American Soldier
Artista: Queensrÿche
Etichetta: Rhino Records
Uscita: 2009
Durata: 60.36
Voto: 4/5
Queensryche! La band che ha lasciato un segno inequivocabile sulla mappa del rock/metal, per sempre, a un certo punto ha cominciato ad annaspare sul piano espressivo con la produzione seguita all’album “Promised Land” (1994). I Queensryche hanno iniziato a rimettersi in piedi come si deve solo con “Operation Mindcrime pt. II” (2006), e “American Soldier” è la prova che conferma senza appello che non devi più avere paura quando te lo ritrovi davanti, faccia a faccia, negli store online o in un vero negozio di CD. Puoi fidarti al 100%. I Queensryche sono tornati per davvero!
Certo, con il nuovo album non dobbiamo assolutamente paragonarli al loro passato, quello che li ha piazzati tra le più grandi band rock/metal del nostro tempo, perché finiremmo per sminuirlo in automatico. Geoff Tate ha immaginato un disco le cui storie, brano dopo brano, si intrecciano come tante confessioni personali di veterani della guerra del Vietnam. Pare che per l’occasione Geoff Tate abbia fatto qualche intervista a questi eroi sopravvissuti, travasando tutto in un sermone musicale. Alcuni inserti delle interviste sono usati come spezia dentro i pezzi, per esempio in Unafraid o in If I Were King. Altre volte i Queensryche si concedono una manovra in più, ampia e magistrale, per spezzare la monotonia, mettendo in risalto con finezza una certa emozione. Nella più quieta Middle Of Hell, per esempio, nell’accompagnamento del ritornello si insinua addirittura un sax contralto, e l’effetto è che ti viene da dire: “Questa sì che non me l’aspettavo!”, ma allo stesso tempo sta d’incanto all’immagine del pezzo.
I nuovi Queensryche restano art rocker. Il suono è “Seattle”, con quel tocco di sbavatura graffiante quando si parla di distorsione. Una distorsione cercatissima soprattutto nell’epoca dei principali colpevoli del pianeta, quelli che hanno acceso la miccia del “grunge”, il cui paradiso stava proprio a Seattle. Ma i Queensryche sono art rocker! I ritornelli sono ciò che dà ad “American Soldier” tutta l’attenzione che merita e che ti convince di avere tra le mani un album eccellente. In studio i ragazzi hanno cercato di riprodurre l’uomo in azione e reazione, anima e corpo, gettato sui campi di battaglia del Vietnam, ma anche l’uomo che non riesce a nascondere le ferite dolorose con cui deve fare i conti, nei traumi che lo legano agli orrori sopravvissuti di quella stessa guerra.
La forma dei motivi di base è compatta, chiara, fluida e facile da consumare e da digerire col cervello. Qui, come detto, spiccano ritornelli melodici e potenti, come conferma subito l’opener Silver. I Queensryche restano riconoscibili in tutto, ma allo stesso tempo propongono un disco diverso, nei pezzi difficilmente paragonabile ai precedenti. In queste forme semplici dei riff portanti, la batteria di Rockenfield cerca di continuo ampio margine di manovra per esprimersi, cosa documentata al meglio nella ballata a metà tra mid-tempo e pugno nello stomaco At 30 Thousand Ft, particolarmente cupa nell’atmosfera creata, e in cui è incastonato l’assolo di Wilton, con un effetto di chitarra eighties alla The Needle Lies.
Sul fronte della produzione i Queensryche, ancora una volta, non deludono. La particolarmente voluminosa A Dead Man’s World mette in mostra un’ottima navigazione dinamica a contrasti, con buona parte del suono abbondantemente infilata nella linea di basso. Rockenfield è per tutto il disco un fattore importante: porta dinamica nei pezzi con il suo lavoro vario dietro le pelli e approfondisce ulteriormente il momento drammatico, che nel corso dell’ora d’ascolto risulta implacabile. Sì. “American Soldier” è un album molto cupo. “Vive la sofferenza” in modo efficace nei traumi dei veterani di guerra, ma resta sempre ascoltabile e non troppo pesante da mandare giù. I brani puntano per lo più a un tempo medio. Così il succoso tappeto sonoro che impreziosisce le composizioni risalta ancora di più. Quanto siano, e restino, forti come autori e compositori i Queenryche (in generale, quando si tratta di andare a caccia di melodia compiuta) lo confermano anche sul nuovo album le due ottime ballate Remember Me e Home Again, che fanno sì che il culmine di “American Soldier” sia garantito nella sua parte finale.
The Killer è, tra i pezzi d’impatto del disco, il più forte per melodiosità del ritornello, scritto dritto dritto per essere un singolo da hit! Insomma, l’album è attraversato da una bella varietà di motivi portanti. Tate si è immerso alla grande nel dare vita al concept scelto. I brani trasudano stati d’animo diversi. Dalla rabbia, l’aggressività, la voglia di spargere sangue, fino a tutto ciò che nasce dal peso della colpa, dal grande rimorso che, come un’ombra invisibile, cresce sopra l’ego. I Queensryche non cercano di riacciuffare la grandezza dei giorni di gloria dei primi anni Novanta, ma alla fine hanno finalmente “calciato” dove serviva. Hanno fatto un sano passo avanti. Un passo evolutivo nella direzione giusta. Esperienza, tanto sapere, grande maturità compositiva: stavolta è tutto capitalizzato alla grande. Quello che “Operation: Mindcrime pt. II” (2006) lasciava intuire è finalmente venuto al mondo per intero. Un album che era destinato a nascere almeno 10 anni prima. Finalmente è qui!
Formazione
Geoff Tate – voce
Michael Wilton – chitarra
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria
Produzione
Jason Slater
Tracklist
01. Sliver
02. Unafraid
03. Hundred Mile Stare
04. At 30,000 Ft.
05. A Dead Man’s Words
06. The Killer
07. Middle Of Hell
08. If I Were King
09. Man Down!
10. Remember Me
11. Home Again
12. The Voice