Altro che distruzione: una saga di mediocrità (2012)
Foto: Jerneja Jerak
Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 18.10.2012
Numero di spettatori: 40
Prezzo del biglietto: 5 €
Gli skunk sono gente d’azione e, tra i pochissimi in terra slovena, si permettono di spingere anche le sgangherate realtà heavy metal di casa nostra sopra la media, quelle che ogni tanto combinano davvero qualcosa di buono e parecchio digeribile. A promuovere le sfumature più estreme del nero e l’epica e la lirica death metal c’è anche la ormai quasi del tutto popolarissima Kadilnica Of Death, che grazie ai Dirty Skunks si occupa di alfabetizzare la plebe slovena sulle novità metal, e con prezzi promozionali garantisce sbronze più economiche con la birra in mano e attività sportive come biliardo, calciobalilla e, una volta al mese, perfino una bella sgranchita delle vertebre cervicali a suon di concerto all’Orto.
Alla Kadilnica Of Death di ottobre hanno presentato il loro debutto From The Depths i brillanti estremisti metal di Jesenice Within Destruction, che a Lubiana avevamo già visto al secondo brutal beach party di tutta la Slovenia, quando a luglio sul palco della Gala Hala i Suicide Silence hanno portato la loro idea di festa estiva e quelli di Jesenice si sono occupati dei minuti di riscaldamento iniziali. A dire il vero, di quella volta mi era rimasta in testa una musica tutto sommato solida, ma più di quella mi si erano piantati nel cervello il trucco sanguinolento bizzarro e una comunicazione sul palco miserabile e senza palle. Colpa magari dell’inesperienza, direbbero gli ingenui, peccato che il quintetto dell’Alta Carniola di usignoli rochi e rumorosi sia sulla scena da due anni buoni (un mese più, un mese meno), e in questo tempo possa già vantare un debutto, un contratto con l’etichetta metal austriaca Noisehead Records e parecchie esibizioni. Scuse per la mediocrità non dovrebbero quindi essercene, così sono andato a verificare di persona il nuovo livello di qualità all’Orto.
A ottobre i giovedì sono ormai marchiati e timbrati dall’odore dell’inverno, e il freddo ha subito servito la risposta a quante anime avrebbero davvero partecipato a una delle messe in scena del battesimo di sangue alla Savica, all’Orto. L’addome concertistico decisamente denutrito del sottopalco del club era segnato dai soliti volti, e già prima della partenza tardiva del concerto in prima fila si erano piazzati amici, ragazze e amanti della band, scesi dai boschi di casa dell’Alta Carniola. Gli altri (o meglio, noi) ci siamo messi al sicuro di lato ad aspettare la rivelazione sotto lo stendardo di una band che promette distruzione totale. E la distruzione è arrivata presto e come previsto, quando sul palco sono saliti, inondati di ettolitri di sangue di maiale (raccolto alle feste di macellazione di casa, oppure poteva essere solo una bella quantità di tempera rossa), il chitarrista Ervin Bešič con la chitarra tirata su altissima e il suo collega dai capelli corti Matjaž Muhič; con una nuova pettinatura corta da avvocato si è messo il basso a tracolla anche Tilen Šimon, dietro i tamburi si è seduto Luka Vezzosi, e Rok Rupnik, nell’ultimo tentativo di memorizzare l’intera scaletta, ha afferrato il microfono e in silenzio studiava come imbastire una partenza d’impatto. Di d’impatto non ebbe nulla, perché il fonico ha fatto partire troppo presto i suoni dell’intro, i ragazzi non erano ancora pronti e hanno bloccato quell’eiaculazione precoce di rumore, dedicandosi piuttosto a un altro po’ di riscaldamento e preparazione mentale direttamente sul palco. Dopo qualche minuto di bizzarra confusione il cantante dai capelli lunghi si fa finalmente coraggio e dalle casse spira il classico intro cinematico da deathcore di Price Of Heresy, seguito da una solida ondata d’urto di estremismo musicale oscurato di casa nostra. I Within Destruction sono una band che ha mescolato la sua passione per il deathcore con l’eredità death metal dei Canibal Corpse, e tra le fessure del suo podio lastricato in casa si trova pure parecchio nero nordico, per cui la prima dose di Price Of Heresy, per il resto ben condita, è davvero velenosamente gustosa – se solo non ci fosse toccata una staticità da palco per excellence. I due chitarristi, in un crampo scenico, hanno occupato il lato sinistro e quello destro del palco come impalati nel didietro con un palo, o come manovrati da un burattinaio assonnato per l’ora tarda e imbottito di sedativi pesanti. Il bassista dai capelli rossi si perdeva tra le coordinate di spazio e tempo davanti a un batterista allampanato ma insicuro, saturo fino alla nausea di chirurgica precisione ritmica, mentre la prima gola della band cercava ispirazione per le pose sceniche tra il soffitto troppo basso dell’Orto e le membrane di un monitor piazzato strategicamente, e per non confondersi sotto gli sguardi penetranti degli scettici lubianesi si è lasciato calare sugli occhi il fitto velo del proprio cuoio capelluto e ha tenuto gli occhi chiusi. I Within Destruction hanno alzato di qualità il livello del suono del garage metal sloveno, ma l’aspetto visivo per i ragazzi è evidentemente roba secondaria. Questa schizofrenica spaccatura tra due mondi, il buon suono e la misera posa scenica, è stata rafforzata da un applauso del pubblico piuttosto tiepido, e nelle prime linee di fuoco il loro insicuro orgasmo lo fingevano solo gli amici più stretti e gli invitati della band.
