`Apocalypse Now` con Primal Fear e Riot V: invasione nel Salisburghese! (2018)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Salisburgo / Rockhouse / Austria
Data del concerto: 02.10.2018
Numero di spettatori: 450
Anche se con gli anni ci arricchiamo dentro e intanto scopriamo ed esploriamo piano piano un sacco di territori musicali, dove l’unica cosa che conta è se la musica è buona o no, resta comunque qualcosa di innegabile. Emozioni, passioni che generano appartenenza e oso dire anche fedeltà. Quella fino alla tomba. Anche se gli anni in cui tremavo da capo a piedi quando i Primal Fear partivano in tour sono ormai lontani, in qualche modo mi sento ancora legato a loro e li seguo con regolarità. Se poi se ne escono pure con un ottimo nuovo disco in studio, come nel caso del nuovo album »Apocalypse«, il legame con la band si fa ancora più intenso.
E se al tour si aggiungono anche i Riot V, legittimi eredi della leggendaria band newyorkese, da sempre celebre per la raffinatissima meccanica heavy metal di vecchia scuola, e che ti riportano alla mente i tempi in cui la formazione, sotto il classico nome Riot, era guidata dal compianto chitarrista Mark Reale e si fermò a fine gennaio del 2000 al K 4 di Lubiana, il momento nostalgia è ancora più denso e ti chiama irresistibilmente a un nuovo incontro dal vivo.
No, non ce l’abbiamo fatta ad aspettare l’arrivo di Primal Fear e Riot V al CUK Kino Šiška di Lubiana, dove le due band suonano domenica 21.10.2018. Visto che la data di Salisburgo era in scaletta quasi tre settimane prima, che Salisburgo è sempre a due passi da Lubiana e che il Rockhouse per noi è da sempre un club caldissimo e di casa, ci siamo messi in moto alla svelta verso il Salisburghese. E allora? Ci siamo divertiti. Senza uno Stiegl in mano, ma a sostituirlo degnamente ci ha pensato un Weihenstephanner, non meno di frumento.
Poco prima delle otto e mezza di sera sul palco già spaccavano tutto i revivalisti heavy metal francesi Existance, con un’ispirazione esemplare e ben percepibile all’eredità della NWOBHM. La band non è proprio acerba. Esiste dal 2008 e in tasca ha due album in studio, ovvero »Steel Alive« (2014) e l’attuale »Breaking the Rock« (2016). Per la prova che il quartetto sa il fatto suo non c’è stato da aspettare molto. Il motore principale della band, cioè il chitarrista e cantante Julien Izard, riesce a lasciare un’impressione solida. Ha una voce piacevole e in sintonia con un riffing comunque veloce e affilato. La band, nonostante Julien sia inchiodato al microfono, resta comunque agile sul palco e ha sfruttato con abilità il palchetto, riprendendo un po’ di nomenclatura teatrale dalle band degli anni Ottanta (Iron Maiden). Julien è affiancato dall’altro chitarrista Antoine Poiret, con cui si divide gli assoli. I riff sono spesso abbelliti da armonie in terze, il che non è una rivoluzione. Insomma. Gli Existance non sono davvero una rivoluzione musicale, né sono così scatenati e sfrenati come, che so, i belgi Evil Invaders. Tutt’altro che dare l’idea di ragazzacci. Sono passati i primi solidi trenta minuti di piacevole compagnia con una band sicura e carica, che affronta tutto con impegno e perciò è molto convincente.
