Bang Your Head!!! 2010, primo giorno: che cali il martello! (2010)

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Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data: giovedì 15 luglio 2010
Band in programma:
10:00 – 10:40 THE NEW BLACK
10:50 — 11:30 ENFORCER
11:40 — 12:30 GRAND MAGUS
12:40 — 13:30 FORBIDDEN
13:40 — 14:30
SABATON 14:40 — 15:30
LOUDNESS 15:45 — 16:40
ANVIL 16:55 — 17:55
JON OLIVA’S PAIN 18:10 — 19:20
DORO 19:20 – 20:20
DARKANE (indoor) 19:40 — 20:50
KROKUS 20:50 — 22:00
ARTILLERY (indoor)
21:20 — 23:00 HAMMERFALL
23:00 — 00:30 DARK TRANQUILLITY (indoor)


La notte di riscaldamento è stata un delirio, in compagnia di Saxon, Demon e Blitzkrieg, vere delizie per tutti gli amanti del suono classico delle scoperte metal regalate al mondo della musica dalla N.W.O.B.H.M. Ed ecco che è arrivato il primo giorno del 15° festival Bang Your Head!!!. Io ero immerso fino al collo nella ricerca disperata di fiato sotto la doccia gelata dell’area VIP del campeggio, a due passi dal festival, quando alle 10.00 sul palco hanno iniziato a darci dentro gli alternativi The New Black. I tedeschi, che hanno mescolato in qualche modo elementi di metal con i tratti storti di un groove alla moda, targato “alternative”, hanno fatto da cavie, confermando che il palco era pronto a ogni sfida. Tra la veloce e melodicamente accattivante Everlasting, poi Welcome To Point Black, More Than A Man e Ballad Of Broken Angels, i ragazzi hanno svolto con successo il ruolo della band che apre il festival. A giudicare da quel che si è sentito, un suono sicuro, sostenuto da un impianto di qualità e guidato da una voce alternativa virile, di media estensione, che si troverebbe a suo agio anche in acque “grunge”. Per carità, tutto bene per la band, ma resto dell’idea che gruppi con confini di genere come questi non c’entrino niente con un festival del calibro del Bang Your Head!!! La loro musica è fatta per le teenager che frequentano l’offerta MTV-style dei vari euro-festival tipo Nova Rock o FreQuency.

ENFORCER: 10:50 – 11:30
Le cose sono diventate bollenti e serie quando sul palco sono saliti i giovani revivalisti old school della N.W.O.B.H.M., gli Enforcer dalla Svezia. Solo in quel momento il Bang Your Head!!! si è davvero svegliato e ha ritrovato la sua missione. I giovani speranzosi metallari svedesi hanno pubblicato lo scorso maggio il secondo album in studio, intitolato “Diamonds”. Metal Vice, che si apre con un “preludio” vecchia scuola alla Doctor Doctor dei classici U.F.O., ha subito fatto capire di che pasta sono fatti gli Enforcer. Che la Scandinavia sia la mecca di musicisti fantastici, a cui non mancano né talento né voglia di dimostrare, non è una novità. E gli Enforcer sono un altro acquisto eccezionale per il mondo del metal. Fanno rivivere la missione delle band britanniche old school della prima metà degli anni Ottanta. Insomma, qualcosa che nel 2010, con la marea di gruppi estremi che inonda il metal, avevamo un attimo dimenticato. Ed è un bene, un gran bene.

Esecuzione precisa, riff decorati con armonie a terze, spesso a strattoni sui riff, gran movimento e corse su e giù per il palco, headbanging spalla a spalla ereditato dai Judas Priest e naturalmente spandex ovunque, tirato di brutto sul pacco! Perfino i tagli di capelli sono in puro stile retro da veterani del metal. Un affiatamento strepitoso e, per gli anni di attività che hanno sulle spalle, un controllo sicuro dell’enorme spazio scenico: già all’inizio del festival ci hanno portato sul palco la prima delle tante belle sorprese che l’evento teneva ancora nascoste!

GRAND MAGUS 11:40 – 12:30
Poi hanno preso il palco i rappresentanti della scuola metal scandinava, gli svedesi Grand Magus. Il loro approccio è l’esatto opposto del carattere vivace di chi li ha preceduti, perché il trio di Stoccolma punta sulla magia depressiva dello stoner metal. I Grand Magus hanno suonato brani rappresentativi degli ultimi tre album, mentre il materiale più vecchio dei primi due lavori in studio nel 2010 è evidentemente sparito dal repertorio live. L’opener Kingslayer ha servito doppia cassa e quindi un ritmo più veloce, allontanandosi dall’idea di doom metal tradizionale e dal paragone con i celebri connazionali Candlemass. La formula della musica dei Grand Magus è semplice: con una sola chitarra non hanno molto margine di manovra, eppure riempiono con abilità l’intero quadro sonoro. Riff heavy metal con un pizzico di melodia blues sono conditi da un’andatura medio-veloce della sezione ritmica, e sul tutto si incastra alla perfezione la voce del leader, Janne “JB” Christoffersson, che sul palco indossava una maglietta dei Rainbow e il cui timbro è fatto apposta per il suono malinconico dei Grand Magus. Ogni tanto riff hard rock e cori (per esempio in Hammer Of The North) che per un attimo, in modo insolito per il genere, tirano addirittura verso una melodia armoniosa sono le caratteristiche che distinguono gli svedesi dall’anonimato di certi altri rappresentanti dello stoner metal. Gli svedesi hanno tirato dritti nel loro repertorio senza una parola tra un pezzo e l’altro e hanno chiuso con l’assalto The Shadow Knows, e il tempo a loro disposizione è finito (troppo) in fretta. I Grand Magus si sono presentati bene: con un’esibizione di qualità hanno senz’altro catturato l’attenzione di tutti gli amanti dell’heavy metal sporco.

