una seconda parte e ancora più concerti del gruppo. A proposito, qualcuno di voi sa di una data qui vicino alla Slovenia?
Durante il concerto dei CoreLeoni ha cominciato a tuonare nella sala accanto, la Volksbankmesse. Lì infatti hanno iniziato a evocare dal sottosuolo il diavolo in persona i veterani olandesi del death metal condito con spinte black God Dethroned, ovvero ciò che è rimasto di questa carismatica formazione. Dei membri originali oggi c’è solo il cantante e chitarrista Henri Sattler. Gli altri tre sono in pratica dei pivelli rispetto a lui, il che vale anche per il batterista Michael Van Der Plichat, che ha un po’ più di anzianità. Il chitarrista Mike Ferguson è in squadra dal 2015, il bassista Jeroen Pomper da un anno dopo. In quell’anno Sattler ha riattivato di nuovo il gruppo. Un gruppo scosso lungo la carriera da continui cambi di formazione e periodi di stasi, che l’anno scorso è finalmente riuscito a sfornare un nuovo album in studio intitolato «The World Ablaze» (2017). Così si è aperto anche il concerto. Con la title track del nuovo album. Il pubblico che, invece degli hard rocker dei CoreLeoni, si godeva l’oscurantismo del metal estremo, ha poi potuto divertirsi, perché la band è saltata al classico «Ravenous» con il pezzo Villa Vampiria. Più a fondo nella storia non sono andati. Col repertorio sono rimasti esclusivamente sui lavori post-millennio e, accanto a due nuovi, Escape Across the ice (the White Army) e Annihilation Crusade, hanno snocciolato Nihilism, No Man’s Land, Poison Fog e, nella parte conclusiva, Boiling Blood e Storm of Steel. Il carisma è rimasto, e anche la voce di Henri. Sinistra e agghiacciante. I God Dethroned mantengono la loro sovranità e il nuovo album conferma maturità creativa e freschezza. Si sono fatti desiderare a lungo, ma poi hanno ripagato i fan dell’attesa.
Mentre il concerto dei God Dethroned scivolava verso il finale, sul palco principale del festival è salito l’unico e solo. Abbath naturalmente. Ai visitatori dell’edizione dello scorso anno del Metaldays di Tolmino, Abbath è rimasto particolarmente nel cuore. Dopo di lui infatti ora si chiama anche l’argine dell’Isonzo sopra il sito del festival di Tolmino, la «salita di Abbath», dove l’onnipotente montanaro norvegese di Bergen, dopo aver stretto la mano ai fan durante la sua esibizione, ha preso la rincorsa in modo teatrale, a passo impetuoso ha pestato una tana di talpa e, senza volerlo, è precipitato. Beh, una roba del genere al Bang Your Head!!! non l’abbiamo vista. Abbath si è goduto Balingen per qualche giorno, perché qui aveva già suonato due giorni prima con i suoi Bombers. Allora rifaceva i Motörhead, ora doveva rifare gli Immortal, e in vera tenuta da Immortal! Abbath è un burlone e sembra uno dei Manowar travestito da blackster. Questo carisma e una certa grottesca parodia di cui si è imbevuto negli ultimi anni fanno volentieri salire i suoi concerti. Smorfie specifiche, contorsioni, corpse painting riconoscibile a un miglio.. La lingua sempre fuori quando possibile, gli occhi sgranati non da meno. Gli Abbath hanno aperto con tre pezzi dal debutto in studio Abbath, cioè To War!, Winterbane e Ashes of the Damned, poi hanno condito quasi tutto il repertorio solo con la rivisitazione dell’eredità degli Immortal. Sono seguite infatti Warriors, In My Kingdom Cold, Tyrants, Nebular Ravens Winter, The Rise of Darkness e One by One. Probabilmente il pubblico l’avrebbe linciato se fosse stato altrimenti. Il concerto è stato chiuso dal pezzo degli Abbath Count the Dead. Del tutto corretto e sicuro. Vista la serie di aneddoti, oggi andare a un concerto di Abbath è in realtà un’occasione per farsi una risata prima che per rizzarti i peli col suo «blackmetallismo».