Quella sera sul posto c’erano parecchi fan accesi dei Riot. Oggi l’eredità di questa leggendaria band americana di culto vive e prosegue, con successo, sotto il nome Riot V. Della squadra fanno parte, tra i contemporanei di Mark Reale, lo straordinario chitarrista Mike Flyntz e il granitico bassista Don Van Stavern, mentre la formazione è completata dal giovane e talentuoso Nick Lee alla chitarra, che è allievo di Flyntz, dall’espertissimo padrone dei doppi pedali Frank Gilchriest (ex-Virgin Steele) e dall’incredibile urlatore Todd Michael Hall. I Riot V, come nei nostri precedenti incontri con la band ai festival Metaldays e Bang Your Head!!!, hanno stregato il pubblico con un affiatamento eccezionale, una grinta sul palco implacabile e tutto il voltaggio a ottani con cui quella sera hanno fatto tremare il Rockhouse. Quando guardi Flyntz, capisci subito che è un tizio che, quanto a mestiere con la chitarra, è uno sciamano del suo lavoro. Solo una volta si è un po’ distratto, quando è andato dietro l’asta del microfono di Hall per annunciare un pezzo e nel frattempo ha fatto tardi a raggiungere il suo footswitcher, con il risultato che si è »addormentato« sul riff d’apertura, ma per il resto la sua prestazione resta una vera e propria favola di approccio alla scuola classica dell’heavy metal. La band ha ovviamente presentato il nuovo album in studio »Armor of Light«, che come il predecessore »Unleash the Fire (2014)« è un risultato eccellente, ma noi tutti aspettavamo soprattutto le indimenticabili caramelline create dalla band negli anni Ottanta, Settanta e anche Novanta. Con l’immancabile Bloodstreets, una delle composizioni più belle del repertorio di ferro della band, e con il supporto dell’attesissimo standard Johnny’s Back, la chiusura di un’ora di tempesta con la band è toccata alla »sacra trinità« Warrior, Swords & Tequilla e ovviamente all’obbligatissima Thundersteel. Già all’inizio ci ha fatto una piacevolissima sorpresa la classica Road Racin’ da »Narita« (1979), poco dopo hanno suonato la quarta classica in tutto da Thundersteel, Flight of the Warrior, e ci hanno spiazzati del tutto inserendo la fantastica Angel Eyes dall’eccellente ma un po’ trascurato »Inishmore« (1998). Take Me Back, brano ripescato dal predecessore »Unleash the Fire«, scorre benissimo tra i classici e sembra un pezzo scritto nella prima metà degli anni Ottanta, mentre la solida posizione dei Riot V sulla mappa di tutto il metal l’hanno consolidata ovviamente i pezzi nuovi, in linea di massima con l’apertura di Victory, poi Angel’s Thunder Devil’s Reign e Caught In A Witche’s Eye. La band cambia di continuo il repertorio. A ogni concerto sostituisce fino a cinque pezzi, mantenendo però i classici del repertorio di ferro.
I Riot V sono una band eccezionale. Lo ha confermato la nuova esperienza live con loro. Del resto sono appena arrivati direttamente dal tour giapponese per unirsi al nuovo tour europeo con i Primal Fear. Potrebbero suonare due ore e mezza, tanto repertorio studiato hanno, e invece no. Per potersi presentare a un numero almeno decente di spettatori sui palchi europei, devono per forza »agganciarsi« a un nome più grosso della mappa metal. Così va. Ma è una band che in Europa dovrebbe fare un tour da headliner.
I Primal Fear sono una squadra di musicisti incredibilmente esperti e rodati. La band l’hanno fondata nel 1996 due figure iconiche del metal tedesco, Mat Sinner e Ralf Scheppers, che anche nella nuova era si dividono tutte le funzioni da capo del gruppo. Al momento della nascita della band il power metal era in piena ascesa. Scheppers, rimasto di colpo senza lavoro dopo tre album con i Gamma Ray, ha fatto prima un’audizione come nuovo cantante dei Judas Priest e, non avendo trovato lì il posto, con Sinner ha avviato i Primal Fear. L’omonimo debutto della band, uscito nel 1998, è considerato uno degli album fondamentali che, insieme al debutto degli HammerFall, ha contribuito all’allora inatteso boom del power metal, ovvero alla sua popolarizzazione. La ricetta musicale cementata, però, nel 2007 con »New Religion« ha cominciato ad acquisire nuove qualità. I Primal Fear sono diventati più concilianti con gli arrangiamenti orchestrali, si sono intensificati anche gli arrangiamenti di tastiere, e le composizioni sono diventate sempre più dinamiche. Il power metal tirato a lucido, che naturalmente attinge al tesoro dei Judas Priest, si è così rinfrescato, e la band fino al 2018 ha messo in fila una serie di album di qualità, con l’ultimo tra questi, cioè il recente »Apocalypse«, considerato uno dei migliori album dei Primal Fear dopo »Seven Seals«.
La band, che ufficialmente è un sestetto, dal vivo funziona come quintetto. Il sesto membro, cioè lo svedese Magnuss Karlsson, che resta a casa per l’eccesso di lavoro, è un elemento integrante negli arrangiamenti e nella composizione di tutta la nuova musica dei Primal Fear. Da anni ricorrono a basi preregistrate, perché i tempi dell’arrangiamento più semplice, in cui la band poteva ricostruire sul palco la versione in studio di un singolo brano con delle tastiere di supporto, sono ormai lontani.
