Apostrophe (‘)
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Zappa, Frank
Etichetta: Rykodisc Records
Uscita: 1974
Voto: 5/5
Una notte del 1974 Frank è precipitato in un sogno bizzarrissimo (e verrebbe da chiedersi se un tipo strano, in musica e fuori, del suo calibro potesse sognare qualcos’altro) su uno strano incontro tra un eschimese e un cacciatore di pellicce. La loro drammatica resa dei conti, con tanto di palla di neve gialla sparata dritta negli occhi di un trapper decisamente troppo molesto, è diventata col tempo un altro dei mille aneddoti indimenticabili nella vita di questo musicista indimenticabile.
La conseguenza principale di quel sogno così colorito è stata la nascita di un (quasi) concept, trovata da maestro, intitolato “Apostrophe”, uno dei suoi lavori migliori in una carriera incredibilmente varia e movimentata. Con “Apostrophe” Frank ha ottenuto proprio quello che in fondo non aveva mai voluto davvero – il primo singolo di successo e l’ingresso in classifica con la versione accorciata del classico “Don’t Eat The Yellow Snow”, oltre al più grande successo commerciale della sua carriera. Il boom commerciale l’aveva già sfiorato, con altrettanta classe, il predecessore “Over-Nite Sensation” (1973), ma con “Apostrophe” è arrivato addirittura al decimo posto della classifica americana e al disco d’oro. Senza dubbio un altro risultato spassosamente grottesco per un musicista unico come Frank, che ha fatto andare su tutte le furie soprattutto chi era convinto che i suoi esperimenti perlopiù avanguardisti non avrebbero mai conquistato le grandi masse, per non parlare dei sedicenti custodi della pubblica morale.
Per molti versi “Apostrophe” prosegue la strada imboccata dal predecessore “Over-Nite Sensation”, anche se, com’è tradizione in casa Zappa, resta un lavoro del tutto a sé. Vuol dire che anche stavolta ha messo sul fuoco un calderone di zuppa divertentissima, fatta soprattutto di brani più brevi che riflettono il marchio di fabbrica dell’umorismo zappiano, goliardico e sfacciato, e di arrangiamenti spiritosi da morir dal ridere. I temi dei testi, ovvero del quasi-concept, sono come al solito grotteschi, monelleschi e oscuri al punto giusto. Insomma, nella migliore tradizione.
Come sempre nel caso di Frank, il sound dell’album non si lascia infilare in un genere preciso, ma il modo più semplice per descriverlo è come una miscela unica di elementi di progressive rock, avanguardia, hard rock, pop rock, jazz rock fusion e, ovviamente, della grottesca musicale zappiana, per la quale il termine migliore resta rock comico. Oltre a Frank, sul disco torna a collaborare un’intera plejade di nomi illustri. Citiamo qui solo quelli che con il loro contributo hanno avuto un ruolo chiave nel quadro complessivo dell’album.
Neanche stavolta sono mancati i favori dei vecchi collaboratori, come i coniugi Underwood al sassofono e alle percussioni, le opere versatili uscite dalle dita del tastierista George Duke, il contributo jazzistico e sbarazzino del violinista Jean-Luc Ponty e i colpi vertiginosi di Aynsley Dunbar, di ritorno alla batteria. D’altra parte sul disco si sono fatti notare anche i nuovi arrivati, come Napoleon Murphy Brock al sassofono e ai cori (negli anni sarebbe diventato uno dei pupilli di Frank), il batterista dalla cultura sconfinata Jim Gordon (nella carriera ha collaborato con una marea di grandi nomi, ma ricordiamo solo George Harrison ed Eric Clapton) e il bassista dei Cream Jack Bruce, per il quale questa fu l’unica collaborazione con Frank, anche se oggi di questa esperienza interessantissima ricorda ben poco. Curioso che le versioni di Frank e di Jack sulla loro collaborazione in questo disco siano completamente opposte. Mentre Frank sostiene che Jack suonò il basso nella jam collettiva (la title track), dove alla batteria c’è anche Jim Gordon, Jack sostiene di aver suonato nell’album di maggior successo commerciale di Frank una sola parte, e per giunta al violoncello. Visto che in quella jam si sente chiaramente, dall’inizio alla fine, il tocco inconfondibile di Bruce al basso, simile a quello dei tempi dei Cream, la versione di Frank mi sembra di gran lunga più credibile.
Questa bella compagnia musicale, quasi tutti con carriere sosoliste o in altre band di successo negli anni a venire (molti di loro devono la propria notorietà proprio a Frank), ha messo insieme una combinazione comica da killer di elementi scherzosi di jazz rock fusion, hard rock, pop e dei soliti manierismi satirici zappiani. Di improvvisazioni jazz, a parte la jam della title track, non c’è traccia, e anche questa è una delle ragioni del grande successo commerciale del disco. Frank in persona ha suonato, alla sua solita maniera da maestro, la maggior parte delle parti di chitarra (alla ritmica gli ha fatto compagnia il vecchio amico Tony Duran) e il basso, e ha cantato tutte le voci principali, che come al solito raccontano brevi aneddoti satirici.
