Bakalina Velika: Prvi krajec

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Etichetta: Čadrg Records
Data di uscita: 17.05.2019
Produzione: Dejan Lapanja
Durata dell’album: 47.25 min
Genere: Etno / Art Folk


Era solo questione di tempo, e si è avverato proprio quello su cui rimuginava chi scrive queste umili righe quando faceva conoscenza con l’album «Španabije», e che lasciava intuire soprattutto l’ultimo brano del disco, Ko se je dielu sviet. Jani Kutin e Renata Lapanja, come duo Bakalina, stanno diventando una vera band che con l’esordio «Prvi krajec» mette sul piatto, qui da noi, una nuova storia musicale. Bakalina Velika. Da duo a settetto, insomma.

Oltre a Renata Lapanja, nei Bakalina Velika ci sono ora quattro membri della storica formazione cult del Litorale settentrionale Salamandra salamandra: oltre a Jani, quindi, anche suo fratello Samo (Širom), poi Matej Magajne (Feedback, Poltrona Express) e Dejan Lapanja (Vasko Atanasovski Trio). Gli altri due musicisti che completano il settetto sono il trombettista e cornista Andrea Pandolfo, che aveva già collaborato con Bakalina sull’album «Španabije», e il percussionista e batterista Marjan Stanič, che arriva con Dejan Lapanja dal Vasko Atanasovski Trio. Insomma, un pacchetto di musicisti straordinari, tra i quali non ci sono segreti e dove regna un mare sconfinato di acume espressivo, di scintille che accendono, di grande flessibilità e capacità di venirsi incontro, di ampiezza di vedute, di tolleranza reciproca e, proprio per questo, di enorme respiro espressivo, che con l’album «Prvi krajec» ci ha consegnato un unicum musicale assoluto.

Il nucleo del settetto, quindi, si conosce molto bene. Da un sacco di tempo. La chimica che sviluppano, così efficace, particolare e in fondo onnipresente, non sorprende nemmeno. I testi dell’album li ha scritti tutti Jani. Di nuovo canta in un «purissimo» dialetto di Čadrg. Stavolta la sua poesia si appoggia sul legame tra natura e uomo. Se «Španabije» era anche socialmente critico, il filo conduttore di «Prvi krajec» è la natura e il rapporto dell’uomo con essa. Un forte legame con la natura, ma in modo molto più ingenuo, Jani e Samo lo avevano già mostrato nella loro band punk rock adolescenziale, i D’Štrudls. Tutto ciò che offre «Prvi krajec» è in realtà il cumulo della loro successiva maturazione artistica.

La band ha voluto ancora una volta catturare su nastro, nel modo più autentico possibile, tutto il messaggio del nuovo album. Così il disco è stato registrato a Čadrg, in inverno, cosa a cui allude anche la natura della poesia, cioè il suo messaggio. In una sola take (in one take), il più analogico possibile. L’album ha un’aria pastorale, retro-nostalgica, e fa rivivere un mondo che sta sparendo sotto i nostri occhi – gli occhi della «camicia lubianese», se mi capite. Funziona come un rituale tribale perduto, nato nel grembo della natura, che ha dato la vita all’uomo. Un rituale di ringraziamento a madre natura.

Un vero e proprio inno indiano alla creazione. Alla natura. Alla terra, al sole, alla luna, al vento, all’acqua, agli esseri viventi,…. Senza interferenze esterne, ovvero «disturbatori», che arriverebbero dalla «civiltà» (il «regno degli Orchi»). Il purismo di una fusione straordinaria di etno e folk con elementi di rock progressivo, che culmina in uno speciale art folk album, che parla in modo unico, del tutto naturale (organico) e senza tempo.