Abbath era appena arrivato più o meno a metà concerto quando nella sala Volskbankmesse sono saliti sul palco i power metaller tedeschi Mob Rules. Una band longeva, attiva dal 1994, di cui dei membri originali è rimasto in formazione solo il cantante Klaus Dirks, ha tenuto al Bang Your Head!!! uno dei pochi show estivi. Un mese prima dell’uscita del nuovo album in studio «Beast Reborn». La band flirta a più non posso con pomposità e magniloquenza, e tali sono naturalmente anche i ritornelli, dove non è difficile unirsi cantando. Klaus ha indossato un po’ di «paccottiglia» barocca, con cui ha intensificato un po’ il teatro stesso, mentre la band suona benissimo. Il gruppo ha chiuso con il pezzo Hollowed Be Thy Name dall’omonimo album in studio uscito nel lontano 2002, e nel repertorio hanno trovato posto tra l’altro anche: Children’s Crusade, la nuovissima Ghost Of A Chance presentata in anteprima e Children of the Flames.
Le esibizioni degli Overkill sono sempre una specie di attrazione. Semplicemente. I loro concerti sono così bravi. Gli Overkill portano ancora sui palchi una vera ventata di tempesta, un vero tornado thrash metal. Mantengono veemenza, indomabilità e sfrenatezza sul palco. Di nuovo a prendere il comando è stato l’unico Bobby Blitz, che mentre mostrava il medio non ha dimenticato di sputare su tutto il palco. Non è nemmeno l’essenziale, è un fatto, e parte dell’obbligatorio folklore Overkill. Il cantante pazzo resta pazzo anche a cinquant’anni suonati. Urla e ruggisce con potenza intatta e, con le sue buffonate e monellerie, aggiunge la dose giusta, se non perfetta, di divertimento. La gente si scatenava ed era meglio guardare il concerto da una distanza di sicurezza. La Germania è la seconda casa del gruppo. Il quintetto si sentiva benissimo e ha davvero consegnato un altro show di altissimo livello, dimostrando di non conoscere ruggine. Gli Overkill non scenderanno dall’acceleratore così facilmente. Mostrano straordinario impegno e zelo. L’attenzione se la prendono ovviamente Bobby e l’altro membro originale della squadra, cioè il suo «vampirologo» e bassista D.D. Verni. Molto spazio per le smorfie sul palco durante il concerto ha anche il chitarrista ritmico Derek Thaier, mentre l’eccellente solista Dave Linsk, nella formazione, mantiene la maggior serietà e i piedi per terra. La band ha tagliato pezzo dopo pezzo, mostrando un affiatamento straordinario, una compattezza incredibile e una chimica operosa in cui gli Overkill sembrano in trance. L’apertura con la nuova Mean, Green Killing Machine da «The Grinding Wheel», a cui a metà si è unita Goddamn Trouble, tra i pezzi più recenti hanno fatto compagnia anche Electric Rattlesnake («The Electric Age», 2012) e Ironbound («Ironbound», 2010), per il resto sempre gli Ottanta d’oro e una passeggiata tra i pezzi: Rotten to the Core, There’s No Tomorrow (entrambe dal debutto «Feel the Fire»), poi Coma, Infectious (entrambe «Horrorscope»), Elimination («Years of Decay»), In Union We Stand («Taking Over») e Hello From the Gutter («Under the Influence»). La band ha chiuso come previsto. Con Fuck You!!! (orig Subhumans), in cui ha inserito la cover dei Dead Boys Sonic Reducer, ricordando così le sue radici punkrock. Gli Overkill restano, a dirla con modestia, devastanti!
