A Feast Of Consequences
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Fish
Etichetta: Chocolate Frog Records
Uscita: 09.09.2013
Durata: 66:56
Voto: 3.5/5
Derek Dick, carismatico gigante scozzese, giardiniere, narratore di storie tutte sue, spesso toccanti, ed ex voce storica dei leggendari prog rocker Marillion, per il grande pubblico molto più noto con il nome d’arte Fish, a cinque anni dal precedente »13th Star« (2008) si è svegliato dal suo ‘letargo invernale’ e ha sfornato il decimo album in studio, intitolato »A Feast Of Consequences«.
In questi cinque anni Fish si è risposato (stavolta, a quanto pare, con molta più fortuna), dopo anni di collaborazione più o meno fruttuosa si è separato dallo storico chitarrista Frank Usher e ha messo insieme qualche data dal vivo (perlopiù nell’Europa settentrionale e occidentale). Per il resto, la sua attività musicale negli ultimi anni è stata parecchio ridotta e molti fan hanno cominciato a chiedersi se non ci fosse qualcosa che non andava nella leggenda scozzese, perché una pausa così lunga non gli somigliava affatto. Come dimostrano già i primi ascolti di un »A Feast Of Consequences« comunque più che solido, stavolta la sua vena artistica si è un po’ sgonfiata, anche se nessuno si aspettava un altro lavoro quasi impeccabile sullo stile di »13th Star«, che per molti è stato addirittura il magnum opus della sua carriera solista.
Dopo tutto questo tempo, la maggior parte di chi segue e ama il personaggio e l’opera di questo cantante e paroliere di culto si sarebbe aspettata un sacco di idee musicali fresche su »A Feast Of Consequences«, ma non bisogna dimenticare che Frank Usher è sempre stato un (co)autore musicale fondamentale di alcune tra le migliori composizioni della carriera solista di Fish, e la sua assenza come compositore si sente su »A Feast Of Consequences«. A colmare il vuoto lasciato da Usher, con risultati alterni, ci hanno pensato i vecchi compagni di strada di Fish: il chitarrista Robin Boult, nuovo/vecchio acquisto, lo storico bassista Steve Vantsis, tornato anche lui dopo l’addio del 2008, e il rodato tastierista Foss Patterson (ex-Camel).
Dietro le pelli è tornato anche Gavin Griffiths (ex-Karnataka), mentre la produzione è di nuovo nelle mani di Calum Malcolm (nella sua carriera di produttore ha lavorato, tra gli altri, con Nazareth e Simple Minds), che si era già fatto valere sul piuttosto cupo »13th Star«. Sul fronte produttivo all’album non si può rimproverare proprio niente, ed è al livello dei migliori lavori solisti di Fish. Delle voci femminili di accompagnamento, spesso efficaci, si è occupata Elisabeth Troy Antwi.
Tutti i citati collaboratori hanno svolto degnamente il loro compito sul piano strumentale e produttivo, ma purtroppo è proprio Fish a deludere un po’ le aspettative, come cantante dalle dimensioni emotive uniche, su »A Feast Of Consequences«, un disco decisamente più leggero e meno ispirato del cupo predecessore. Stavolta deve appoggiarsi spesso a Troy Antwi, che per inciso è una cantante splendida anche lei. Il timbro del ‘Pesce’ è ovviamente ancora riconoscibile a distanza e carismatico come un tempo, ma tecnicamente è sempre più intaccato dal tempo, e così a ogni occasione evita le tonalità alte. Il problema non sarebbe poi così grave se la sua voce non fosse diventata percettibilmente priva della teatralità di una volta. A volte suona perfino un po’ stanco, tanto che spesso si sente la mancanza di quell’ardore da cantastorie che sapeva sempre regalare un dramma indimenticabile.
La prima metà del disco è un po’ più debole della seconda ed è fatta soprattutto di ‘ibridi’ art rock e di (semi)ballad nella media, che non offrono niente di nuovo rispetto a quello che Fish ha già detto mille volte, con la differenza che in alcuni di questi pezzi suona molto meno coinvolto emotivamente di quanto ci si aspetterebbe. La sua band è sempre ottima, ma troppi arrangiamenti dei brani d’apertura sono così generici e monotoni che è difficile parlare di rock progressivo nel vero senso della parola. Fino alla sesta traccia (l’ottima »Crucifix Corner«) il disco non ‘decolla’ proprio. Il (quasi) epico »Perfume River«, lungo quasi 11 minuti e tirato per le lunghe senza ritegno, sarebbe potuto uscire benissimo come brano da quattro minuti, perché dal punto di vista ritmico resta quasi sempre nella stessa tonalità ritmica e, a parte qualche ornamento acustico e di sintetizzatore piuttosto vario, non va da nessuna parte. Fish qui è nella media, all’inizio cauto e guardingo fino a metà brano, quando arriva una breve improvvisazione di chitarra elettrica che annuncia la fine dell’atmosfera fiacca e una maggiore varietà. Solo allora Fish alza un po’ la voce e comincia a ricordare la sua immagine dei ‘vecchi bei tempi’.
