Alpha
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Asia
Etichetta: Geffen Records
Uscita: 1983
Durata: 45:00
Voto: 3.5/5
I grandi nomi del progressive rock che nel 1981 si unirono nel supergruppo Asia non avrebbero mai immaginato, nemmeno nei sogni più sfrenati, che con il loro album omonimo d’esordio sarebbero diventati una delle attrazioni da stadio più calde della prima metà degli anni Ottanta. La formazione originale, composta dal cantante e bassista dal cuore infranto John Wetton (ex-King Crimson, Uriah Heep, UK, ecc.), dal chitarrista-predicatore lunatico Steve Howe (ex-Yes), dal campione delle bacchette Carl Palmer (ex-ELP) e dal mago delle tastiere Geoff Downes (ex-Yes, The Buggles), mandava in visibilio gli amanti del rock melodico radiofonico e faceva incavolare i puristi prog più intransigenti, che li accusavano di aver svenduto l’identità artistica per un pugno di verdoni. Le accuse di quegli uccellacci offesi erano in gran parte giustificate: a dispetto del blasone prog dei singoli membri, gli Asia proponevano un AOR compatto e super melodico, senza grandi avventure strumentali e senza alcuna ambizione lirica.
Con “Alpha” questo abbandono dell’eredità prog rock non ha fatto che accentuarsi. Rispetto all’esordio il loro sound ha perso un bel po’ di flessibilità e senso d’avventura, avvicinandosi ancora di più al pop rock all’americana, con ritmi semplici, ritornelli ultra melodici e motivi pomposi. A spingere verso una commercializzazione ancora più spinta sono stati Wetton e Downes, che si sono presi il ruolo di compositori principali, aprendo le prime crepe all’interno del gruppo. A fare le spese dei loro exploit pop rock è stata soprattutto la chitarra di Howe, che in produzione è diventata volutamente un po’ impastata e ha ricevuto molto meno spazio per gli assoli rispetto al disco d’esordio. Il vecchio jazzista si è sentito, a ragione, tradito, e non stupisce che poco dopo l’uscita dell’album abbia fatto le valigie. Lo stesso vale per le pelli di Palmer, che spesso suonano compresse e non raggiungono la solita pomposità. In compenso il suono dei sintetizzatori, in linea con le tendenze pop rock dell’epoca, è diventato ancora più dominante, mentre l’ottima voce di Wetton, che stavolta gioca un ruolo centrale, è il punto di forza di questo album di rock melodico solido ma poco eccitante.
Se lo si giudica da un punto di vista strettamente AOR, prendendolo come un pascolo per il cervello che nella migliore delle ipotesi finisce nell’autoradio, tra una gomma da masticare ruminata e un piede ben piantato sull’acceleratore, “Alpha” se la cava come un disco di rock melodico più che dignitoso, con una manciata di power ballad strappacuore ben riuscite e di inni pomposi, tutti uniti dai classici testi AOR su cuori spezzati e vincitori morali (rigorosamente maschi) nei loro eterni intrighi amorosi. In termini di piena integrità di tutti i membri della band e di sfruttamento delle loro capacità strumentali abituali “Alpha” è senza dubbio un passo indietro, ma d’altra parte non gli si può rimproverare una carenza di melodie contagiose né di raffinatezza sonora.
Wetton si presenta in modo magistrale nel suo solito ruolo di proprietario inconsolabile di un cuore a pezzi già nell’opening, la power ballad “Don’t Cry”, singolo di successo e brano più noto di “Alpha”, un chiaro tentativo di creare il successore del loro più grande hit, “Heat of the Moment”, anche se non ne raggiunge il livello qualitativo, visto che il ritornello, decisamente malinconico, è ben lontano dall’essere altrettanto contagioso. Questo classico dell’AOR uscì accompagnato da un video divertente in cui i membri del gruppo vestivano i panni di avventurieri senza paura. Sui testi, che con la loro sdolcinata linearità sono di gran lunga l’aspetto più debole di tutto il prodotto, preferisco non dilungarmi. “The Smile Has Left Your Eyes” è una ballata strappacuore di Wetton in cui il nostro mette in campo in modo convincente tutte le sue squisite doti vocali emotive, mentre l’accompagnamento strumentale, con arrangiamenti sinfonici di tastiera, resta solo sullo sfondo. Il pomposo e nostalgico “Never in a Million Years” è una vera perla di rock melodico, con un ipnotico ritornello a più voci su cui la chitarra di Howe, con riff decisi, mostra finalmente un po’ i denti, anche se la prova resta ben al di sotto delle capacità abituali del “signor gufo”. Anche “My Own Time (I’ll Do What I Want)” è un inno rock melodico convincente, con una bella melodia d’apertura alla chitarra acustica e qualche maestoso fronzolo sinfonico, e non manca di un ritornello a più voci che ti carica a mille.
Il pomposo schiacciasassi “The Heat Goes On” è un vero classico degli Asia e uno dei brani che spiccano nell’album: tra arrangiamenti avventurosi, interventi solistici di Downes e un set di batteria di Palmer finalmente impegnato a pieno regime, è molto vicino allo stile più vario del loro esordio. Le armonie vocali, drammatiche e ultra melodiche, “disegnano” uno dei loro ritornelli più convincenti, che non ti esce dalla testa per un bel pezzo. L’hard rock di “Eye to Eye” è uno dei favoriti più spesso trascurati dell’album: ha qualche motivo interessante di sintetizzatore e la chitarra di Howe è finalmente occupata a tempo pieno, mentre il canto di Wetton si distingue ancora una volta per un’abbondante dose di emotività. “The Last to Know” è una power ballad piuttosto mediocre, tenuta a galla da un ottimo ritornello e da gustosi fronzoli sinfonici.
“True Colors”, con la sua combinazione di hard rock e sinfonismo, è soprattutto un campo di gioco per i voli dei sintetizzatori di Downes, mentre il ritornello combattivo è efficacissimo per fare il pieno quando ti manca l’energia per lavorare. “Midnight Sun”, a parte l’ottimo assolo di Howe e il fatto di essere l’unico pezzo dell’album senza un testo “lagnoso” sui cuori infranti, è un brano del tutto dimenticabile. La conclusiva “Open Your Eyes” è per molti versi il vertice del disco e un altro classico degli Asia, in cui finalmente brillano a tutta forza anche le acrobazie alla batteria di Palmer. Le tastiere atmosferiche sono posate in modo straordinariamente convincente tra maestose armonie vocali. Il culmine del brano è il passaggio fluido in cui alle drammatiche armonie vocali segue un’irruzione in una sezione strumentale eccellente, uno dei rarissimi momenti dell’album in cui il famigerato collettivo sfrutta davvero il suo potenziale prog rock.
Rispetto all’ottimo esordio, “Alpha” si può considerare una mezza delusione: si sente lontano un miglio che gli Asia non ci si sono buttati a capofitto con tutte le energie a disposizione, e questo vale soprattutto per Howe e Palmer, che sono stati messi da parte, contro la loro volontà, nel processo creativo. Il risultato finale è comunque un disco AOR solido, da gustare con l’anima per tutti gli amanti del buon rock melodico, ma chi dopo il grande esordio si aspettava un passo avanti, o magari un ritorno agli ideali prog rock, ha dovuto rassegnarsi e mangiare la polvere, anche se lo spostamento verso una componente AOR più marcata era in qualche modo prevedibile. Howe, sempre più insoddisfatto del suo ruolo marginale e della minore libertà artistica, è stato, come c’era da aspettarsi, il primo a salutare la compagnia, se non contiamo il boicottaggio di Wetton del tour in Asia orientale, in cui fu sostituito per un breve periodo dal suo “cugino” vocale Greg Lake (ex-King Crimson, ELP). Rispetto al successo clamoroso dell’esordio, “Alpha” non è andato nemmeno lontanamente così bene, e dopo lo scioglimento della formazione classica in tanti hanno voltato loro le spalle per sempre. Il loro futuro poco incoraggiante è finito sulle spalle di Wetton e Downes, che negli anni successivi si sono affermati come leader del gruppo.
Formazione
John Wetton – voce, basso
Steve Howe – chitarra, cori
Carl Palmer – batteria
Geoff Downes – tastiere, voce
Produzione
Mike Stone
Tracklist
1. Don’t Cry
2. The Smile Has Left Your Eyes
3. Never In A Million Years
4. My Own Time (I’ll Do What I Want)
5. The Heat Goes On
6. Eye To Eye
7. The Last To Know
8. True Colors
9. Midnight Sun
10. Open Your Eyes