Chi tutto questo non lo trovava troppo di suo gusto poteva intanto fiondarsi nella sala dove suonavano i revivalisti glam metal svedesi Crazy Lixx. La sala era strapiena e la band ha perfino servito inserti pirotecnici. Danny Rexon nei nuovi tempi si è rasato metà della calotta cranica e durante il concerto si è calato teatralmente addosso una maschera da carcerato. Naturalmente in sintonia col «venerdì 13». Nuovo pezzo XIII dunque e nuovo album «Ruff Justice», più rappresentato nella scaletta. Da esso hanno suonato anche Killer, Walk the Wire e Wild Child. Ma il primo posto se l’è portato via il materiale dall’album «New Religion», con Blame It on Love, Children of the Cross, Lock Up Your Daughter, Rock and a Hard Place, per chiudere il concerto con 21 Til I Die. I Crazy Lixx sono una band glam metal revival, ma sanno anche ribollire in modo punkeggiante e «strappato», il che svela l’ispirazione da Mötley Crüe, Guns N’ Roses, Skid Row, e beh, anche dai Kiss. La band sul palco è perfetta. Non sbaglia una nota. Zero errori. Ma sono diventati incredibilmente popolari. Beh, almeno in Germania. Nella sala durante il concerto infatti si riusciva a malapena a camminare. Di sicuro c’erano dentro almeno 2000 teste. La band ha suonato anche: Hell Raising Woman («Crazy Lixx»), i pezzi Riot Avenue e Whiskey Tango Foxtrot (entrambi dall’album «Riot Avenue») e, poco dopo l’inizio del concerto, ha aggiunto anche Girls Of the Eighties. Gli Ottanta nel revivalismo del perfezionismo svedese difficilmente potrebbero funzionare meglio. E anche questo l’ha confermato il palco. Show eccellente, festa eccellente!
E ora i grandi Accept. Gli Accept suonano sempre. E registrano quasi altrettanto. L’anno scorso è uscito di nuovo un album in studio. Stavolta l’hanno intitolato «The Rise of Chaos». Nel ruolo di headliner del secondo giorno hanno sfruttato il palco al massimo. Ci brillava una scenografia «The Rise Of Chaos», sul modello della copertina dell’album. Apocalisse! La band ha dunque preparato per l’edizione di quest’anno del festival un concerto esclusivo, un po’ più lungo delle solite scalette dei loro show ai festival estivi. Perfino al banchetto del merchandising ufficiale potevi comprare la maglietta ufficiale del gruppo, che costava appena 15,00€. Accanto c’era scritto: «Prezzo speciale, solo per il ventesimo anniversario del festival BYH!!!» Ma dovevi stare attento. Sul retro erano infatti stampate le date del tour autunno-inverno 2017/2018. Se a quel tour avevi beccato uno dei concerti degli Accept, la maglietta, per quanto pacchiana, valeva sicuramente l’acquisto. Gli Accept sono una macchina rodatissima, che si presenta non solo con la routine, ma con un professionalismo affilato, in cui sono intrecciati il senso del perfezionismo e l’innata brama tedesca di impeccabilità, se non di intransigenza. Le leggende vanno avanti e sul palco non sembra che gli anni li abbiano scalfiti. Gli Accept erano incredibilmente pimpanti e birichini. Hanno mostrato molta meno routine apparente di quanto sia successo una settimana dopo al Metaldays di Tolmino. E che qualcuno osi contestare la regola d’oro per cui le band tedesche si guardano soprattutto in Germania! Wolf Hofmann, che per il suo ego pretende sempre il massimo spazio e fasci di riflettori, già alla terza canzone (e prima sorpresa della scaletta) Starlight, ha fatto avvicinare Uwe Lulis. Insieme sono avanzati fino al bordo della passerella. Del resto Lulis aveva il permesso di spostarsi più volte sul lato sinistro verso Hoffmann, dove, spalla a spalla, cavalcavano i classici riff degli Accept. Nessuna sbavatura. Anche il sicuro Tornillo non nascondeva grande routine ed esperienza. Le tonalità più alte le ha aggirate con abilità e in alcuni punti, furbescamente, le ha adattate e semplificate, il resto l’ha fatto al posto suo il pubblico, che cantava i ritornelli come in trance. Non assisteremo mai più alla nascita della magia che sarebbe possibile solo con Dirkschneider alla voce, ma questa è un’altra storia. Tornillo è un cantante piuttosto diverso. Diverso il giusto e ancora abbastanza simile. La sua voce si sposa benissimo con le caratteristiche fondamentali della musica degli Accept. Vecchia e nuova.
