Amputechture

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Mars Volta, The
Etichetta: Island Records
Uscita: 2006
Voto: 4.5/5

Da quando si sono affacciati sulla scena musicale in modo del tutto inatteso, i The Mars Volta continuano a sorprendere con la loro creatività sfrenata e con una visione tutta loro del progressive rock, che mescola elementi del prog classico ed elementi che appartengono a generi completamente diversi, anche più estremi, come il post hardcore e il thrash metal. A poco più di un anno dall’uscita del loro album emozionante ed epico “Frances the Mute” (2005), che ha fissato nuovi standard nel progressive rock moderno, eccoli di nuovo qui con “Amputechture”. Questo ritmo di pubblicazioni sembra davvero forsennato. Oggi è raro che qualcuno faccia uscire tre album in quattro anni, così prima del primo ascolto mi chiedevo se questo disco non fosse arrivato un po’ troppo presto. Già dopo il primo ascolto, però, ho smentito al volo tutti i dubbi pessimistici: ho capito che i The Mars Volta ci hanno sorpreso di nuovo con idee completamente nuove, senza rinunciare del tutto ai loro tratti distintivi. Dopo il netto cambio di stile tra l’esordio “De-Loused in the Comatorium” (2003) e “Frances the Mute”, hanno ridefinito ancora una volta il proprio suono, praticamente rinnovandosi da capo. Al posto del sound post-hardcore che dominava il primo album e di quello ambient/psichedelico di “Frances The Mute” su “Amputechture” c’è molto più spazio per le influenze free jazz, che portano la band più vicina che mai al fusion. Per buona parte del disco il gruppo si diverte con una facilità disarmante tra lunghe jam e una vera pletora di assoli di chitarra, che spesso suonano improvvisati e hanno un suono grezzo e oscuro. L’intero album è un’autentica orgia di chitarre. Gli assoli spuntano da ogni parte e non mi ricordo da quanto non sentivo un disco con una tale quantità di assoli. Con “Amputechture” la band ha ridato un ruolo un po’ più importante alle chitarre e ha ridotto le tavolozze ambient delle tastiere, ma questo non significa che il nuovo album abbia perso in profondità emotiva. Anzi, tutto il contrario.

Anche stavolta, su ogni brano tranne la ballata “Asilius Magdalena”, suona il celebre chitarrista John Frusciante (Red Hot Chilli Peppers). Se ne sarebbe potuto fare a meno, perché secondo me Omar Rodriguez-Lopez lo supera sotto ogni aspetto, ma ne parlo meglio nelle conclusioni della recensione. Come al solito i due capoccia della band, il cantante Cedric Bixler-Zavala e il chitarrista Omar Rodriguez-Lopez, si sono divisi i compiti alla pari. Omar ha registrato e scritto la maggior parte della musica (anche gli arrangiamenti per i fiati) e ha prodotto l’album, mentre Cedric si è dedicato di nuovo ai testi. Stavolta sono tematicamente piuttosto diversi tra loro.

A differenza dei due predecessori, “Amputechture” non è un concept album, e questo non darà troppo fastidio a chi non ha mai capito i loro messaggi spesso ostici. La maggior parte dei testi, però, si confronta con il fenomeno della paura dell’uomo verso Dio al posto dell’amore per Dio, che di solito va a braccetto con gli interessi della Chiesa cattolica. In generale nei testi domina un’amara derisione del trattamento da matrigna che l’Occidente riserva al Terzo Mondo, in particolare agli immigrati, e di alcuni altri abbagli della globalizzazione. Una cosa che è sempre stata in linea con la filosofia dei due musicisti messicani, che anni fa si sono trasferiti negli Stati Uniti solo per questioni logistiche. Di conseguenza, anche l’atmosfera dell’intero album è piena di visioni di un presente e di un futuro apocalittici.