FORBIDDEN: 12:40 – 13:30:
L’elenco movimentato dei protagonisti è proseguito con i veterani del thrash metal della Bay Area, i Forbidden. Qui si erano esibiti per la prima volta due anni fa, cioè nel 2008, l’anno della reunion. Nel periodo di rinascita di questi fuoriclasse del thrash metal sono nati i primi abbozzi del quinto album in studio, e la band ha subito un altro cambio di formazione: al posto di Glenn Alvelais è arrivato il chitarrista Steve Smyth, che è passato ai Forbidden dai Nevermore e ha collaborato anche con altri titani della scena della Bay Area, i Testament.

Se hai in tasca album come “Forbidden Evil” e “Twisted Into Form”, mica si va a risparmiare sulle munizioni, no? Il quintetto, che ha sudato litri sotto un caldo insopportabile di mezzogiorno, ha attaccato con Infinite (“Twisted Into Form”) e per i primi tre pezzi è rimasto su quell’album. C’è qualcosa di più bello che guardare il lavoro fanatico dei due chitarristi, Locicero e Smyth, che volano sui manici a una velocità sovrumana, mentre fuma tutto per l intera schiera di tonalità martellate e di combinazioni di assoli più folli? Se c’è una cosa di cui possiamo davvero godere quando si parla dei Forbidden, sono proprio gli assoli di chitarra (“Buongiorno!” agli amanti di Heathen e Testament). Russ Anderson, che con ogni probabilità è quello che ha sofferto di più il sole tra i membri della band, stavolta non ha fatto nemmeno un “cat walk”: si è più che altro dondolato all’ombra per 50 minuti sul palco principale, coperto dagli occhiali da sole. Da “rossiccio” qual è, sa di sicuro che non gli fa bene starsene esposto ai raggi del sole in pieno mezzogiorno. Russ ha cantato con sicurezza, non con la potenza che uno si sarebbe aspettato, ma in modo del tutto soddisfacente.

La gente si scapocciava di gusto, però sotto il palco i thrasher erano di meno. Quest’anno il BYH!!! non ha offerto una razione di thrash metal buona come l’anno scorso. I Forbidden non hanno certo saltato l’omaggio a Ronnie James Dio. Si sono buttati sulla fenomenale classica dei Black Sabbath Children Of The Sea. Smyth e Locicero prima si erano di nuovo scambiati le chitarre e ne hanno cavato un suono devastante e detonante nel riff, che ha ridato vita nel modo più bello possibile alla firma sonora del “maestro dei riff” Iommi. I Forbidden hanno chiuso l’esibizione in grande stile con Chalice Of Blood, che ha scatenato il maggior rumore di ritorno da parte della folla. In una delle pause Anderson ha fatto sapere che la band ha appena firmato con la Nuclear Blast Records per il quinto album in studio, e i Forbidden hanno presentato anche un pezzo del tutto nuovo, Adapt Or Die, che a giudicare da quel che si è sentito si è senza dubbio guadagnato un posto in scaletta. Questo brano è anche un annuncio molto promettente per il nuovo album che, se continuerà a svilupparsi nella direzione di Adapt Or Die, sarà di sicuro uno dei vertici delle uscite thrash metal.

SABATON: 13.40 – 14.30:
“Sabaton in ogni paesello” potrebbe essere lo slogan di questi “siderurgici” svedesi dal 2005 a oggi! I power metaller, che cercano la popolarità tra i metallari con il loro vagabondare bellico, in un’epoca in cui il mondo è tutto fuorché benevolo verso il power metal, hanno un successo incredibile! I Sabaton sono infatti nati a cavallo del millennio! Giusto in tempo per assaggiare la ciliegina sulla panna della coppa di frutta chiamata “power metal revival”. La perseveranza della band ha di certo pagato. Sulla popolarità della loro musica nei circoli metal non c’è nemmeno da sprecare parole. Basta ricordare l’ultimo tour, quando i Sabaton aprivano i concerti degli HammerFall e con la loro sicurezza li sfidavano sempre pericolosamente (nel ruolo di spalla che gli era stato assegnato).

La band aveva raccolto sotto il palco di gran lunga più fan fino a quel momento, che sotto il sole cocente impazzivano con loro. I Sabaton hanno sfruttato il grande palco sotto ogni aspetto. Il sestetto, in cui a scatenare più cinetica scenica è di gran lunga il cantante Joakim Broden, un piccolo carro armato umano, vista la mise e la divertentissima combinazione di occhiali Ray-Ban da Top Gun e cresta da indiano, ha portato sul palco anche veri effetti pirotecnici.