Gli Accept hanno fatto felici i fan di lunga data con una scaletta davvero ottima. Così, da «Restless And Wild», oltre ai soliti Fast As A Shark e Princesss Of the Dawn, stavolta c’erano anche Ahead Of the Pack e Demon’s Night (con cui hanno chiuso la parte regolare), mentre curiosamente la title track di questo album di culto è saltata dal repertorio (quella, per esempio, l’hanno suonata più tardi a Tolmino). Sulla scaletta hanno trovato posto in esclusiva anche due classici di «Objection Overruled», cioè la title track e Slaves To Metal. E poi T.V. War da «Russian Roulette»! Nel resto, naturalmente, standard di ferro, in testa i pezzi di «Metal Heart» Up to the Limit e Metal Heart, la celebre «Balls to the Wall», poi la già citata Starlight e la conclusiva rock’n’roll incendiaria Burning (entrambe «Breaker»), poi I’m A Rebel («I’m A Rebel»). L’album attuale «The Rise Of Chaos» era rappresentato da Die By The Sword (apertura del concerto), dalla divertentissima Koolaid, poi da No Regrets e, per tutti quelli che ancora non volete gli «smart» phone, da Analog Man. I momenti migliori dell’album «Blood of the Nations», Pandemic e soprattutto Teuthonic Terror, sono evidentemente diventati anche loro parte del repertorio di ferro obbligatorio del gruppo.
Una parte del concerto ce la siamo dovuta saltare perché «sfortunatamente» si sovrapponeva a quello dei canadesi Annihilator, annunciati nella sala accanto. Gli Annihilator negli ultimi anni funzionano di nuovo come quartetto .Alla voce è tornato a prendersi tutto sulle spalle l’unico Jeff Waters, l’uomo che alla fine degli anni Ottanta ha folgorato col suo genio, quando il gruppo pubblicò l’indimenticabile debutto in studio «Alice In Hell». Jeff già dall’inizio traboccava di buonumore. Nel suo stile, ovvero nella sua tipica danza «diabolica», spesso saltellando su una gamba, non ha smesso di «zigzagare» per il palco. Ora a destra, ora a sinistra, poi di nuovo al microfono e al centro! Gli anni non lo toccano. Sembra un monello. E un monello «carico» con una cresta corta. Per il resto Jeff dovrebbe assolutamente avere in squadra un altro membro, un tizio che si limiti a cantare, urlare e ululare. Non fa il verso solo a Randy Rampage, ma anche a Joe Comeau. Jeff non è un cantante, ma è abbastanza testardo e convinto di sé da ritenersi vocalmente abbastanza bravo e da poter fare il cantante principale. Va bene. Sia pure. Apertura dunque con il nuovo pezzo dell’attuale «For the Demented» intitolato One for the Kill, poi con la title track dell’album «King of the Kill» (da questo album la band ha poi suonato anche Fiasco). Sorprendentemente la band ha infilato in scaletta, da «Feast», il pezzo No Way Out, per cui è venuto a suonare la batteria apposta per l’occasione l’ex batterista degli Annihilator Randy Black. Quella sera Black ha definito gli ultimi dettagli con il futuro datore di lavoro Schmier, riguardo al suo ingresso nei Destruction. Schmier quella sera l’abbiamo naturalmente incontrato di nuovo nell’area del festival. È un frequentatore fisso. C’era poi il classico del tutto atteso Set the World On Fire e, come sempre, aspettavamo con impazienza i pezzi dei primi due album. Soprattutto del primo. Allison Hell è uno standard che fa sempre rizzare i peli, a cui facevano compagnia dal debutto W.T.Y.D. (Welcome to Your Death) e la schegga conclusiva Human Insecticide. Il secondo album «Never Neverland» era come al solito rappresentato dalla fantasmagorica Phantasmagoria. La parte finale nell’ordine Phantasmagoria, Allison Hell e Huamn Insecticide ha portato il concerto al crescendo finale. Interessante che, nonostante la sovrapposizione con gli Accept, gli Annihilator non abbiano avuto una sala vuota. Anzi. Lì dentro ribolliva. Era il riflesso del fatto che i tedeschi negli ultimi anni hanno visto gli Accept un sacco di volte, il che non vale sempre e ovunque per gli Annihilator. E c’era da vedere e da sentire. Nonostante i borbottii per i limiti vocali di Jeff, lo circonda un’eccellente compagnia di tre musicisti, cioè Aaron Homma (chitarra), Rich Hinks (basso) e Fabio Alessandrini (batteria). È interessante che Homma, a prima vista, d’aspetto ricordi al volo il giovane Waters (dell’era iniziale degli Annihilator). Waters resta un unicum assoluto. Quando lo guardi con quanta leggerezza fa tutto sul palco e quale complessità tecnica e raffinatezza avvolge di continuo le sue acrobazie soliste, ti si mozza il fiato. L’indomito chitarrista si è di nuovo inzuppato completamente di sudore. È vero che la maggior parte della gente in quel momento guardava gli Accept, che tuonavano in modo spettacolare sul palco principale, ma non c’è un secondo di cui ti saresti pentito tra quelli passati con gli Annihilator nella sala Volksbankmesse. Prestazione eccezionale.