Quando parlavamo della grande capacità del settetto di mettere d’accordo le idee nel creare le composizioni, va sottolineato che la percezione reciproca di questa combriccola è eccezionale. Il paesaggio musicale che i Bakalina Velika creano è poi pittoresco, costantemente seducente, emozionante e magico. Per tutto il tempo assistiamo a un’integrazione audacissima ed equilibrata di suoni d’accompagnamento diversi, che parlano sempre senza alcuna pretesa e nel fulgore di una grande elasticità organica e di calore. Al centro c’è la voce di Jani, che ha un timbro piacevolissimo e spesso la sua melodia vocale, dentro la metrica, sconfina quasi nella narrazione. Cantare in dialetto si rivela la mossa geniale e l’unica giusta anche sotto il profilo che il rendimento della melodia vocale è molto maggiore che con il corretto sloveno standard. Non solo approfondisce la portata dell’unicum autentico dell’album, che è nato sotto le cime del Tolminese, e rafforza l’eclettismo del lavoro, ma semplicemente è più musicale dello sloveno letterario. A questo aggiungi la sensualità, tutti gli istinti della primordialità, la passione, le emozioni che nel racconto afferrano in modo teatrale e malinconico, nostalgico e solenne, e che evoca l’unico Jani Kutin.

Non è tutto Jani, tutt’altro. I Bakalina Velika sono in sette. Il sottile Dejan Lapanja, che i suoi grandi talenti di polistrumentista (soprattutto chitarrista), produttore e arrangiatore li aveva già mostrati in passato in varie sfide musicali, resta geniale, lucidissimo e acuto nelle idee. Samo Kutin porta dagli spazi aperti dei Širom l’esotismo sonoro di cui c’era gran bisogno e che dona a questo lavoro una forza espressiva e un tocco davvero speciali, c’è poi ovviamente l’immancabile marchio della fisarmonica di Renata, un po’ meno percepibile di quanto non fosse nel caso del duo Bakalina, i fiati tremendamente malinconici (tromba, corno) di Andrea Pandolfo e la (grande) chitarra di Matej Magajne.

Il terzo brano, Žlied, è senza dubbio uno dei più interessanti. La band ha scelto come frase guida un’armonia elementarissima, da cui però si può ricavare un rendimento musicale straordinario. Vale sempre, anche quando uno degli strumenti parte con un assolo. Žlied, che porta un ritmo tribale, quasi balcanico, parla di ciò che significa la parola del titolo. Dello schianto dei boschi sotto il ghiaccio che ha stretto la Slovenia nel febbraio 2014. «Quando il bosco piangeva» e «si staccò un pezzo di mondo». Un pezzo che letteralmente fa gelare l’ascoltatore, quando nelle sensazioni si disegnano il ghiaccio, il vivo crepitare del legno e lo schianto dei tronchi abbattuti che allora riempivano le valli e le strette gole delle forre torrentizie. Dal Breginjski kot fino al cuore della Slovenia, e poi a sud e a est. Le immagini sono ancora vivissime e Žlied è un rituale eccezionale in memoria di quell’evento. Un elemento importantissimo, accanto a tutta la tribalità del brano, è il gioco improvvisativo dei fiati di Andrea Pandolfo. Nella lunga parte strumentale finale si può sentire anche una vera registrazione dello schianto sotto il ghiaccio, mentre il brano va già quasi verso un fade out immaginario. Un pezzo in cui letteralmente geli e ti irrigidisci. Nel finale aggiungono la loro anche le percussioni e i passaggi di batteria spogli di Marjan Stanič. Percussioni e batteria sommergono il brano e portano il dramma teatrale del pezzo a un vero crescendo ultimativo! Un brano incredibile, oso dire senza dubbio il vertice dell’album «Prvi krajec».

Nel settimo brano, cioè Človek in luna, Matej nella seconda metà è la forza motrice dello sviluppo del pezzo e gli dà un’impronta blues tutta sua, quando infila un assolo magistrale, dove senti l’eccezionale retorica del grande purismo organico di questo chitarrista unico e di uno dei più grandi originali tra i chitarristi sloveni, senza pari. Magajne è un grande perfezionista e purista del suono, e questo straordinario senso estetico con cui il chitarrista si approccia al modo di costruire l’assolo non va assolutamente trascurato! L’intro bluesy di Matej Magajne è seguito da uno straordinario «circolo di discussione» tra l’uomo (Jani) e la Luna (Bogdana Herman). Človek in luna, insieme a Žlied, è uno dei brani più interessanti di questo album. Il forte lirismo di Jani, che sfiora la spiritualità, ha un effetto risvegliante e, se lo fate vostro, vi riporterà dritti là da dove venite! Alla natura! Qui brilla in particolare il pittoresco e ricco intreccio del mestiere di accompagnamento del settetto, dalle percussioni che rafforzano la portata ritmica, ai riflessi della fisarmonica e del piano, alle pittoresche incursioni della chitarra. Tutto delicato e condotto in modo da non sottrarre nemmeno per un attimo attenzione all’interpretazione vocale.