Dopo lo sprint iniziale nelle sfere del rumore arriva a tutta velocità l’altrettanto tirata Demise, che un Rok visibilmente nervoso annuncia in modo breve e nevrotico. La replica dello spettacolo scenico rubava atomi di attenzione, e la stessa solfa per ogni momento sul palco, con tanto di diaframma teso, è arrivata anche con gli inviti a fare mosh su pezzi che più di un paio di orecchie sentiva per la prima volta; così quei disperati richiami a una cannonata di fracasso rallegrata da un po’ più di movimento non sono stati esauditi. From The Depths è davvero uno dei prodotti deathcore meglio rifiniti dell’artigianato core di casa nostra, e oltre ai solidi standard chitarristici e alla metrica ritmica attesa a dare ai pezzi una lucentezza sopra lo standard sono in realtà le voci di Rok, che è sì talentuoso e dotato di un bel paio di corde vocali, ma che prima di salire sul palco avrebbe evidentemente dovuto fare un breve corso di recitazione, di aumento dell’autostima, o almeno gettare un occhio su un paio di DVD dei suoi idoli, tra i quali c’erano di certo, oltre a Chris Barnes e ai suoi cadaveri cannibali, anche i Whitechapel e qualche demiurgo della brillantezza di Göteborg che risponde al nome di At The Gates. Dopo la fiaba scandinava rallentata a mo’ di ballata di While She Was Dying i ragazzi si presentano sotto la luce migliore con Cardyomypathy: un intreccio di ritmica intensa da peso massimo, di accelerate chitarristiche a corda singola dal suono sottile e di onanismi quasi solistici viene confezionato in modo del tutto ermetico dai vocalizzi gutturali, a dir poco impressionanti, che a Rok non si sarebbero mai potuti attribuire a priori; eppure, nonostante la lezione di core estremo, il livello di energia di questa Kadilnica è rimasto maledettamente basso. A fare il salto di qualità non è riuscito nemmeno il re delle pianure infernali King Of Serpents, e l’intercalare »Hail Satan« sentito da Dead Dildo Drome è suonato del tutto superfluo, simile a una richiesta d’aiuto. E quella richiesta ha risuonato per tutta la serata nelle fogne marce dei condotti cerebrali, mentre il tempo si trascinava come se qualcuno ti tirasse piano piano il cervello fuori dall’ano con pinze roventi. Dopo un’ora di calvario è arrivato quindi il momento della desacralizzazione finale con il brano Desacration (una svista, quella del titolo storpiato sui foglietti da palco …) e il pubblico, scaldato alla temperatura di una birra sgasata, si è avviato verso nuovi sfoghi.
Questi ragazzi dell’avvelenato angolo di Jesenice fanno davvero pena, perché in questa roba ci credono come matti, e il loro vangelo empio, ascoltato soltanto, non è nemmeno così sdentato e miserabile come lo fa sembrare il fascino rubato da una burlesque di palco piuttosto statica. Ormai la musica si ascolta anche con gli occhi, e se i Within Destruction hanno saltato apposta questo capitolo, i buoni samaritani dovrebbero ricordare loro che a rimetterci sono solo loro. Se perfino i critici amanti dell’estremo di casa nostra, dai capelli lunghi, sbadigliano per tutta la serata davanti a tanta staticità, uno si spaventa a pensare che fama si porteranno dietro in giro per l’Europa, spero presto, i giovani dell’Alta Carniola sul vento infernale dei tour. In ogni caso la qualità della musica non è in discussione, ma oltre all’estetica sonora bisognerà fare qualcosa di più concreto anche sulla presenza scenica, perché solo allora le parole avranno il sostegno di ossa, muscoli e tessuti cancerogeni di lussuria velenosa di uno show death metal d’impatto, convincente e soprattutto guardabile. E dopo di che si parlerà di distruzione in modo tale che ognuno potrà credergli, e i Within Destruction saranno finalmente all’altezza del proprio nome!
Scaletta
1. Price of Heresy
2. Demise
3. While She Was Dying
4. Cardiomypathy (Bloodbath)
5. This Misery
6. Bondage
7. Danse Macabre
8. As I Drown
9. King Of Serpents
10. God Of The Soulless
11. Desecration
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