Accept e Annihilator hanno chiuso i loro show nello stesso momento. Alle 23.00. Mezz’ora dopo era annunciato un altro concerto. Nella sala. Dei Primal Fear di Stoccarda. Difensori dell’onore e della gloria del power metal tedesco, rappresentato da un quintetto di individui espertissimi e bravissimi . Anche se i Primal Fear avevano a disposizione un’ora e mezza, hanno suonato parecchio meno. Dopo un’ora e dieci hanno salutato. La Volksbankmesse era strapiena e la band, come previsto, ha lasciato un po’ di iniziativa ai pezzi dell’album «Rulebreaker» (Angels Of Mercy, The End Is Near, In Metal We Trust). Nei Primal Fear (ancora) urla con tutta la veemenza l’eccellente Ralf Scheepers, che quella sera era in forma decisamente migliore di due anni fa, quando vedemmo la band a Vienna. Di nuovo ha demolito tutto quello che aveva davanti e ha folgorato col suo carisma vocale e un range insospettato. Il duo di chitarre Tom Naumann e Alex Beyrodt resta brillante, se non superlativo, mentre la sezione ritmica, con a capo il capo Mat Sinner, che ha di nuovo grattato con zelo e fatto tintinnare il basso, e Francesco Jovino dietro i tamburi, dà una sensazione di impenetrabilità. Con una scelta piuttosto prevedibile, in cui tra i classici sono risuonate di nuovo Nuclear Fire («Nuclear Fire»), Metal is Forever («Devil’s Ground»), Final Embrace (apertura del concerto, album «Jaws Of Death») e i furiosi schiaffoni power metal presi dal debutto «Primal Fear» (1998), Chainbreaker e Running in the Dust, i Primal Fear si sono giocati con una certa comodità un poker d’assi vincente, mandando in aria non solo la folla ma facendo saltare perfino il tetto della sala. In realtà la band non poteva commettere nessuna stecca o colpo a vuoto degno di nota. L’uscita ad agosto del nuovo album è stata annunciata dall’eccellente Hounds of Justice («Apocalypse», 2018). Poi un salto su «Seven Seals» con Rollercoaster, mentre tra le più recenti è risuonata anche When Death Comes Knocking («Delivering the Black»).
La band aveva dunque più tempo per suonare, ma a Sinner e soci bisognava mettere in tasca qualche euro in più per far prolungare alla band la compagnia con un pubblico felicissimo e infiammato. I Primal Fear hanno collaudatamente scavato, strappato, demolito e imperversato. Restano una delle più eccellenti fortezze power metal in questo momento, con un’invidiabile lunga carriera alle spalle. La scuola tedesca di maestri esperti che il loro raffinato senso per un heavy metal bravurosamente accattivante hanno già da un pezzo accuratamente incrociato con il professionalismo totale.
Il secondo giorno è stato dunque lungo e pieno di ottima musica. Ha offerto qualcosa per tutti. Resta quindi il terzo giorno. Sarà più old school, perché tra gli altri si esibiranno: gli americani Hexx, poi i contemporanei N.W.O.B.H.M. Tygers Of Pan Tang e Cloven Hoof, le leggende giapponesi Loudness e i danesi Pretty Maids, che suoneranno per intero il loro album di culto «Future World». Continua alla prossima puntata.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik



































































































