La fragilità del secondo pezzo, Mlada piesem: sulla delicata morbidezza vocale di Jani corrono, soprattutto melodiose, chitarra e piano in una simbiosi di intreccio percettivo straordinario, dove nascono il fascino e la magia del mistero. Il mondo delle grotte ha il suo omaggio nel brano Biele wade. Di nuovo un ritmo arabo, perfino una melodia del sud. I collezionisti di scarabei non devono trovarla! Sviet Krn, preghiera al grande gigante Krn perché doni il bene, porta l’ascoltatore lontano, nel grembo del paganesimo! Splendido l’inserto di passaggio alla chitarra acustica, che fa da legante lieve ma fortemente atmosferico tra le strofe! Il primo brano, Čudežn sviet, funziona come una nascita, dove lo stupore di fronte alla fantasticità delle creazioni di madre natura non sembra avere fine, mentre Zadnji sprehod, che è il pezzo conclusivo, è una specie di requiem, in cui si chiude il cerchio della vita e nella poesia c’è di nuovo più spiritualità. In questo pezzo il gruppo ha usato registrazioni di versi di animali selvatici, che portano il tuo corpo attraverso l’ultimo rituale (il rituale della morte), verso una nuova nascita. I due brani sono anche l’inizio e la fine di una grande ode, ovvero inno a madre natura, così come si può intendere l’album «Prvi krajec». Versi di grande risveglio, di grande consapevolezza, di grande riconciliazione con il mondo, offrono un tocco costantemente forte di spiritualità, un collegamento di emozioni e istinti primordiali, al di là dell’empirismo razionale e logistico a cui siamo così fedelmente devoti e a causa del quale soffrono e si atrofizzano gli altri livelli della nostra comunicazione con il mondo.

Benvenuti nel mantra pittoresco, irripetibile, senza tempo e unico di sette bardi meravigliosi che, quando arriverà il momento del «Prvi krajec», vi scuoteranno, vi risveglieranno, vi faranno aprire gli occhi. Per esplorare tutta la verginità della vostra missione dell’anima, per ritrovare voi stessi, quando sentirete e troverete di nuovo la vostra bellezza e la bellezza del mondo che vi circonda. In una parola, Amore incondizionato.

«Prvi krajec» è uno dei lavori più forti usciti quest’anno. In senso più ampio. È una delle creazioni più belle, per quanto riguarda il raggiungimento dell’atemporalità e dell’ampiezza espressiva, che la musica slovena abbia mai dato. Più sloveno di così non si può, come non si può dare più di dieci punti su dieci possibili nel voto di questa recensione. Quando poesia e musica «fanno clic» alla perfezione e nasce un risultato brillante, che si piega sotto il peso dell’eclettismo e dell’unicità!

autore: Aleš Podbrežnik
voto: 10 / 10

Tracklist:
1. Čudežn sviet
2. Mlada piesem
3. Žlied
4. Sajne
5. Biele wade
6. Sviet Krn
7. Človek in luna
8. Zadnji sprehod

Musicisti:
Jani Kutin – voce, flauto, corno di capra
Renata Lapanja – fisarmonica
Marjan Stanič – percussioni, batteria
Matej Magajne – chitarra elettrica, basso
Andrea Pandolfo – tromba, flicorno, piano
Dejan Lapanja – batteria, chitarra acustica, basso
Samo Kutin – basso, chitarra acustica, balafon, brač, hurdy gurdy, arpa basso, n’goni, risonatori, registrazione del ghiaccio

Musicisti ospiti:
Bogdana Herman – voce
dr. Tomi Trilar – Prirodoslovni muzej Slovenije: registrazioni di animali dei boschi sloveni (picchio nero, corvo imperiale, allocco, cervo, camoscio, lupo)


Bakalina Velika – Čudežn sviet (video ufficiale)
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