Trattandosi di un album quasi-concettuale, due parole sul concept vanno spese, se non altro per la sua comicità e originalità. L’idea, che si regge sui sogni di Frank, riguarda soltanto i primi quattro pezzi, poi prende una piega stranissima che non c’entra più niente con quei sogni e che sarebbe inutile spiegare, perché a molti risulterebbe incomprensibile, anche se contiene una serie di ottime burlesque.
Ecco una breve descrizione del concept centrale, che nasce dai sogni di Frank. In essi un eschimese di nome Nanook la fa pagare cara a un trapper che spunta con la sua brutta faccia da dietro l’igloo e comincia a tormentare il cucciolo di foca preferito di Nanook, per poterne scuoiare la pelliccia. Nanook risponde alle angherie del trapper tirando in faccia all’intruso un pugno di neve gialla (il giallo è il risultato letale di settimane di pipì di husky) e lo acceca (“Don’t Eat The Yellow Snow” e “Nanook Rubs It”). Quando il trapper, umiliato, si riprende un po’, si ricorda di un’antica leggenda eschimese e attraversa la tundra verso la chiesa locale di St. Alfonzo. Lì, insieme a padre O’Blivion, comincia a tramare la sua vendetta, e nel frattempo gli viene voglia di frittelle fresche per colazione (“St. Alfonzo’s Pancake Breakfast” e “Father O’Blivion”). A questo punto il concept prende una piega davvero strana e si trasforma in una serie di brevi aneddoti umoristici che non hanno un vero filo comune. Curioso che l’intera suite concettuale non sia mai stata finita.
Musicalmente l’album brilla dall’inizio alla fine, e ogni pezzo è una storia a parte, di cui si potrebbe discutere per ore e ore e scrivere interi romanzi. L’apripista da maestro “Don’t Eat The Yellow Snow” è il cuore dell’album e uno dei classici zappiani più amati. Tra gli effetti di un vento (gelido e siberiano) che soffia si infila un riff di chitarra scatenatissimo e un po’ funky, insieme a tanti birbanti passaggi di batteria. Non mancano la performance vocale sarcastico-comica di Frank, arricchita da tanti cori che raccontano in modo magistrale l’aneddoto di cui sopra, e il brano dà il meglio di sé nel ritornello finale, sempreverde e dispettoso. Segue il passaggio diretto al seguito del concept, “Nanook Rubs It”, dove le risate si allargano di nuovo a dismisura tra arrangiamenti “spezzati” e le smorfie vocali di Frank sulla palla di neve color giallo dritta “nella testa vuota”. Non mancano scherzosi inserti strumentali di xilofono, ricca batteria di percussioni e pianoforte, per non parlare delle acrobazie chitarristiche di Frank, con in testa gli assoli geniali nella loro comicità. Il finale di sassofoni e cori è semplicemente geniale.
“St. Alfonzo’s Pancake Breakfast” è un breve momento di pura grottesca avanguardistica jazz rock fusion, con arrangiamenti spiritosi di percussioni, xilofono e ottoni e con la descrizione vividissima di Frank delle tante attività dietro le quinte nella chiesa di St. Alfonzo. Un passaggio eccellente verso il leggermente caotico “Father O’Blivon” è aperto da una ritmica splendida e carica, adagiata su passaggi di chitarra. Anche qui non mancano effetti scherzosi di tastiere e percussioni e canto burlesco (a un certo punto scopriamo che padre O’Blivion è un gran pervertito). Particolarmente divertente il passaggio alla sezione finale esotica, quasi caraibica, di percussioni e voci. Segue un altro classico indimenticabile, “Cosmik Debris”, il cui testo contiene tante allusioni ai lavori passati di Frank (si cita per esempio la polvere dell’album “The Grand Wazoo“, 1973), ma anche il Mystery Man, l’uomo misterioso. In sostanza è un pezzo hard rock con un riff di chitarra centrale marcato e succosissimo, un assolo eroico e cori femminili erotici. In mezzo, ovviamente, non mancano tanti suoni scherzosi, svolte strumentali e le solite smorfie vocali di Frank, sempre intelligentemente divertenti.
Un capitolo a parte (soprattutto per il testo) è anche “Excentrifugal Forz”, che mette insieme una combinazione carica di passaggi di chitarra “da ubriachi”, percussioni giocose e suoni elettronici di tastiera dal sapore avanguardista. Segue la prelibatezza strumentale della title track, “Apostrophe”, una jam eccezionale nell’asse Zappa-Bruce-Gordon, che mette in mostra le migliori qualità strumentali di tutti e tre i maestri. Mentre Zappa brilla con i suoi passaggi imprevedibili e scherzosi, si sentono sempre chiare le parti melodiche del basso di Bruce e la prova di Gordon alla batteria, da togliere il fiato, eclettica e a tutta botta.