Tra i canti inneggianti di Cliffs Of Gallipoli, Primo Victoria e Screaming Eagles, i ragazzi hanno portato in trionfo i fan devoti, che più tardi nel corso della prima giornata hanno formato di gran lunga la coda più lunga, in febbrile attesa degli autografi della band. Da citare anche il calcio, che Joakim ha giocato coi fan usando un pallone gonfiabile. Dal punto di vista creativo è sicuramente la band meno interessante del festival, e così anche per chilometraggio (curiosamente vale anche per i protagonisti principali della giornata, gli HammerFall), ma comunque la giri, l’energia era positiva e il concerto è stato un divertimento e una gioia enormi, dove i ragazzi di Falun hanno ancora una volta raccolto grandi simpatie dal pubblico. E di fan di ogni fascia d’età. Dai veri “pivelli” del metal a quelli con la maturità grigia dell’età, cioè i guru del metal. I Sabaton hanno coronato con l’attesissimo inno Metal Machine / Metal Crüe un’esibizione intensa e più che riuscita a Balingen!

LOUDNESS: 14.40 – 15.30
Se qualcuno mi avesse detto che in questa vita avrei visto i Loudness con i miei occhi e, per giunta, li avrei anche assaporati con le orecchie, l’avrei preso per un pazzo da legare. E invece guarda come gira il mondo. Alla fine proprio i Loudness sono stati la band che mi ha reso il Bang Your Head!!! di quest’anno ancora più attraente. Una manciata di date festivaliere in Europa per i Loudness, e la prima di tutte l’hanno fatta proprio a Balingen.

I Loudness oggi sono praticamente nella formazione che ha registrato tutti i principali album degli anni Ottanta. Tranne che alla batteria. Lì Akira Takasaki (chitarra), Minoru Niihara (voce) e Masayoshi Namashita (basso) hanno chiamato nei Loudness Masayuki Suzuki, dopo che il batterista originale Munetaka Higuchi è morto di cirrosi epatica l’anno scorso.

Anche se la densità dei capelli per centimetro quadrato di cuoio capelluto è calata al punto da non permettere più le folte chiome cotonate con cui i nostri Loudness negli anni Ottanta mandavano al tappeto le ragazze con veemenza, e anche se la “tuta da ginnastica meets baseball” (vale per Yamashita e Takasaki) ha sostituito lo spandex di una volta, il trucco e il kitsch coperto di catene, i Loudness sono venuti a Balingen a dimostrare che potenza e rumore non li hanno ancora abbandonati! Glasnost!!! Niihara, che ha indossato semplicemente jeans e cappello, ha mantenuto un’estensione impressionante. Voce gutturale, altissima! Come ai bei tempi! E a Balingen non l’ha tradito nemmeno una volta.

E allora? I Loudness non potevano servire mossa migliore. Hanno suonato praticamente solo materiale degli album degli anni Ottanta con Niihara alla voce. Cioè il loro periodo d’oro e più fertile, di gran lunga il più apprezzato dagli intenditori. La scuola dell’hard rock melodico, che a tratti con la sua postura da riff indemoniati se la intende senza vergogna con le conquiste della scuola tradizionale dell’heavy metal, tra classici eccezionali come Crazy Nights, Crazy Doctor, Esper, Heavy Chains, Let It Go, S.D.I. e naturalmente la “bombetta” finale Loudness dall’esordio in studio “The Birthday Eve” (1981), ha fatto apparire i Loudness come una delle esibizioni più splendide della prima giornata del festival.

E la presenza scenica? Takasaki è fuori di testa! Anche se è un chitarrista piuttosto statico, che raramente fa un passo o due dal suo posto, le sue dita impazziscono sulla chitarra. Usa solo tre dita, ci fa assoli a una velocità, una precisione incredibili e intanto mantiene un controllo magnifico su quello che fa. Prova ne è, per esempio, la parte strumentale centrale incandescente di S.D.I., dove Takasaki tiene una vera piccola lezione di magie funamboliche, tirando fuori le acrobazie chitarristiche più folli e inaspettate. Un vero piccolo mago della chitarra, che corona la ricchezza di spezie degli assoli anche con un uso eccezionale del tremolo! I Loudness restano un nome che vale tutti i peccati del mondo. Hanno infilato in scaletta anche l’unico pezzo dell'”era Mike Vescera”,  In The Mirror. Dei ragazzi vicini all’età di Abramo hanno quindi imbandito un vero paradiso per tutti i nostalgici della vecchia scuola, di cui al BYH!!! naturalmente non c’è mai penuria. Giù il cappello! La scuola della perfezione giapponese, che evidentemente nella sua costruzione indistruttibile non sa cedere né arrugginire! Se solo trovassero tempo e soldi per un tour europeo tutto loro! Ancora una cosa. Niihara  mentre si muoveva sul palco non nascondeva un problema alla gamba destra. Non so se sia un danno permanente o no, speriamo che il cantante si rimetta al più presto e sia tutto a posto.