Quella sera è stato bellissimo vedere il Rockhouse pieno. Non erano i Saxon. Con loro è abitudine che il club scoppi. L’organizzatore all’inizio temeva persino di dover far svolgere il concerto nel bar, come hanno dovuto fare lì a gennaio di quest’anno i Rage e il celebre chitarrista di Ozzy, Gus G, con i suoi Firewind. Invece i Primal Fear hanno radunato quasi 500 persone, il che per il pubblico austriaco, viziato e sazio di ogni ben di Dio, è degno di grandi lodi. Il pubblico austriaco, sempre un po’ trattenuto, ha partecipato in modo concreto durante il concerto con la band. Ralf ha dovuto stuzzicarlo di continuo, ma ha sempre risvegliato con efficacia la comunità di buon umore. Scheppers resta straordinario e quindi ancora uno dei più grandi fenomeni vocali di tutta l’era del power metal tedesco. Lo aiuta certo un »effetto eco ispessito« dal mixer, e Ralf non è più un ragazzino. Ma rispetto alla prova meno sicura di due anni fa a Vienna, ha cantato davvero a un alto livello. Il resto della squadra non è meno rodato. I due chitarristi, visto il palco un po’ più piccolo, hanno fatto meno duelli spalla a spalla, ma Beyrodt e Naumann hanno ancora una volta giustificato tutta la loro superiorità solistica, stupendo al contempo con un affiatamento incredibile. Soprattutto negli assoli divisi nei passaggi mid eight o semplicemente per armonizzare i riff in terze. Il bassista Mat Sinner ha messo su ancora qualche chilo, resta naturalmente un solido supporto vocale per Ralf, e la loro opposizione vocale diametrale continua a fare meraviglie nelle armonie. Niente di tutto questo sarebbe possibile senza Francesco Jovino alla batteria, che è finalmente un batterista che si è »attaccato« alla formazione, riempiendo il vuoto lasciato da Randy Black.
I Primal Fear hanno servito una scaletta molto equilibrata. Come previsto, a farla da padroni sono stati i pezzi nuovi, tra cui spicca soprattutto la superba Eye of the Storm, ma hanno anche sorpreso non poco inserendo alcuni pezzi un po’ dimenticati della carriera, come »Jaws Of Death«, classica da Under Your Spell. I momenti di »New Religion« sono sempre accolti calorosamente. Dopo l’ottima Face the Emptiness, i Primal Fear ci hanno sorpresi enormemente con il bis, affrontando una delle composizioni più ambiziose della loro carriera, l’eccezionale mini suite Fighting the Darkness. Eseguita per intero! La band aveva già in apertura sollevato il pubblico con due sempreverdi assoluti, Final Embrace e Chainbreaker. C’erano poi i pezzi del repertorio di ferro Nuclear Fire e la conclusiva Metal Is Forever. I Primal Fear hanno consegnato il picco proprio alla fine. Con l’ottima Running in the Dust, tornando così al debutto »Primal Fear« (1998). Per l’ironia e il buonumore durante i concerti dei Primal Fear si occupa sempre l’incontenibile Tom Naumann, l’uomo senza il quale i Primal Fear semplicemente non sarebbero i veri Primal Fear.
Ottimo sotto ogni punto di vista. Se sei arrivato a leggere fin qui, spero di cuore che queste righe, da amante dei suoni pesanti rifiniti alla vecchia maniera heavy metal, ti portino insieme a una folla enorme al concerto di Primal Fear e Riot V a Lubiana, annunciato per domenica 21.10.2018. È infatti la comunione metallica obbligatoria di questo autunno in Slovenia.
Scaletta
RIOT V:
1. Victory
2. Flight Of The Warrior
3. Road Racin’
4. Johnny’s Back
5. Caught In A Witches Eye
6. Angel Eyes
7. Bloodstreets
8. Take Me Back
9. Angels Thunder, Devil’s Reign
10. Swords & Tequilla
11. Warrior
12. Thundersteel
PRIMAL FEAR:
1. Apocalypse (taped intro)
2. Final Embrace
3. Chainbreaker
4. Blood, Sweat & Fear
5. Face the Emptiness
6. Hounds of Justice
7. The Ritual
8. Under Your Spell
9. Nuclear Fire
10. Eye of the Storm
11. King of Madness
12. The End Is Near
13. When Death Comes Knocking
14. Metal Is Forever
—bis—
15. Fighting the Darkness
16. Running in the Dust
17. Born Again (taped outro)
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