»All Loved Up« è un hard rock nella media, che qualche Deep Purple avrebbe probabilmente riarrangiato con successo in un singolo interessante, mentre Fish, tra ritmi eccessivamente lineari e un accompagnamento di sintetizzatore generico, non riesce in alcun modo a evocare il dramma che ci si aspetta. »Blind To The Beautiful«, speziata di sapori celtici e dove a cantare il ritornello lo aiuta anche la corista, è una ballad d’amore molto prevedibile e prudente, con un accompagnamento pastorale di chitarra acustica e arrangiamenti sinfonici dal tono positivo. La title track è uno dei momenti migliori del disco, che è tutt’altro che privo di punti luminosi. Si apre come un’altra ballad pastorale con decisi accordi di chitarra acustica che creano una bella melodia, mentre il signor Fish finalmente suona un po’ più energico, proprio come ci si aspetta da lui. Dopo il primo passaggio arriva un lampo drammatico verso una sezione più vivace e complessa.
L’esperimento sinfonico »High Wood« si apre con la declamazione di Fish. Nonostante alcuni bei arrangiamenti orchestrali, passaggi di chitarra incisivi e una fluida trasformazione da ballad a rock più energico, suona un po’ noioso, ripetitivo, se non proprio ‘pesante’. La seconda metà del disco suona decisamente più ispirata della prima. La già citata »Crucifix Corner«, nonostante l’introduzione lenta, è tra i vertici di »A Feast Of Consequences«: il signor Fish e compagni sono riusciti a creare un classico del rock progressivo di dimensioni grandiose, che rientra perfino tra i momenti migliori della carriera del ‘Pesce’. Fish torna a suonare ‘come si deve’ e sputa fuori emozioni possenti, in sintonia con l’atmosfera agitata e con le maestose armonie di chitarra e tastiere che scorrono attraverso i dinamici meandri della batteria.
»The Gathering«, dotata di un’introduzione carnevalesca, è una power ballad pastorale dal tono positivo che, con atmosfera e testo, trasuda il tradizionale patriottismo scozzese e la nostalgia di Fish e potrebbe diventare anche l’inno del movimento per l’indipendenza scozzese. »Thistle Alley« con il suo mood marcatamente cupo e le sue frasi di chitarra mordaci potrebbe tranquillamente stare su »13th Star«. In »The Leaving«, che contiene malinconici arrangiamenti d’archi, Fish ricorre di nuovo a una tecnica vocale narrativa. »The Other Side Of Me« è una piacevole ballad pastorale in cui, con il generoso aiuto della voce femminile, si avverte ancora di più che Fish, con l’età, col suo ‘narrare’ vocale si sta trasformando sempre più in una specie di versione scozzese di Leonard Cohen. »The Greatest Unravelling«, ancora un brano con introduzione lenta e formula sonora più che collaudata, conquista soprattutto con eteree ondate di mellotron e passaggi di chitarra dinamici, mentre i duetti vocali tra Fish e Troy Antwi riescono piuttosto bene. Pare che il tosto scozzese in futuro si appoggerà sempre di più alla corista, il che è al tempo stesso un bene e un male.
Con »A Feast Of Consequences« un Fish percettibilmente stanco, a tratti baluginante di brillantezza, si fa strada in modo relativamente fiacco tra le varie emozioni che i fan di lunga data si aspettano da lui come la cosa più naturale del mondo. Il risultato finale non è affatto un brutto disco, ma con più ispirazione avrebbe potuto essere molto meglio. Il problema principale è che non ci sono molti brani capaci di lasciare un segno duraturo nell’ascoltatore, come invece a Fish è riuscito per la maggior parte della sua variegata carriera. Inoltre il montanaro scozzese ricorre ormai in modo un po’ esagerato a trucchi sonori sicuri ma già abusati, presi dai dischi precedenti. Quello che si nota di continuo è soprattutto che, ora che è finalmente diventato un uomo di famiglia felice, ha perso la preziosa fonte d’ispirazione che stava nelle continue frustrazioni personali (soprattutto amorose), per quanto cinico possa suonare. Resta comunque il fatto che l’uscita di ogni nuovo album in studio di Fish è una piccola festa per tutti gli amanti dei tempi romantici del rock progressivo, e i fan fedeli al ‘Pesce’, mentre compreranno il disco sul suo sito personale e ai concerti (negli scaffali dei negozi non sarà disponibile), stavolta sapranno anche chiudere un occhio.
Formazione
Fish – voce
Robin Boult – chitarra
Foss Paterson – tastiere
Steve Vantsis – basso
Gavin Griffiths – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Liz Antwi – cori
Aidan O’Rourke – violino, arrangiamenti di fiati e archi
Produzione
Calum Malcolm
Tracklist
1. Perfume River (10:58)
2. All Loved Up (5:07)
3. Blind To The Beautiful (5:12)
4. A Feast Of Consequences (4:29)
5. High Wood (5:26)
6. Crucifix Corner (7:25)
7. The Gathering (4:30)
8. Thistle Alley (6:08
9. The Leaving (4:59)
10. The Other Side Of Me (6:09)
11. The Great Unravelling (6:32)