Arcadia: So Red The Rose

Parlophone Records 1985
0 98

Etichetta: Parlophone Records
Data di uscita: 18. 11. 1985
Produzione: Alex Sadkin & Arcadia
Durata dell’album: 43.36 min
Genere: New-Wave / Art Rock
Voto: 10/10


Gli Arcadia erano un side project nato nel 1985 per mano di tre membri degli eroi new romantic Duran Duran: il cantante Simon Le Bon, il tastierista Nick Rhodes e il batterista Roger Taylor. Mentre Andy e John Taylor, gli altri due del classico nucleo dei Duran Duran, si buttavano nel supergruppo Power Station, che puntava per lo più su suoni rock duri e funk, i tre compagni di merende appena citati erano decisi a esplorare orizzonti più ampi del sound new romantic, aggiungendoci un pizzico di fascino più sperimentale, art rock. Gli Arcadia erano insomma, sotto molti aspetti, un’evoluzione del sound tradizionale dei Duran Duran, il che non vuol dire affatto che, avventurandosi più a fondo in nuovi territori musicali, questa direzione un po’ diversa sia diventata meno interessante per le grandi masse che di solito giuravano sul pop rock.

Nella maggior parte dei brani di “So Red the Rose” si sente chiaramente che la band si spingeva in territori in cui, sotto il nome Duran Duran, non avrebbe osato mettere piede, rischiando un bel tonfo commerciale. Nonostante l’album abbia una carica art rock evidente, con un’ampia gamma di elementi electropop, ambient, jazz e perfino world music, ha raggiunto il disco di platino e, con “Election Day”, “The Promise”, “The Flame”, “El Diablo” e “Goodbye Is Forever”, ha sfornato ben quattro singoli di successo. L’unico singolo degli Arcadia a non riuscire a entrare in classifica è stato “Say the Word”, uscito come parte della colonna sonora del film “Playing for Keeps”.

Si sente eccome il contributo di tanti ospiti straordinari, per lo più leggendari, come il chitarrista/cantante David Gilmour (Pink Floyd), il cantante/bassista Sting (ex-The Police), il tastierista Herbie Hancock (ex-Miles Davis), il chitarrista Carlos Alomar (noto soprattutto per la collaborazione con David Bowie), la cantante Grace Jones, il sassofonista Andy Mackay (Roxy Music) e il bassista Mark Egan (noto soprattutto per il lavoro con il Pat Metheny Group). Quest’ultimo, con il suo tocco delicatissimo al basso fretless, brilla in modo particolare in “The Promise”, “El Diablo” e “Lady Ice”, le ultime tre tracce del disco. È anche “colpa” loro se l’album ha un sound così ricco e pieno: ognuno porta nel sound new romantic le proprie inconfondibili influenze musicali.

Già l’opener “Election Day”, il brano più famoso del disco, che ancora oggi gode di un’ampia rotazione radiofonica, è un amalgama di tante spezie sonore diverse aggiunte al romanticismo new wave con cui Simon, Nick e Roger facevano impazzire tutti negli anni Ottanta da membri dei Duran Duran. Vale soprattutto per gli inserti di sassofono firmati Andy Mackay, che regalano al pezzo una bella dose di pomposità alla Roxy Music. La narrazione dal tono arrogante della Grace Jones di allora, popolarissima e provocatoria, aggiunge un ulteriore tocco di glamour. Il ritornello, in pieno stile Duran Duran dei tempi d’oro, ti entra nelle orecchie senza fatica, mentre l’ampia tavolozza di texture di sintetizzatore di Rhodes è fondamentale per evocare quel sound new romantic che portava alla loro musica eserciti di ascoltatori.

Anche “Keep Me in the Dark” flirta senza pudore con elementi art rock di cui non si vergognerebbero nemmeno dei Japan, soprattutto negli esperimenti con articolate trame elettroniche attraverso cui scorre la voce di Le Bon, stavolta un filo paranoica. Un gradino più spensierato in generale, ma altrettanto malinconico nel ritornello, “Goodbye Is Forever” è intriso di funk e dance. Sullo sfondo scorrono splendide, maestose cortine ambient a base di sintetizzatori, che alzano ancora di più l’incredibile melodramma di questo brano eccellente.

L’enigmatica “The Flame” è un altro esempio di raffinatezza new wave con elementi dance, in cui un ritornello maestoso, grazie a un astuto linguaggio percussivo, torna ogni volta in primo piano in modo intelligente. “Missing” è una ballata enigmatica con rilassati inserti di sassofono sullo sfondo, una specie di quiete, se non proprio un preludio, prima della parte finale del disco. Fa quasi fatica a credere, con una qualità così diffusa in ogni brano, eppure era solo il riscaldamento prima del pezzo migliore dell’album.

