Metal med vodami 2018
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: MC Jedro / Medvode
Data del concerto: 28.09.2018
Se c’è una cosa bella alla fine dell’estate, è senz’altro il pensiero che con l’autunno parte la stagione dei concerti nei club. Da qui a fine anno sarà ancora ricchissima, visto che è già annunciato un mare di date, e così venerdì scorso al Jedro di Medvode è andato in scena il tradizionale Metal med vodami, che stavolta ha scaldato l’aria con tre band di casa nostra.
Per primi, con il solito quarto d’ora accademico di ritardo, sono saliti sul palco gli SkyEye, le grandi speranze dell’heavy metal sloveno, che concerto dopo concerto continuano a giustificarle. Già al primo pezzo lo spazio sotto il palco si è infittito: in relativamente poco tempo la band si è conquistata una schiera di sostenitori scatenati, che anche stavolta hanno incitato i ragazzi a più non posso. Negli ultimi mesi gli SkyEye hanno accumulato un bel po’ di chilometri live e si sente: l’affiatamento è a un livello decisamente più alto, soprattutto nell’intesa tra le chitarre di Stalowsky e Kavčnik, dove i piccoli errori ormai quasi non si vedono più, mentre Kavčnik ha sfoderato una serie di assoli stupefacenti, suonati da maestro, »alla Adrian Smith«. Stavolta gli SkyEye hanno presentato due pezzi freschissimi ed è stato bello sentire che segnano una bella deviazione dalle influenze degli Iron Maiden, a volte un po’ (troppo) evidenti. Oltre all’ottima esecuzione strumentale, a rubare di nuovo la scena è stato il diabolico frontman Jan, dalla voce ancora più infernale, che anche nella cover del classico dei Maiden Flight of Icarus ha dimostrato che Dickinson lo canta per gioco. Gli SkyEye hanno salutato il pubblico di Medvode con l’inno In the Name of Sky Eye e hanno dato appuntamento per l’uscita del disco d’esordio in studio Digital God, che festeggeranno il 9.11.2018 all’Orto bar.
Rispetto a chi li ha preceduti, e anche a chi è venuto dopo, gli Eruption sono dei veri veterani: l’anno prossimo festeggeranno ben quindici anni di attività, eppure per loro questa era solo la primissima volta al Jedro. Anche se della formazione originale è rimasto solo il cantante Buco, la band funziona come un corpo unico e sul palco è senza dubbio una delle cose migliori che la scena metal slovena abbia da offrire. La ragazza e i ragazzi l’hanno dimostrato anche stavolta, facendo ballare Medvode in un velenoso valzer di thrash metal un po’ più complesso, e, vista la prima a Medvode, erano evidentemente ancora più »carichi« di far vedere perché in questo momento (che, a dirla tutta, dura già da qualche anno) sono probabilmente il gioiello della corona del thrash di casa nostra. Durante la tempesta, fatta soprattutto di mazzate ormai ben piantate nella testa del pubblico, tratte dall’ultimo Cloaks of Oblivion, sotto il palco si è acceso anche un mosh pit, che ha spronato la band ancora di più a tirare fuori uno dei suoi migliori concerti degli ultimi tempi.
Dopo un allestimento del palco piuttosto lungo, sono saliti i protagonisti della serata, i Cowboys From Hell, composti da vecchie volpi: il cantante Igor Zonta (ex-Revolver), il bassista Edi »Ejaq« Udovič (ex-Almost Rage), i chitarristi Miha »Buco« Oman (ex-Lady’s First, Mit) e Vasilij Sušanj (Su-Shine) e il batterista Marko »Soki« Soršak (Elvis Jackson). Il gruppo ha preso il nome dal pezzo cult e dall’album della leggendaria Pantera, ma quando si tratta di suonare cover spazia molto più in largo, perché il suo repertorio comprende un sacco d’altro. Cosa che stavolta è risultata più fastidiosa che altro, e ancora di più dopo le ottime esibizioni di SkyEye ed Eruption, che costruiscono la loro storia su un solido materiale originale. I Cowboys From Hell, invece, hanno proposto un mix piuttosto schizofrenico di cover, che andava da David Bowie a Pantera, Metallica, Machine Head e Slipknot, fino agli Alice in Chains. Sull’esecuzione non c’è nulla da dire, i ragazzi i loro strumenti li padroneggiano; a convincere sono stati soprattutto gli assoli fedelissimi usciti dalle dita di Sušanj e la prova vocale camaleontica di Zonta, ma purtroppo stavolta appoggiarsi al gioco sicuro delle cover è sembrato un po’ dozzinale.
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