Angra: Cycles Of Pain

Atomic Fire Records 2023
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Label/Etichetta: Atomic Fire Records
Release date/Data di uscita: 3 novembre 2023
Production/Produzione: Dennis Ward
Running Time/Durata: 58.20 min
Genre/Genere: Progressive Metal
Voto: 8/10


Inglese:

«La resurrezione di Fabio»

Padre, devo confessarmi, perché ho peccato e continuo a peccare. Ammetto che Fabio Lione (Fabio Tordiglione, Joe Terry), cantante di mille band, maestro dell’inconfondibile accento italiano e fedele utilizzatore delle tecniche di vibrato più potenti, non è mai, ma davvero mai, stato e mai sarà in cima alla lista dei miei cantanti power metal preferiti. O dei cantanti metal. O dei cantanti in generale. E non solo non è in cima a queste classifiche, ma se ne sta da qualche parte in coda, in compagnia di tipi alla Andi Deris (blasfemia, lo so, lo so) e della versione più recente di David DeFeis (perdonami, onnipotente!).

Eppure posso affermare con veemenza che Cycles of Pain rientra nella top 3 degli album degli Angra insieme ai leggendari Rebirth e Temple of Shadows. Non proprio al livello di quei due, ma ci va parecchio vicino. I dischi con Matos alla voce li lascio fuori da questa recensione, perché appartengono a un’altra storia.

Quando nel 2013 Fabio è entrato negli Angra, ho maledetto tutto ciò che era vivo, numero civico compreso, perché ero sicuro che stesse per arrivare il tracollo della mia band brasiliana preferita. Ma toh, quando ho ascoltato con timore l’album Secret Garden del 2014, ho dovuto ammettere che Fabio non suonava poi così male. Anzi, tutto il sound funzionava in qualche modo … completo. Gli Angra hanno alzato un po’ il tiro nel 2018 con l’album Ømni. E poi un lungo, troppo lungo silenzio. Li aveva spezzati la partenza del mago della chitarra e insostituibile partner di Rafael, Kiko Loureiro, passato ai Megadeth? Su Ømni lo aveva sostituito Marcelo Barbosa, magari non aveva funzionato?

Be’, quest’anno è arrivato un nuovo album e cosa sentiamo?

Sentiamo gli Angra nel loro massimo splendore e nei superlativi sonori. Fabio si è fuso con l’ambiente sonoro e in certi punti ricorda molto Edu Falaschi. Mi costa ammetterlo, ma Kiko non manca più a nessuno: i duelli di assoli di chitarra, i riff pesanti e lo scambio di idee tra Rafael, la mente della band, e Marcelo sono tutto ciò che un vero fan degli Angra e del prog/power metal in generale può desiderare. La sezione ritmica formata da Felipe (basso) e Bruno (batteria) è esattamente ciò che una band prog/power di primo piano deve potersi permettere: livello top.

Dennis Ward ha ripreso in mano la produzione per la prima volta dal 2006 (l’album Aurora Consurgens) e il sound è identico a quello di Rebirth, con un notevole upgrade. Pare che il tizio si sia accorto che nella produzione metal, ogni tanto, esiste anche il basso. E si sente eccome, e Felipe, come svegliatosi da un coma durato anni, mostra cosa può dare alla musica un virtuoso del basso.

E i pezzi, chiederai? Per fortuna sono tornati i brani veloci e da inno, pieni di doppia cassa e ritornelli melodici, che dai dischi dopo Aqua mancavano da morire. Il primo singolo Ride Into the Storm è già un esempio del genere, altri tre pezzi vanno nella stessa direzione, e il mio preferito è Generation Warriors. 

Sorprendentemente, il pezzo meno espressivo e un po’ stanco è proprio la title track.

La parte principale del disco è fatta dalle tipiche composizioni prog/power degli Angra, intrecciate con ritmi latini e scorci di world music, il cui rappresentante più tipico è Vida Seca con il cantante ospite Lenine. Il picco dell’album è la cacofonia progressiva Faithless Sanctuary, dove si intrecciano schemi stravaganti di doppio pedale, un basso ruggente, frasi di chitarra scintillanti e allo stesso tempo misteriose e le linee vocali affascinanti di Fabio. Sì, proprio quel Fabio del primo paragrafo di questa recensione. Il tipo semplicemente sembra calmo, rilassato, come se avesse finalmente trovato il suo posto nell’universo. E così ha portato questa nuova versione degli Angra a un livello superiore.

Un cupo duetto con l’onnipresente (gioco di parole voluto) Amanda Somerville, Tears of Blood, chiude il disco. Questo suona molto alla Nightwish, ma allo stesso tempo non perde la sua identità Angra. Qui Fabio usa i registri più bassi, da baritono, della sua voce, che completano alla perfezione la voce operistica di Amanda.

La durata del disco è di 58 minuti perfetti, i pezzi oscillano tra i cinque e i sei minuti, quindi non ti annoi mai.

Questo album è così bello che dopo tanto tempo ho una gran voglia di vedere gli Angra dal vivo, spero che passino da queste parti.

Visto che Dave a quanto pare ha cacciato dalla band un altro chitarrista, dopo Maiden e Helloween forse ci aspetta un altro «triple axe attack». Sarebbe un manicomio vivente, ve lo dico io!

Autore: Igorac


«La resurrezione di Fabio»

Padre, devo confessarmi, perché ho peccato e continuo a peccare. Ammetto che Fabio Lione (Fabio Tordiglione, Joe Terry), cantante di mille band, maestro dell’inconfondibile accento italiano e fedele utilizzatore delle tecniche di vibrato più potenti, non è mai, ma davvero mai, stato e mai sarà in cima alla lista dei miei cantanti power metal preferiti. O dei cantanti metal. O dei cantanti in generale. E non solo non è in cima a queste classifiche, ma se ne sta da qualche parte in coda, in compagnia di tipi alla Andi Deris (blasfemia, lo so, lo so) e della versione più recente di David DeFeis (perdonami, onnipotente!).

Eppure posso affermare con veemenza che Cycles of Pain rientra nella top 3 degli album degli Angra insieme ai leggendari Rebirth e Temple of Shadows. Non proprio al livello di quei due, ma ci va parecchio vicino. I dischi con Matos alla voce li lascio fuori da questa recensione, perché appartengono a un’altra storia.

Quando nel 2013 Fabio è entrato negli Angra, ho maledetto tutto ciò che era vivo, numero civico compreso, perché ero convinto che stesse per arrivare il tracollo della mia band brasiliana preferita. Ma toh, quando ho ascoltato con timore l’album Secret Garden del 2014, ho dovuto ammettere che Fabio non suonava poi così male. Anzi, tutto il sound funzionava in qualche modo … completo. Gli Angra hanno alzato un po’ il tiro nel 2018 con il disco Ømni. E poi un lungo, troppo lungo silenzio. Li aveva spezzati la partenza del mago della chitarra e insostituibile partner di Rafael, Kiko Loureiro, passato ai Megadeth? Su Ømni lo aveva sostituito Marcelo Barbosa, magari non aveva funzionato?

Be’, quest’anno il nuovo album è finalmente arrivato e cosa sentiamo?

Sentiamo gli Angra nel loro massimo splendore e nei superlativi sonori. Fabio si è fuso con l’ambiente sonoro e in certi punti ricorda molto Edu Falaschi. Mi costa ammetterlo, ma Kiko non manca più a nessuno: i duelli di assoli di chitarra, i riff pesanti e lo scambio di idee tra Rafael, la mente della band, e Marcelo sono tutto ciò che un vero fan degli Angra e del prog/power metal in generale può desiderare. La sezione ritmica formata da Felipe (basso) e Bruno (batteria) è esattamente ciò che una band prog/power di primo piano deve potersi permettere: livello top.

Dennis Ward ha ripreso in mano la produzione per la prima volta dal 2006 (l’album Aurora Consurgens) e il sound è identico a quello di Rebirth, con un notevole upgrade. Pare che il tizio si sia accorto che nella produzione metal, ogni tanto, esiste anche il basso. E si sente eccome, e Felipe, come svegliatosi da un coma durato anni, mostra cosa può dare alla musica un virtuoso del basso.

E i pezzi, chiederai? Per fortuna sono tornati i brani veloci e da inno, pieni di doppia cassa e ritornelli melodici,  che dai dischi dopo Aqua mancavano da morire. Il primo singolo Ride Into the Storm è già un esempio del genere, altri tre pezzi vanno nella stessa direzione, e il mio preferito è Generation Warriors. 

Sorprendentemente, il pezzo meno espressivo e un po’ stanco è proprio la title track.

La parte principale del disco è fatta dalle tipiche miscele prog/power movimentate degli Angra, intrecciate con ritmi latini e scorci di world music, il cui rappresentante più tipico è Vida Seca con il cantante ospite Lenine. Il picco dell’album è la cacofonia progressiva Faithless Sanctuary, dove si intrecciano schemi stravaganti di doppio pedale, un basso ruggente, frasi di chitarra scintillanti e allo stesso tempo misteriose e Fabio con le sue linee vocali affascinanti. Sì, proprio quel Fabio del primo paragrafo di questa recensione. Il tipo semplicemente sembra calmo, rilassato, come se avesse finalmente trovato il suo posto nell’universo. E così ha portato questa nuova versione degli Angra a un livello superiore.

A chiudere il tutto ci pensa un cupo duetto con l’onnipresente (ah, ah) Amanda Somerville, Tears of Blood. Questo suona molto alla Nightwish, ma allo stesso tempo non perde la sua identità Angra. Qui Fabio usa i registri più bassi, da baritono, che completano alla perfezione la voce operistica di Amanda.

La durata del disco è di 58 minuti perfetti, i pezzi oscillano tra i cinque scarsi e i sei buoni minuti, quindi non ti annoi mai.

Questo disco è così bello che dopo tanto tempo ho una gran voglia di vedere gli Angra dal vivo, spero che passino da queste parti.

Visto che Dave a quanto pare ha cacciato dalla band un altro chitarrista, dopo Maiden e Helloween forse ci aspetta un altro «triple axe attack». Sarebbe un manicomio vivente, ve lo dico io!

Autore: Igorac

Tracklist/Elenco dei brani:
1. Cyclus Doloris
2. Ride Into The Storm
3. Dead Man On Display
4. Tide Of Changes – Part I
5. Tide Of Changes – Part II
6. Vida Seca
7. Gods Of The World
8. Cycles Of Pain
9. Faithless Sanctuary
10. Here In The Now
11. Generation Warriors
12. Tears Of Blood

Line-up/Formazione:
Fabio Lione – vocals/voce
Rafael Bittencourt – guitars & additional vocals / chitarra, cori
Marcelo Barbosa – guitars / chitarra
Felipe Andreoli – bass guitar / basso
Bruno Valverde – drums / batteria

Additional vocals/Voci aggiuntive:
Fernanda Lira
Angel Sberse
Karina Menascé
Mayara Puertas
Vanessa Moreno (5,10)
Lenine (6)
Amanda Somerville (12)

Juliana D’Agostini – pianoforte (12)


Angra – “Cycles Of Pain” (Atomic Fire Records, 2023)
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