ANVIL 15:45 – 16:40
Pronti per una dose di buon vecchio metal, di quando questo genere era ancora in fasce? Eccoli, gli Anvil! L’esibizione degli Anvil è stata una delle proposte più interessanti del Bang Your Head!!! di quest’anno. Il trio canadese è salito sul palco nel primo pomeriggio, più o meno a metà rispetto all’intera lista dei protagonisti, ma se la storia dello sviluppo del metal fosse andata diversamente, gli Anvil avrebbero benissimo potuto suonare per ultimi, come headliner, posto che sarebbe toccato per esempio agli Slayer, se il festival li avesse ospitati. Proprio di questo, di come la corrente della storia abbia spinto ingiustamente gli Anvil ai margini dell’albero evolutivo del metal, parla il documentario uscito poco più di un anno fa, “Anvil! The Story of Anvil”, che ha riportato i canadesi (almeno per un po’) d’attualità anche su una scena un po’ più grande. Sono convinto che la storia commovente di una band un tempo molto influente tocchi ogni spettatore, e infatti all’ora dell’esibizione sotto il palco si è sicuramente diretto, in segno di sostegno, ogni visitatore che quel documentario l’aveva già visto.

Il trio canadese è composto da due membri originali, attivi fin dal 1978: il cantante/chitarrista Steve “Lips” Kudlow e il batterista Robb “Geza” Reiner, mentre la formazione è completata dal bassista dallo sguardo truce Glenn Gyorffy, presente da un decennio e mezzo. L’esibizione gira attorno a Lips, la figura centrale della storia degli Anvil. Il chitarrista allegro e sorridente si occupa di tenere il contatto con il pubblico e di parlare tra un pezzo e l’altro, ed è il bersaglio degli sguardi anche durante i brani, perché gli assoli continui sono parte integrante e riconoscibile della loro musica. L’uomo sfoggia di continuo la sua velocità di dita, il che rende lo show spettacolare ma gli fa perdere un po’ di mordente, anche se proprio il mordente è il punto dell’essenza degli Anvil e il loro marchio di fabbrica. La maggior parte del set pescava dalla prima metà degli anni Ottanta: ai presenti hanno regalato, tra gli altri, Winged Assassins, 666 e Mothro, classici imprescindibili in cui il tempo da speed metal incontra riff succosi di rock’n’roll sporco. Una deviazione dal suono standard è stata il brano più recente Thumb Hang, che Lips ha dedicato nell’introduzione all’immortale Dio, perché a quanto pare la fonte principale di ispirazione di quella leccornia dalla melodia marcatamente lenta e doom è stato proprio il disco dei Black Sabbath “Heaven & Hell” (1980). Dopo la suonata del loro pezzo più riconoscibile, Metal On Metal, era chiaro che l’interessante incontro con uno dei primi gruppi nella storia del metal d’oltreoceano era finito.

JON OLIVA’S PAIN 16:55 – 17:55
Dopo la scarica primordiale degli Anvil è arrivato il momento della melodia. Dopo la visita dell’anno scorso al BYH!!! nella serata di riscaldamento, stavolta l’ospite del palco principale è stato il maestro nel fondere approcci melodici e heavy metal, Jon Oliva. L’ex leader dei Savatage ha pubblicato con la band all’inizio dell’anno il quarto album in studio, “F estival”, che questa estate presenta dal vivo in alcune date europee. Sempre se lo mette in scaletta, perché sappiamo che nei concerti dei Jon Oliva’s Pain, fin dalla nascita, i protagonisti sono i classici dei Savatage. Neanche stavolta è andata diversamente.

L’incontro è stato aperto dal brano iniziale del già citato album attuale “Festival”, Lies, e il seguito con Chance, classico di “Handful of Rain”, ha raccolto la prima ondata di entusiasmo dei fan dei Savatage, che ai concerti di Oliva sono sempre la stragrande maggioranza del pubblico. Jon è in buona forma vocale, e i suoi urli taglienti direttamente dalla gola sanno ancora far venire la pelle d’oca, come in Sirens! Oliva passa la maggior parte del tempo stravaccato su una sedia accanto al pianoforte al centro del palco, e nei momenti in cui non ne cavava suoni, ogni tanto faceva una passeggiata fino al bordo del palco. Solo allora si notava la mole imponente (a dir poco) del suo corpo, che dopo la tragica morte del fratello Criss Oliva nel 1993 si allarga in tutte le direzioni e sembra non avere fine. Come già i Grand Magus al mattino, anche Jon indossava una maglietta in ricordo di Dio, con cui era in rapporti d’amicizia e con cui ha collaborato per molti anni. Proprio Believe è stata suonata con dedica a Dio, perciò il classico di Dio Rainbow in the Dark è stato una sorpresa, a dire il vero solo nell’ora di esibizione che è toccata ai cinque sul palco. In repertorio c’era poco spazio per il materiale proprio della band: oltre al brano d’apertura, nel menu sono finiti solo Death Rides a Black Horse e Festival. La riga tirata sotto l’esibizione porta alle conclusioni già note: l’alchimia unica delle melodie dei Savatage trova sempre un’accoglienza calorosa, che Jon Oliva con la sua voce carismatica carica ancora di più di energia, mentre agli altri quattro, nonostante l’approccio professionale e un’esecuzione degna di un grande palco, restano solo le briciole.

Allora possiamo chiedercelo ancora una volta: ma quando diavolo la vedremo, questa reunion dei Savatage?

DORO 18:10 – 19:20
Doro Pesch è probabilmente la donna più famosa del mondo del metal, dove è presente da quasi tre decenni. Di tenacia di certo non le manca. Ha iniziato la carriera con gli heavy metaller tedeschi Warlock e alla fine degli anni Ottanta ha preso la strada solista, di cui raccoglie ancora i frutti. Negli anni Doro si è conquistata dei fan, la cui fedeltà proverbiale si è rivelata uno dei fattori chiave in questo festival, perché i tedeschi fedeli hanno sostenuto la loro idola in gran numero. In generale il pubblico tedesco è noto per seguire incondizionatamente gli artisti di casa in eventi simili, quindi la ressa sul piazzale, paragonabile a quella durante l’esibizione degli headliner HamerFall qualche ora dopo, non è affatto una sorpresa.

Sua Eccellenza, come la chiamerebbero i fan dei Warlock, resta un’esperienza dal vivo di cui godrà ogni intenditore di heavy metal. Un’ottima presenza scenica, una personalità carismatica e infine l’aspetto sono le calamite su cui punta Doro. È ben consapevole della sua femminilità, quindi ama metterla in mostra e fa venire l’acquolina ai metallari tedeschi con tagli di capelli da “bundesliga” e tonnellate di toppe sulle spalle. Fasciata in pelle aderente, Doro ha posato di continuo in fondo al “cat walk”, a un metro dal pubblico, e durante le parti strumentali correva dai membri della band a fare le pose anche con loro. Doro sa il fatto suo, in questo è campionessa. L’ossatura dello show, come c’era da aspettarsi, era una corona di hit sempreverdi dei Warlock, a cui ha aggiunto i suoi Running From the Devil, Burn It Up o Always Live To Win, per citare solo i più celebri. Alla carovana degli imitatori di Dio si è unita, con la suonata di Egypt (The Chains Are On), la stessa regina dell’heavy metal, ma per questo brano i complimenti vanno più alla scelta che all’esecuzione! Da segnalare il batterista Johnny Dee, che picchia sulla sua artiglieria con precisione militare e alterna con efficacia il pedale singolo e il doppio, portando nei pezzi più cinetica. Nonostante tutti gli elogi, dà fastidio la scaletta praticamente identica a quella dell’anno scorso al Wacken Rocks South (reportage qui), il ritornello di All We Are, classico dei Warlock, tirato all’infinito e, a tratti, l’adulazione davvero eccessiva del pubblico tra un discorso e l’altro.

KROKUS 19:40 – 20:50
Nel frattempo erano già partiti i concerti nella sala, una novità nell’offerta del Bang You Head di quest’anno. Entrambe le sere in sala hanno suonato tre gruppi ciascuna, quindi l’offerta di band dal punto di vista quantitativo è stata la migliore finora. Per primi in sala si sono esibiti i death/thrash metaller svedesi Darkane, ma io, senza un attimo di esitazione, ho deciso di restare davanti al palco principale, dove hanno suonato i Krokus, padri dell’hard rock svizzero e uno dei motivi principali per cui sono venuto al festival tedesco. I Krokus hanno vissuto gli anni d’oro nella prima metà degli anni Ottanta, oggi si danno da fare con tutte le forze per riconquistare popolarità, ma si sa, l’hard rock è in declino da un bel pezzo. Di recente hanno piazzato sul mercato il fresco album Hoodoo, e con questo prodotto sopra la media in tasca ora girano in concerto per l’Europa.

ARTILLERY: 20.50 – 22.00
I veterani hanno mostrato che con loro non si scherza! Erano tra i pochi rappresentanti della tradizione più classica della musica hard rock al festival, quindi l’obbligo di seguire il concerto dal primo all’ultimo respiro era ancora più forte. L’iniziale Long Sticks Goes Boom ha subito fatto capire che strada ci toccava sudare per l’ora successiva e qualcosa in più. Riff concisi e martellanti alla AC/DC, con l’uso occasionale della tecnica “slide” da parte del duo di chitarre Von Arb – Kohler, con un pizzico in meno di malizia blues e con l’occhiolino a un suono più duro, heavy metal, sono le costanti del suonare dei Krokus fin dall’inizio del cammino musicale, alla fine degli anni Settanta. Oltre ai pezzi propri di tutte le fasi creative della band, gli svizzeri hanno suonato un bel po’ di cover, a cominciare da American Woman, passando per l’eterna classica Born To Be Wild fino al gran finale con lo standard dei Rainbow Long Live Rock’n’Roll. I brani citati sono stati accolti, comprensibilmente, con il volume più alto, e in generale i Krokus possono vantare un buon sostegno sul suolo tedesco, il che per le band svizzere in Germania è ormai una tradizione. L’energia dell’esibizione poggiava sul cantante ormai piuttosto brizzolato Marc Storace, che sfruttava diligentemente i servigi del “cat walk”, le frecce di riff contagiosi le scoccava la già citata coppia di chitarre Von Arb & Kohler, mentre della precisione dell’esecuzione si occupano nei Krokus due vecchi volponi della sezione ritmica, il bassista Chris Von Rohr e il batterista Freddie Steady. che dal fondo comandavano e hanno portato con sicurezza la barca in un porto vestito di migliaia di coriandoli d’argento.