Dopo il breve strumentale “Rose Arcana”, dove regnano suoni ambient-elettronici, su una linea di basso fretless incredibilmente affiatata e succosa entra infatti il capolavoro ultraromantico “The Promise”, un esempio di prima classe di perfezione art rock-ambient. Questa gemma sempreverde è così rifinita sotto ogni profilo sonoro che nemmeno un’affermazione audace come questa si può smentire: è semplicemente il miglior brano della loro carriera. Varrebbe anche se fosse uscita a nome Duran Duran. Tutto, dal primo all’ultimo secondo, è pura perfezione, mentre l’equilibrio ambient tra la melodia centrale e gli inserti sperimentali è a un livello così alto che anche dopo più di vent’anni lascia a bocca aperta i palati musicali più esigenti. In primo piano c’è una linea di basso fretless grooveggiante ma delicatissima, che lega insieme le articolate cortine ambient e le astute trame elettroniche che scorrono malinconiche sullo sfondo. Il tutto tocca il culmine nell’epico ritornello, quando a Le Bon si unisce nell’armonia vocale di accompagnamento il signor Sting. Aggiungici i suoni lacrimosi della slide di Gilmour che, con l’aiuto del sassofono, alzano ancora di più la romantica e malinconica atmosfera dal retrogusto più che evidentemente celtico. Il risultato è una delle migliori canzoni rock di tutti i tempi, che ancora oggi, purtroppo, resta ingiustamente ignorata in modo criminale. Dopo questo apice arrivano ancora due brani eccellenti e del tutto unici.

Il primo è l’hit dal sapore latino “El Diablo”, dove si gioca con elementi di world music, come testimoniano al meglio il violino sbarazzino e il suono spensierato dei flauti andini. Anche qui gli Arcadia conquistano con un ritornello seducente e ipnotico, piantato su una base di chitarra acustica latina e flauti peruviani. È un bell’esempio di innovazione e uno dei primi casi di fusione riuscita tra pop rock e world music. La conclusiva “Lady Ice”, come “The Promise”, con i suoi oltre sette minuti è un altro dei vertici art rock del disco. Una lunga intro ambient su un suono elettronico e metallico di sintetizzatori si trasforma a poco a poco in una melodia malinconica e fragilissima, con un ritornello inconsolabile. La descrizione migliore di questo ottimo ibrido tra art rock e new wave è che suona come quello che salterebbe fuori se chiudessi nella stessa stanza Duran Duran, Japan e Roxy Music.

“So Red the Rose” è un esemplare unico di raffinatezza new romantic e un’entusiasmante evoluzione del solito linguaggio dei Duran Duran, dove new wave e art rock si danno la mano in armonia, ma purtroppo è anche un capolavoro fin troppo spesso dimenticato quando si parla dei migliori album degli anni Ottanta. Simon Le Bon ha dichiarato in una certa occasione che gli Arcadia sono stati il progetto più pomposo a cui abbia mai partecipato, un’uscita che era solo espressione della sua sfiducia nelle proprie capacità, prova di orizzonti ristretti e una delle ragioni principali per cui come Arcadia hanno pubblicato un solo album. Di sicuro è il miglior album che i Duran Duran non abbiano mai fatto, e merita l’attenzione anche di chi, più che per new wave e pop rock, va matto per l’art rock. Pensare che oggi esista una band pop rock capace di fare album che mandano in visibilio le ragazzine e i ragazzini, di restare in vetta alle classifiche e, nel “tempo libero”, di sfornare anche album art rock di altissimo livello che fanno leccare i baffi ai palati musicali di ogni generazione, ovviamente si può solo sognarlo.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. Election Day
2. Keep Me in the Dark
3. Goodbye Is Forever
4. The Flame
5. Missing
6. Rose Arcana
7. The Promise
8. El Diablo
9. Lady Ice

Formazione:
Simon Le Bon – voce
Nick Rhodes – tastiere
Roger Taylor – batteria

Musicisti ospiti:
Sting – voce nel brano n. 7
Grace Jones – voce narrante nel brano n. 1
David Gilmour – chitarra nel brano n. 7
Carlos Alomar – chitarra
Herbie Hancock – tastiere nel brano n. 7
Andy Mackay – sassofono
Mark Egan – basso
David Van Tieghem – percussioni
Rafael DeJesus – percussioni
Manu Katche – percussioni
Steve Jordan – batteria e percussioni aggiuntive nel brano n. 9
Wendel Jr. – programmazione della batteria
Jean-Claude Dubois – arpa
Masami Tsuchiya – violino
Pierre Defay – violino


Arcadia – “So Red The Rose” (Parlophone Records, 1985)
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie