Avantasia : Moonglow

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Etichetta: Nuclear Blast Records
Data di uscita: 15.02.2019
Produzione: Sascha Paeth & Tobias Sammet
Durata dell’album: 66.45 min
Genere: Symphonic Power Metal


«Moonglow» è l’ottavo album in studio del progetto Avantasia. Un progetto votato alla fusione tra musica classica e heavy  metal, o più precisamente euro power metal. Insomma, ci troviamo davanti all’ottava storia di metal opera, uscita dalla penna del motore creativo e visionario del progetto, il musicista prodigio, compositore e arrangiatore Tobias Sammet, noto ai più anche come la figura di punta dei power metaller tedeschi Edguy. Dopo «Ghostlight», cioè l’ultimo album di «Avantasia», Sammet era finito in una crisi creativa piuttosto profonda. Per fortuna stavolta non aveva limiti di tempo, quindi le idee sono potute nascere in modo naturale, senza forzature. In origine Sammet metteva insieme idee soprattutto per un album in studio da solista, ma poi ha scoperto che il materiale che stava prendendo forma era in realtà molto simile a quello che di solito scrive per il progetto Avantasia.

Con questo progetto Sammet, del resto, ha avuto successo commerciale. Un’ultra contagiosità musicale e un’accessibilità bombastica, che fonde figure sinfoniche da operetta con elementi di fraseggio metal, il tutto sempre circondato da una schiera di ospiti vocali di prim’ordine. Una combinazione che alla lunga non poteva che dare frutti. In pratica il nome del progetto ha superato quello degli Edguy e Sammet negli ultimi anni si concentra di fatto soprattutto su Avantasia, mentre gli Edguy restano un po’ in disparte, cosa che si riflette anche nei lavori in studio meno interessanti della band. Avantasia ha raccolto successi sia in Europa che negli USA e le porte sono spalancate. Sammet lo sa benissimo e quindi batte il ferro finché è caldo.

Anche questo lavoro porta con sé un concept fantasy, proprio come i predecessori. Stavolta Sammet ha messo al centro della scena una creatura che fa fatica a stare al mondo reale e trova rifugio all’ombra del chiarore lunare. Che cosa tira fuori da noi la luna? A livelli di cui abbiamo paura e a cui con il razionalismo chiudiamo la strada. Qualcosa che ci portiamo dentro, ma a cui resistiamo consapevolmente, perché non è dimostrabile empiricamente. Eppure ci guida. È parte di noi, è parte dell’universo. È parte della verità universale, da cui l’umanità è fuggita da tempo e in cui affonda piano piano, verso una rovina collettiva. Insieme alla natura, che a causa dell’umanità sta morendo a livello globale. Lasciamo perdere le «prediche» e torniamo all’album. L’opener, un catalizzatore dirompente, «Ghost in the Moon», mette le cose subito a posto. È un tipico assalto power metal con arrangiamenti sinfonici, la voce carismatica e spavalda di Tobias Sammet, che del resto partecipa immancabilmente anche a tutti gli altri brani come voce solista.

Come sempre, anche in questo album compare una vagonata di ospiti, tra cui Hansi Kürsch (Blind Guardian) e Candice Night (Blackmore’s Night), che per la prima volta è della partita. Se il primo brano funziona in modo collaudato e molto tipico per il progetto, sono soprattutto i brani che seguono a essere il momento che conferma che Sammet ha recuperato un po’ di ispirazione e ha quindi rinfrescato anche gli arrangiamenti delle composizioni. In particolare il successivo Book Of Shallows tira l’album verso l’alto con atmosfera trionfale, una combinazione di quattro eminenze vocali ospiti (Mille Petrozza, Hansi Kürsch, Jorn Lande  Ronnie Atkins) e ovviamente Tobias, che garantisce repentini scarti atmosferici nello sviluppo del pezzo, il quale proprio grazie al fatto di alternare le linee vocali principali offre uno dei momenti più emozionanti e trascinanti di tutto l’album.  Questo momento e l’alto livello di vibrazione emotiva viene mantenuto, se non addirittura rafforzato, dalla fantastica title track, dove Sammet divide la voce solista in una combinazione bravurosa con la straordinaria Candice Night. Nel brano e nell’arrangiamento, soprattutto nel ritornello, si insinua una certa sonorità folk, il che è praticamente d’obbligo quando c’è di mezzo Candice Night. Il quarto, cioè The Raven Child, è la composizione più lunga e più movimentata dell’album. Chiamiamola una vera suite sinfonica epica, dove Sammet ha richiamato in campo Kürsch  e ha dato al brano, che più adatto non si poteva, un arrangiamento alla Blind Guardian, come si nota soprattutto nella prima parte di questo epico pezzo, peraltro riuscitissimo. Gli succede la più breve e dal ritornello incredibilmente appiccicoso Starlight, dove a Sammet si unisce alla voce il buon vecchio Ronnie Atkins (Pretty Maids).

Purtroppo poi l’album perde interesse e in pratica tutti i brani che vengono dopo Starlight suonano parecchio più prevedibili, sfiatati, triti e ritriti rispetto alla prima parte di «Moonglow». Quando entra Michael Kiske (Helloween) in Requiem For A Dream, abbiamo un’altra conferma da manuale di che cosa sia capace l’euro power metal. Gli elementi della musica degli Helloween in questo brano sono tutti presenti. Sammet ha di nuovo messo Kiske in un recinto in cui suona al 100% alla Helloween e il cantante non ha nemmeno la possibilità di scegliere un’altra mossa. Una ricetta che ha funzionato ancora una volta, ma con cui Sammet non sorprende più!  Per la maggior parte dell’album Sammet ha piazzato con cura i cantanti principali nei singoli brani e così dai vocalist protagonisti ha tirato fuori (per lo più con efficacia) proprio quegli elementi che questi stessi cantanti portano con le loro caratteristiche vocali nel repertorio delle rispettive band madri. Per questo li riconoscerete molto in fretta nel corso dello sviluppo dei brani. I momenti meno interessanti di questo lavoro sono i pezzi dalla metà fino alla coda (Lavender, Alchemy, Invincible e The Piper At The Gates Of Down), che purtroppo smorzano lo slancio iniziale dell’album.

L’album a tratti è piacevolmente variegato, con elementi compositivi che si staccano dalla fusione di fondo tra opera e power metal. Niente di nuovo, né nel progetto né nella musica degli Edguy, eppure in tanta genericità è un’aggiunta molto gradita! Sammet suona di nuovo più fresco nel nuovo lavoro del progetto, anche se resta ancora qualche riserva. Nei brani sono intessuti elementi percepibili di rock melodico (Starlight), perfino di AOR (la bonus Heart), di folk (Moonglow) e perfino di world music. In coda c’è una riuscita cover del pop hit anni ottanta Maniac, che Sammet «salva» in veste vocale insieme al cantante dei Mr. Big, Eric Martin. Tutto sommato, la missione è sostanzialmente riuscita. Una ventina o venticinque minuti sono un po’ noiosi e masticati e rimasticati, tanto che ti può venire voglia di cercare il tasto «skip», ma l’album nel suo insieme mantiene tutta la credibilità del progetto e di fatto nella prima parte consegna qualche punto riuscito che vanta più freschezza compositiva di quanto ci si potesse aspettare dal nuovo lavoro.  

di: Aleš Podbrežnik
voto: 8.0 / 10

Tracklist:
01. Ghost In The Moon
02. Book Of Shallows
03. Moonglow
04. The Raven Child
05. Starlight
06. Invincible
07. Alchemy
08. The Piper At The Gates Of Dawn
09. Lavender
10. Requiem For A Dream
11. Maniac
12. Heart (bonus track)

Formazione:
Tobias Sammet – voce, tastiere, basso
Sascha Paeth – chitarra, basso, mix
Michael Rodenberg – tastiere, pianoforte, orchestrazioni, mastering
Felix Bohnke – batteria

Vocalist e musicisti ospiti
Ronnie Atkins (Pretty Maids)
Jørn Lande (Jorn)
Eric Martin (Mr. Big)
Geoff Tate (ex-Queensrÿche)
Michael Kiske (Helloween)
Bob Catley (Magnum)
Candice Night (Blackmore’s Night)
Hansi Kürsch (Blind Guardian)
Mille Petrozza (Kreator)
Nadia Birkenstock – arpa
Oliver Hartmann – assolo di chitarra nel brano n. 4, cori
Herbie Langhans – cori
Billy King – cori
Bridget Fogle – cori
Lerato Sebele – cori
Alvin Le-Bass – cori
Stokely Van Daal – cori

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