Segue un contrasto straordinario con l’ottima ballata “Uncle Remus”, che con i suoi arrangiamenti di pianoforte di buon gusto, una melodia meravigliosa costruita sulla voce di Frank e sulle armonie femminili di accompagnamento crea una magia indimenticabile. Questo pezzo è quasi un unicum nella carriera di Frank. Con il suo testo condanna la discriminazione razziale, non solo ai danni del vecchio ebreo Remus e del suo naso, ma in modo leggero e intelligente condanna tutti quelli che prendono in giro chi è un po’ diverso dalla maggioranza. Rappresenta così uno dei rari momenti “seri” della carriera di Frank, in cui nella musica, nel testo e perfino nell’interpretazione vocale si avverte la sua sincera partecipazione, e non il solito scherno sugli stereotipi (americani). Figlio di genitori di origini miste, ha sempre avuto sensibilità per questo tipo di problemi sociali, e allo stesso tempo ha demolito con successo gli stereotipi consolidati. La burlesque finale “Stink- Foot” è un mix spassosissimo di spezie progressive rock, a metà strada tra blues, hard rock e jazz fusion. È costruita su un tempo lento, con accompagnamento di pianoforte, passaggi di chitarra da ubriachi e teatro vocale burlesco. Rappresenta anche l’unico momento di umorismo da bagno dell’album, visto che il testo gira in sostanza intorno al litigio di due coniugi per i piedi puzzolenti del marito e per il loro barboncino, che li annusa e poi, postumo, allunga tutte e quattro le zampe.
“Apostrophe” occupa un posto altissimo nell’apparentemente infinito catalogo di Frank. Non pochi lo considerano addirittura il suo album migliore, e non c’è proprio da stupirsi. Il grande successo commerciale del disco, data la struttura più accessibile dei singoli brani rispetto alla maggior parte della produzione precedente di Frank, nonostante la bella dose di ornamenti avanguardistici e di autentico umorismo zappiano, in fondo non è stato davvero una sorpresa. Qualcosa ha sicuramente contato anche il fatto che stavolta ha evitato del tutto le satire politiche, avvolgendo la satira sociale dei testi in modo così raffinato che solo i più attenti riescono a coglierla.
Con “Apostrophe” il grande pubblico non ha cominciato a scoprire e rispettare davvero questo genio della musica, come avrebbe senza dubbio meritato, ma Frank ha avvicinato (non di proposito, ovviamente) un po’ di più al mondo le sue visioni e i suoi esperimenti, regalandoci allo stesso tempo uno dei suoi apici creativi. Ci sono alcuni, soprattutto i più innamorati dei suoi lavori giovanili, più avanguardisti, che gli rimproverano perfino questa (temporanea) pace con il grande pubblico musicale e considerano la trilogia “hard rock” (“Over-Nite Sensation”, “Apostrophe” e “One Size Fits All”) una specie di tradimento, ma il vero “fanatico” di Zappa sa apprezzare allo stesso modo tutti i periodi della sua carriera. L’unico “difetto” dell’album è la durata piuttosto breve (poco più di mezz’ora), mentre tutto il resto è pura opera d’arte. Un disco da avere nella collezione di ogni casa? Ancora ve lo chiedete!
Formazione
Frank Zappa – voce, chitarra, basso
Tony Duran – chitarra ritmica
Jack Bruce – basso
Erroneous – basso
Tom Fowler – basso
George Duke – tastiere, cori
Don “Sugarcane” Harris – violino
Jean-Luc Ponty – violino
Ruth Underwood – percussioni
Ian Underwood – sassofono
Napoleon Murphy Brock – sassofono, cori
Sal Marquez – tromba
Bruce Fowler – trombone
Jim Gordon – batteria
John Guerin – batteria
Aynsley Dunbar – batteria
Ralph Humphrey – batteria
Kerry McNabb- cori
Susie Glower – cori
Debbie – cori
Lynn – cori
Ruben Ladron De Guevara – cori
Robert Camarena – cori
Produzione
Frank Zappa
Tracklist
1. Don’t Eat The Yellow Snow (2:07)
2. Nanook Rubs It (4:37)
3. St. Alfonzo’s Pancake Breakfast (1:50)
4. Father O’Blivion (2:18)
5. Cosmik Debris (4:14)
6. Excentrifugal Forz (1:33)
7. Apostrophe’ (5:50)
8. Uncle Remus (2:44)
9. Stink-Foot (6:32)
Durata dell’album: 31:45