Gli Artillery sono leggende del thrash metal. In pratica l’hanno cucinato insieme ai tempi in cui questo mostrava appena i primi segni dei suoi contorni. Nel profondo degli anni Ottanta. Orientati ai riff, rapidi cambi di più tempi uniti all’interno di un unico brano! Tecnicamente di certo non un boccone facile! Nella carriera hanno pubblicato qualche album eccellente, ma in qualche modo non sono riusciti a sfondare tra i nomi più in vista della scena di allora. Sono seguiti periodi di lunghe pause, finché i leggendari danesi si rimettono insieme e nel 2009 pubblicano un ottimo album in studio intitolato “When Death Comes”, peraltro appena il sesto in totale. I ragazzi lo hanno presentato abbondantemente anche durante l’esibizione a Balingen, come già in visita a Lubiana nel settembre 2009. Signori dall’aspetto simpatico, che danno l’impressione che nulla possa scalzarli dalla poltrona mentre sfogliano il giornale nel pomeriggio, portano dentro caratteri tutt’altro che tranquilli. Peter Thorslund, con lo sguardo da zio gentile, mostra una somiglianza incredibile con John Wright, il batterista dei No Means No.

La pianta squadrata della sala Volksbank ha scacciato tutte le paure di ritrovarci con un suono distorto. Niente affatto. Gli Artillery hanno presentato la loro musica con un ottimo supporto sonoro, dove si sentivano chiaramente tutti gli elementi del loro contenuto thrash metal velenoso e infuriato. Il nucleo della band è formato da tre cavalieri originali, cioè i fratelli Morten (basso) e Michael Stützer (chitarra) e Carsten Nielsen (batteria), dal chitarrista di lunga data Peter Thorslund e dal nuovo arrivato alla voce Nico Adamsen. Quest’ultimo era ovviamente il più grande enigma sul palco. Con il suo carattere da camaleonte, che sapeva tirare fuori passaggi melodici e puliti così come forme di ruggito gutturale aggressivo ed estremo, che richiedevano un gran consumo di fiato e smorfie facciali (soprattutto guance gonfiate), inseguendo in modo vertiginoso anche le note più acute, il giovane Nico ha più che giustificato il posto di frontman degli Artillery.

Ha completato la sua figura carismatica con elmetto militare e occhiali, e per questo lo si potrebbe mettere tra i più fanatici dell’opera dei Sodom, e ha guidato con sicurezza l’esibizione della band per una buona ora di tempo a disposizione. La band, che oltre alle novità Rise Above it All, When Death Comes, Upon My Cross I Crawl, The End e 10.000 Devils non ha dimenticato di sparare anche qualche marcia classica (tra cui By Inheritance, Terror Squad,  Khomaniac, The Almighty), ha deciso di dedicare a Ronnie una cover dei Black Sabbath molto interessante. In repertorio è finita infatti Computer God (“Dehumanizer”, 1992). Ma devo dire che la mossa non è stata la più furba, perché ha spezzato l’esibizione in due parti. Fino a quel pezzo l’assalto della band era quasi impeccabile nello scatenare energia estrema! Il classico dei Sabbath ha involontariamente calmato la situazione, e alla band nel seguito è mancato un po’ di minutaggio per portare la fine del concerto in un flusso energetico che raggiungesse l’esplosività di quel grado altamente vibrante di impatto senza compromessi della parte iniziale. La band è affiatatissima e durante lo show non si è avvertito che abbia sbagliato una nota o che si sia scollata nella base ritmica del proprio messaggio scenico. Gli Artillery sono dunque un’unità che nel 2010 dovete assolutamente andare a vedere, quando passano dalle vostre parti.

HAMMERFALL: 21.20 – 23.00
Strane sono le vie del Signore! Almeno così dicono. Eppure certe mosse ricordano il detto della prima frase. Gli HammerFall headliner del Bang Your Head!!! festival. Bella questa. Da dove vengono ora i dubbi? Gli HammerFall sono sempre in tour, sono attivi con le uscite di album in studio, quindi i palchi concertistici d’Europa sono sempre pieni di loro, così come i lettori CD. Evidentemente è andata così: quest’estate non c’era un grande gruppo adatto, che avesse cominciato la carriera diciamo a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta e cercasse date nei festival estivi d’Europa. Per una band della grandezza degli Iron Maiden, al Bang Your Head-u!!! sono semplicemente troppo piccoli. “No” anche ai Motorhead, “no” anche agli Accept e (per fortuna) “no” anche ai Manowar (se posso essere un po’ cattivo, già i Sabaton erano il massimo, eh eh,…)! Comunque sia, la decisione è presa e gli HammerFall sono arrivati sul palco puntualissimi all’ora stabilita.

Hanno aperto lo show all’insegna del nuovo prodotto in studio, anzi dirò meglio del prodotto in studio attuale, “No Sacrifice, No Victory” (2009), con cui li avevamo accolti anche nella slovena Maribor lo scorso aprile. Gli HammerFall sono un quintetto di ottimi musicisti, volponi navigati. Di recente si sono rinforzati con un virtuoso fuori serie della chitarra, Pontus Norgren, che prima suonava nei The Poodles e nella carriera ha fatto, tra le altre cose, anche il tecnico delle chitarre per Y. J. Malmsteen. In formazione è tornato il bassista originale di “Glory To The Brave”, il piccoletto Fredrik Larsson. Se dai a questi ragazzi un grande palco, puoi star sicuro di ricevere più che una porzione abbondante di canzoncine HammerFall nel tuo “fris” di cervello, da cui non ti riprenderai per un bel pezzo. Che sul palco regni dunque il “power metal”!

I primi cavalieri del “revival dell’euro power metal” hanno sorpreso poco dopo l’inizio, quando dopo tanto, tantissimo tempo hanno rimesso in scaletta il brano d’apertura dell’esordio in studio “Glory To The Brave” (1996), intitolato The Dragon Lies Bleeding. L’esecuzione di questo pezzo è stata anche uno dei momenti più interessanti del loro show. Negli HammerFall piace sempre l’eccellente presenza scenica, intesa come movimento del quintetto, occupazione delle posizioni sul palco, sfruttamento dello spazio scenico. Più è grande, meglio gli HammerFall ci si sciolgono. In questo modo i ragazzi sanno tenere il pubblico in pugno, così che partecipi con ancora più voglia. Cans nelle parti strumentali si scapocciava selvaggiamente sul palco, Dronjak e Norgren più volte si sono messi di lato spalla a spalla, suonando le armonie in terze, e nemmeno Larsson è mancato all’appello. Sul palco gli HammerFall avevano anche un “palchetto improvvisato” in più, su cui correvano liberamente fino alla batteria di Johansson e ritorno, e la loro attività scenica l’hanno sfruttata anche facendo più volte correre i due chitarristi fino agli estremi, sinistro e destro, del palco del festival.

Cans è un frontman eccezionale, che nelle pause sa esattamente cosa dire per tenere il pubblico vicino a sé. I suoi discorsi non sono pretenziosi né da mattatore, ma contengono sempre la giusta dose di umorismo e di informazioni interessanti. Tra queste, stavolta, c’era anche quella che gli HammerFall si erano già esibiti nel 1997 al Bang Your Head!!! festival. Allora si teneva ancora in una sala nella città di Tübingen. All’epoca gli HammerFall, “pivelli” promettenti, avevano aperto il festival stesso (gli headliner della serata, in compagnia di sette protagonisti, erano allora i tedeschi Gamma Ray).

Gli HammerFall hanno radunato sotto il palco tra gli 8.500 e i 9.000 presenti, e la zona del fan pit è stata di gran lunga quella che ha dato più dedizione alla band durante il concerto. Gli svedesi hanno ovviamente pensato anche a una generosa dose di effetti pirotecnici, che comprendevano sia giochi di fuoco (detonazioni) sia il crepitio di scintille di razzi, e il palco è stato più volte durante il concerto avvolto in una vera cortina di fumo. L’esibizione della band merita i voti più alti. Sia per le caratteristiche sonore sia per l’atmosfera esaltante che i ragazzi hanno acceso. Qualche problema spiacevole con il microfono senza fili l’ha avuto solo Joacim, subito all’inizio, durante Punish And Enslave. Il dubbio che una band esperta come gli HammerFall non sarebbe stata all’altezza di un grande palco si è rivelato una vera sciocchezza. Nel secondo bis i ragazzi hanno suonato anche il brano dei Rainbow Man On The Silver Mountain, e alla band si è unito sul palco, come ospite speciale per l’occasione, nientemeno che il cantante dei Dark Tranquillity Mikael Stanne. E non senza motivo. Era infatti il cantante originale degli HammerFall. Stanne ha così potuto scaldare le corde vocali con la sua voce tagliente e dal timbro più basso in vista dell’esibizione dei Dark Tranquillity, che seguiva il concerto degli HammerFall nella sala Volksbank Messe.

