Alien
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Strapping Young Lad
Etichetta: Century Media
Uscita: year
Durata: 54:45
Voto: 4.5/5
Per creare qualcosa di valido e destinato a durare ci vuole sempre un pizzico di talento, genialità, fortuna, oppure semplicemente avere le palle e osare spostare i confini del lecito. L’enfant terrible canadese della musica, l’uomo che oltre a una prolifica carriera da produttore ha impugnato il microfono e ha collaborato con Steve Vai praticamente a bluff, poi ha battuto tutta la concorrenza con l’estremismo chitarristico degli estremi assoluti del metal negli Strapping Young Lad, e adesso ti versa nelle orecchie una musica solista tutta diversa e raffinatamente speziata, il potentissimo signor Devin Gerret Townsend, ha assaggiato e fatto tutto quanto appena detto!
Il figlio prediletto di Townsend nella prima metà del nuovo millennio sono senza dubbio gli Strapping Young Lad – un nome venerato nei circoli metallari sia per la sfilza di vette discografiche, sia per l’autenticità sul palco, l’imprevedibilità maniacale e uno strambo senso dell’umorismo. Una mazzata serissima e un mutante riuscito a modo suo nella storia di questo successo è anche il quarto album, il disco Alien. La produzione zappiana, che si ispira anche a Phil Spector, costruisce un brutale muro di suono urlante, mentre la demente assenza di un unico centro di coscienza in meno di un’ora riempie ogni angolo della tua stanza di proiezioni dei diversi lati della personalità di Townsend.
Alien è infatti un perfetto esperimento musicale a base di medicinali, o meglio, della loro assenza. Per mettere alla prova la sua musica fino in fondo, Devin ha rinunciato ai farmaci che gli tenevano a bada la malattia psichica – i disturbi bipolari. Anche se all’ascolto non offre un drastico passo avanti rispetto al disco degli SYL, Alien è speciale proprio per questo passo di lato. Resta costante la totale esplosività delle sequenze melodiche, che si trasformano in mostruose eruzioni di un’alternativa quasi black metal, per poi, attraverso momenti di calma catartici ma rari, arrampicarsi fino al culmine della percezione di una dinamica e di un movimento crudeli e assoluti. Alien è una combinazione di grind puro, death metal, psichedelia carica di alternative e orchestralità maniacale, e, di nuovo, la si descrive meglio con una parola sola: la colonna sonora della fine del mondo imminente! Il paragone con Fear Factory e Chimaira è solo un pallido avvicinamento, perché gli Strapping Young Lad superano quasi tutta la concorrenza mondiale in ogni aspetto e oltre i limiti concettuali della violenza musicale, cosa che ti diventa chiara già dopo la prima, anzi l’iniziale stampede d’acciaio, il brano Imperial. Una bestia gutturale si prende le corde vocali di Townsend e dalle casse esplode una salva di ritorno sinistro – “WE HAVE RETURNED / FOREVER’S INVENTION / THE TWO BECAME ONE / TILL WE COLLIDE / TWO WORLDS COLLIDE / TILL WE COLLIDE…OH… / Further…further…FURTHER!!! / NOW is the TIME we DELIVER!!! / …SING and BE HEARD! / NOW!!! by the PROPHECY of the fucking weak / that fucking wept… / WE SHALL BE HEARD!!!” Un applauso enorme va alla spina dorsale ritmica di tutta la baracca, e tutto il merito si può dare a un ex membro di Death e Dark Angel, il signor Gene Hoglan. Il tornado ritmico è condito dalla chitarra brutale del duo di chitarre centrale formato da Jed Simon e dal mastermind Townsend, e nel mezzo resta giusto lo spazio per il bassista tuonante ed ex Fear Factory, Byron Stroud. Il carnevalesco e giocoso Skeksis si diverte con humor sulla creazione divina e, bestemmiando, mette in scena l’opposizione al mondo melodioso con la disarmonia di una coscienza del tutto inafferrabile “I control an awkward soul / And my lines / Are automatic, automatically drawn / Realizing a multiverse in just one thing / And then I’m automatic, automatically gone”. Dopo il nichilismo spirituale comincia la scalata dell’agonia dell’odio, in un fenomenale poema epico tecnicista di avanguardia black metal. Shitstorm ti sprofonda nella fossa settica dello zavorrone intestinale, ma sotto la furia infernale si nasconde un sacco di musica eccezionale, che coi synth riempie la tavolozza sonora di colori pastello demonoidi. I cieli si aprono nel singolo di punta del disco, il brano Love? È come se i King’s X fossero stati collegati alla console del computer centrale di informazioni dello stesso Azazel! “LOVE: the paradox of needing / OH