Sorprendentemente, l’album si apre con un brano per lo più lento e ambient intitolato “Vicarious Atonement”. Riff di chitarra lamentosi ed epici e tastiere creano un’atmosfera malinconica e leggermente oscura, che ogni tanto viene tagliata da assoli di chitarra sfrenati. Non ho idea di cosa dica il testo, perché stavolta la voce variopinta di Cedric è stata spinta di proposito sullo sfondo in fase di produzione, ma è allo stesso tempo piena di dolore e anche di speranza. Presto iniziano a spuntare nel brano interessanti inserti di pianoforte, mentre gli assoli di chitarra si fanno sempre più oscuri. Un ottimo inizio d’album. Il pezzo sfocia nel sinistro ed epico “Tetragrammaton”, molto più veloce, che cambia ritmo come una mula impazzita. Il batterista Jon Theodore, che ha lasciato la band dopo l’uscita del disco, qui si mette in mostra per la prima volta con il suo stile energico, che passa con facilità dal metal al jazz. Il brano sale e scende quasi di continuo d’intensità, senza mai mollare per tutti i suoi 16 minuti. Qui la band mostra per la prima volta le sue radici metal (un’introduzione thrash eccezionale) e anche punk. Anche se prevalgono i ritmi oscuri, i passaggi tra gli assoli di chitarra e i ritornelli sono bellissimi. Verso metà il pezzo si calma del tutto e scivola in una parte ambient piena di suoni manipolati di ogni genere, poi arriva di nuovo un assalto thrash di chitarra e un assolo eccezionale, un po’ “crimsoniano”, che si intreccia con le voci spesso cromate di Cedric. L’ultima parte riporta, in modo del tutto inatteso e intelligente, il motivo iniziale, che si perde in un vero diluvio di assoli di chitarra. Secondo me potrebbe essere addirittura il brano migliore del disco, anche se la scelta è piuttosto dura. Poi arriva “Vermicide”, un pezzo più breve che potrebbe uscire tranquillamente anche come singolo. Un altro brano eccezionale, che si distingue per i ritornelli melodici e per ottime armonie di chitarra a tre voci. Le voci di Cedric sono, come al solito, splendide nel passare da uno stato emotivo all’altro. La creazione successiva è “Meccamputechture”, dove la band ci spiazza subito con un ritmo supersonico. Il pezzo è impreziosito da fiati, tastiere e alcuni suoni elettronici programmati. È un brano eccezionale, pieno di sorprese di ogni tipo. Dagli sfoghi metal-thrash veri e propri ai suoni elettronici fino ai ritmi jazz. Mi piace soprattutto il finale jazz, dove per la prima volta si uniscono alla band anche i fiati. Il suono del gruppo qui è larghissimo e completamente diverso da quello a cui eravamo abituati nella maggior parte dei loro lavori passati. Fa un bene enorme capire che questi ragazzi non smettono mai di perfezionare il proprio suono e che in futuro ci aspettano ancora tante sorprese interessanti. Nel brano successivo, la ballata acustica “Asilos Magdalena”, vengono fuori per la prima volta le loro influenze del melos latino e la voce di Cedric in spagnolo. L’atmosfera è splendida e calma del tutto il clima spesso caotico e oscuro dell’intero album. La voce di Cedric qui è al culmine delle sue capacità emotive. Anche il lavoro di Omar alla chitarra acustica è eccellente. La band dimostra ancora una volta di essere capace di estremi stilistici straordinari. Già nell’ultimo minuto della ballata, però, una chitarra elettrica stonata e rumorosa inizia ad annunciare che l’apocalisse si avvicina. “Viscera Eyes”, che a quanto pare risale ancora ai tempi in cui Cedric e Omar erano membri degli At the Drive-In, dopo qualche suono insolito si apre con un riff eccezionale, a cui si unisce con i suoi assoli la chitarra di Omar. Anche stavolta la sezione ritmica è potentissima. Il pezzo entusiasma soprattutto con una jam eccezionale nel finale. Di tutto il disco, è quello che ricorda di più i loro lavori del passato. “Day of the Baphomets” è un brano eccezionale e uno splendido climax dell’album, dove la band si avvicina di più al progressive rock classico. Per prima cosa ci conquista un assolo di basso straordinario, che dimostra le capacità incredibili di Juan Alderete. Poi ci lasciano di nuovo a bocca aperta le voci traumatizzate di Cedric e alcuni inserti di chitarra strampalati, ma soprattutto una vera battaglia tra assoli di chitarra e di fiati, in cui la band si avvicina evidentemente ai suoi grandi modelli, i King Crimson. È un altro dei picchi del disco. La conclusiva “El Ciervo Vulnerado” è una chiusura sorprendente quanto lo era l’apertura. Con un battito lento, sorretto da suoni ambient di tastiera, dalle voci psichedeliche di Cedric e da ornamenti di chitarra, è di gran lunga il brano più psichedelico dell’album. L’atmosfera cresce di continuo, finché all’improvviso, del tutto inaspettatamente, in mezzo a una lunga improvvisazione, si spegne.

“Amputechture” è un altro album potentissimo della band, una vera leccornia per tutti gli amanti del progressive rock innovativo, che flirta più con il futuro che con il passato della musica. Con la loro eccezionale miscela di oscurità, epicità e caos, anche stavolta i The Mars Volta suonano freschi esattamente come nei due lavori precedenti, che sotto molti aspetti erano capolavori del progressive rock moderno. Ma qualsiasi paragone di “Amputechture” con quei due dischi non ha senso, perché è un capolavoro con una personalità tutta sua, che accontenterà anche chi preferisce restare ai classici del progressive rock e guarda con diffidenza a tutto ciò che non appartiene ai Settanta. La maggior parte della musica della band, infatti, non è mai suonata così simile ai suoi grandi modelli come i King Crimson (a volte si avvicina perfino a una versione più cupa dei Genesis o degli Yes). Ho una sola pecca da segnalare, che però non intacca minimamente l’eccellenza generale del disco: la chitarra di Frusciante. Il tipo suona su quasi ogni brano, ma con il suo approccio piuttosto datato non riesce proprio a tenere il passo dell’inventivo Omar, che ha sempre in tasca qualche assolo innovativo. D’altra parte, proprio questa dualità di stile tra i due è una delle magie della loro musica, che soddisfa tanto gli amanti dell’alternative rock quanto quelli del jazz rock fusion e del progressive rock classico. Con “Amputechture”, forse addirittura il loro album chiave, i The Mars Volta hanno confermato definitivamente il loro primato come band più innovativa del momento nel progressive rock contemporaneo.

Formazione

Cedric Bixler Zavala – voce
Omar A Rodriguez-Lopez – chitarra, tastiere
Juan Alderte – basso
Jon Theodore – batteria
Isaiah Ikey Owens – tastiere
Marcel Rodriguez-Lopez – percussioni, sintetizzatore
Adrian Terrazas-Gonzales – flauto, sax tenore, clarinetto basso
Pablo Hinojos-Gonzalez – manipolazione del suono

OSPITI:

John Frusciante (Red Hot Chilli Peppers) – chitarra solista & ritmica
Sara Christina Gross – sassofono su “Meccamputechture”

Produzione

Omar Rodriguez-Lopez

Tracklist

1. Vicarious Atonement (7:19)
2. Tetragrammaton (16:41)
3. Vermicide (4:15)
4. Meccamputechture (11:02)
5. Asilos Magdalena (6:34)
6. Viscera Eyes (9:23)
7. Day of the Baphomets (11:56)
8. El Ciervo Vulnerado (8:50)

Durata dell’album: 76:00

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