DARK TRANQUILLITY 23:00 – 00:30 (indoor)
Non erano ancora passati dieci minuti dal salto a sorpresa sul palco principale del cantante Mikael Stanne, che gli svedesi Dark Tranquillity con At the Point of Ignition si erano già messi in viaggio per un’ora e mezza attraverso la loro discografia in studio, con un’attenzione particolare all’album “We Are the Void”, uscito a febbraio. Gli unici veri rappresentanti ancora in attività della celebre scuola di Göteborg del death metal melodico, che ha messo Göteborg sulla mappa mondiale del metal, hanno lanciato con brani orecchiabili il guanto di sfida a una folla assetata di divertimento e incline ai ritmi più aggressivi. I Dark Tranquillity hanno trovato la loro riconoscibilità con l’accompagnamento di tastiere di Martin Brändström, la cui presenza per tutto il brano sa essere irresistibile per tutti gli amanti della ricerca della melodia nei generi metal più estremi, e le cui melodie spesso fanno addirittura da protagoniste negli intro e negli outro dei pezzi. Consigliato anche a chi di solito evita i suoni melodeth! La band si è trovata benissimo sul palco interno: senza dubbio l’energia di un gruppo abituato ai concerti nei club sarebbe evaporata sul palco principale, in mezzo alle stelle, e la ciliegina sulla torta l’ha messa il suono dal mixer, che ha curato bene la simbiosi, tanto importante nel mondo dei generi melodici, tra tastiere e chitarra. Ancora una volta ha dimostrato la sua versatilità il carismatico Stanne, per cui i passaggi dal growl profondo alla linea vocale pulita non creano il minimo problema. I fan hanno sicuramente avuto ciò che volevano, anche se, a dire il vero, vista la fama degli svedesi mi aspettavo più ressa sotto il palco. La ragione va cercata nel fatto che il Bang You Head!!! è pensato soprattutto per i seguaci dell’heavy metal, quindi nell’intero elenco dei protagonisti i Dark Tranquillity si sono ritrovati in cima alla scala dell’estremo e di conseguenza con un interesse minore del pubblico di quello che avrebbero avuto in uno degli altri festival.

Autore: Urban Bolta (Grand Magus, Anvil, Jon Oliva’s Pain, Doro, Krokus, Dark Tranquillity)
Autore: Aleš Podbrežnik (introduzione, Enforcer, Forbidden, Sabaton, Loudness, Artillery, HammerFall)
Foto: Aleš Podbrežnik

ENFORCER scaletta:
1. Midnight Vice
2. Mistress from Hell
3. On The Loose
4. Katana
5. Roll The Dice
6. Diamonds
7. Scream of the Savage
8. Walk With Me
9. Take Me to Hell
10. Evil Attacker

GRAND MAGUS scaletta:
1. Kingslayer
2. Like The Oar Strikes The Water
3. Silver Into Steel
4. At Midnight They’ll Get Wise
5. Wolf’s Return
6. I, The Jury
7. Hammer Of The North
8. Iron Will
9. The Shadow Knows

FORBIDDEN scaletta:
1. Infinite
2. R.I.P.
3. Step By Step
4. Through The Eyes of Glass
5. Adapt or Die
6. Children of the Sea
7. Chalice Of Blood

SABATON scaletta:
1. Ghost Division
2. Panzer Battalion
3. Coat of Arms
4. Saboteurs
5. Cliffs Of Gallipoli
6. The Price Of A Mile
7. Screaming Eagles
—bis—
8. The Art Of War
9. Primo Victoria
10. Metal Machine / Metal Crüe

LOUDNESS scaletta:
1. Crazy Nights
2. Crazy Doctor
3. Esper
4. Heavy Chains
5. In the Mirror
6. Let It Go
7. S.D.I.
8. Loudness

ANVIL scaletta:
1. March of the Crabs
2. 666
3. School Love
4. Winged Assassins
5. This Is Thirteen
6. Mothra
7. Heaven And Hell / Thumb Hang
8. White Rhino
9. Metal on Metal

JON OLIVA’S PAIN scaletta:
1. Lies
2. Chance
3. Jesus Saves
4. Sirens
5. The Dungeons Are Calling
6. Death Rides a Black Horse
7. Edge of Thorns
8. Gutter Ballet
9. Believe
10. Festival
11. Rainbow in the Dark
12. Hall of the Mountain King

DORO scaletta:
1. You’re My Family
2. I Rule the Ruins
3. Earthshaker Rock
4. Running From the Devil
5. Burning The Witches
6. Egypt (The Chains Are On)
7. Für Immer
8. Burn It Up
9. Celebrate
10. Metal Racer
11. Always Live To Win
12. Breaking The Law
13. All We Are

KROKUS scaletta:
1. Long Stick Goes Boom
2. American Woman
3. Rock’n’Roll Handshake
4. Tokyo Nights
5. Fire
6. Burning Bones
7. Screaming In The Night
8. Easy Rocker
9. Bedside Radio
10. Heatstrokes
—bis—
11. Hoodoo Woman
12. Born To Be Wild
13. Long Live Rock’n’Roll

HAMMERFALL scaletta:
1. Punish And Enslave
2. The Dragon Lies Bleeding
3. Crimson Thunder
4. Hallowed Be My Name
5. Renegade
6. Last Man Standing
7. Blood Bound
8. Heeding The Call
9. Rebel Inside
10. Any Means Necessary
11. Stronger Than All
12. Riders Of The Storm
—bis I.—
13. Secrets
14. Let The Hammer Fall
—bis II.—
15. Man On The Silver Mountain
16. Hearts On Fire

DARK TRANQUILLITY scaletta:
1. At The Point Of Ignition
2. The Fatalist
3. Focus Shift
4. The Wonders At Your Feet
5. Final Resistance
6. Misery’s Crown
7. Punish My Heaven
8. Iridium
9. Shadow In Our Blood
10. The Lesser Faith
11. Dream Oblivion
12. Lethe
13. Lost To Apathy
14. ThereIn
15. The Grandest Accusation
16. Terminus (Where Death Is Most Alive)


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