LOVE, / MAKE WAY FOR BREEDING / GIVE IT TO ME! GIVE IT TO ME! / FUCK YOU AND YOUR TALK OF LOVE! / I know what I stand for; I STAND FOR ME!!” Suona arrogante, incazzato nero e perfettamente in sintonia con la persona di Townsend? Assolutamente, perché gli SYL non fingono sentimenti desiderabili per la gente, e ancora meno c’è spazio per le moine musicali. Come dice Townsend già nella brano a velocità della luce Ride “IN EVERY RELATIONSHIP / THERE HAS TO BE COMPROMISE / AND EVERY ONE OF THEM HAS BAGGAGE… / I KNOW I HAVE MY ISSUES… / AND WE! KNOW! YOU! HAVE! YOURS!!!! / PUT IT IN GEAR MOTHERFUCKR!!!!! / For tonight…WE RIDE!!!!” e questa stessa sensazione ti pervade già a metà ascolto di questa leccornia di avanguardia metal. Un momento melodico di debolezza in salsa HC lo offre la fenomenale e scioccante cannonata di Possessions, che strizza fuori dai polmoni un’ossessione per le immagini di Rob Zombie, mentre i riff bombastici schiumano sugli scogli delle voci corali e ti dipingono in testa la sensazione di groove metal come, se proprio vuoi dei nomi, riusciva a tesserlo il compianto Dimebag, scomparso troppo presto. Dopo l’ultimo eco dell’ultimo ritornello arriva lo shock per l’organismo: ti becchi una ballata acustica davvero ricoperta di zucchero, Two Weeks, che sversa un mare intero di sarcastici sputi sui cliché rock standard, mentre Townsend si pulisce il culo con nonchalance con tutte le cagate pop, ma in modo perfetto e senza il minimo sforzo! La metamorfosi verso lo stato di tenebra totale comincia infatti molto presto – con la versione brutale del brano Thalamus, che ha la doppia personalità di un macellaio brutale e di un vegetariano fatto di Pink Floyd: “Close your eyes and believe / Believe that the garden is all that you need / Believe you must bow to your knees / Believe what you want to believe / …Just believe / I’M FREE!!! / …ALIVE!!! / I’m MASTER!!! / …AND COMMANDER!!! / …OF MY LIFE!!! / …OF MY FATE!!! / …OF MY FAITH / …IN US!!!” Gli dei se ne sono andati e siamo rimasti soli. Lo spazio è infinito, eppure chi ascolta è pervaso da un senso di costrizione e di claustrofobia. Zen trafigge il colon, penetra attraverso il cuore fino al cranio, per poi sputare da tutti gli orifizi della corona della tua anima nell’universo: “MUST REMEMBER TO KEEP BOTH FEET ON THE GROUND / EVERYTHING IN MY LIFE IS TURNING ROUND / Then… we’re the only ones / We’re GODS, not demons / ZEN”. Tutte le parole sono spremute, e Townsend chiude il suo stato di pura esplosione ed espansione con un’implosione strumentale, con la staticità del brano Infodump. Un brano che sfuma nel ronzio degli ampli, nel feedback e nel crepitio di uno spirito ormai placato. Questo pezzo è anche l’unico punto debole del disco. È l’unico riempitivo inutile. O forse no?
La follia non è mai stata così brutalmente simpatica né messa in musica in modo così brillante. I demoni sono stati banditi nel mixer, e da lì, con una pressa da più tonnellate, si stampano nelle orecchie di voi ascoltatori. L’impronta di ciò che si sente è inconfondibile e, ammettiamolo, nonostante la brutalità riuscita, mentre Alien con la sua immediatezza e sincerità rappresenta uno splendido monolite in una scena musicale piena di orgasmi scialbi e soprattutto fasulli. Gli Strapping Young Lad, nonostante la loro assenza esistenziale, con la loro varietà stilistica e un metodo di straordinaria stravaganza hanno lasciato un segno che difficilmente qualcuno riuscirà a cancellare. Con Alien Townsend ha confermato la sua fama di capostipite della nuova élite musicale, e il despota del caos e delle mille personalità resta imbattibile nel suo anarchismo musicale, senza esagerare, anche oggi!
Formazione
Devin Townsend – tastiere, chitarra, voce, sample
Gene Hoglan – batteria
Byron Stroud – basso
Jed Simon – chitarra
Musicisti ospiti:
• Dave Young – tastiere, voce
Coro maschile: Chris Valagao, Rossy Living, Cam Krotche, Will Campagna, Shane Clark, Ross Gale, Christ Stanley, Will Cochrane, Ash Manning, Ross Empson, Mike Quigley, Billy Marquardt and Jeff Cook
Coro femminile: Laurielynn Bridger, Marnie Mains, Ani Kyd, Tammy “Tamz” Theis, Magdalena Bulak, Shay Ward, Steph Reid, Deborah Rodrigo-Tyzio, Michelle Madden, and Joanna Ussner
Voci di bambini: Dorian Glaude-Living, Damian Moore, Ethan Belcourt-Lowe and Jayden Gignac
Produzione
Devin Townsend
Tracklist
1. Imperial
2. Skeksis
3. Shitstorm
4. Love?
5. Shine
6. We Ride
7. Possessions
8. Two Weeks
9. Thalamus
10. Zen
11. Info Dump