Bang Your Head!!! 2017 – il warm up del festival

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Band in scena: Death Angel, Angel Dust, Stormwarrior, Sanctuary, Bloodbound
Data: mercoledì, 12.07.2017
Location: Balingen, Volksbankmesse (Messegelände), Germania


Come ogni anno, anche il festival Bang Your Head!!! 2017 ha avuto il suo giorno di warm up, quello che cade il giorno prima dell’inizio ufficiale. Stavolta senza un vero e proprio headliner, ma comunque con un pacchetto di band che vale ogni singolo peccato di investimento. Bastano Sanctuary e Death Angel, e se ci aggiungi pure i quasi dimenticati Angel Dust, culto del speed/thrash metal tedesco poi diventati heavy metaller melodici, resistere alla tentazione è davvero dura.

L’apertura del giorno di warm up è partita con toni più morbidi. Sul palco sono saliti per primi i power metaller tedeschi Stormwarrior. Gli amburghesi sono ospiti piuttosto fissi di Balingen e del Bang Your Head!!! e, tanto tempo fa, hanno suonato anche all’ex mitico festival metal del Carso, il Metal Mania Open AIr.  Nel quartetto di oggi l’unico membro originale è senza dubbio il boss, chitarrista e ovviamente voce principale della band, Lars Ramcke. Quest’anno la band ha sostituito lo storico bassista Yenz Leonhardt con Connie Andreszka, mentre la formazione attuale degli Stormwarrior si completa con il batterista Jörg Uken e il chitarrista Björn Daigger. Ben consapevoli dell’altissimo livello di compagnia sul cartellone, Lars e soci hanno sparato con tutta l’artiglieria e si sono presi l’attenzione in un lampo con l’opener Iron Eagle, che arriva dal disco più amato degli Stormwarrior, »Heading Northe« (2008). Già con il brano successivo hanno spiazzato quasi tutta la sala, tornando proprio agli esordi della carriera con il singolo »Possessed By Metal«, e poi via all’assalto con Heavy Metal Fire. La band mantiene potenza ed espressività sul palco, anche se è chiaro che le influenze di Running Wild e Helloween non inventano nessuna rivoluzione musicale. Corretti, sicuri, aggressivi e a tutta forza. Con la giusta grinta. Il navigato Lars gestisce con abilità l’intreccio di chitarra e voce, e il resto della squadra gli prepara una base più che solida. La band ha dedicato la maggior parte dei pezzi all’album Heading Notrhe: oltre a Iron Eagle, ha chiuso il concerto con la title track del disco e ha infilato in scaletta anche Ragnar’ock e Metal Legacy. Gli Stormwarrior non hanno ignorato nemmeno l’ultimo album in studio »Thunder & Steele«, di cui hanno suonato la title track e Steelcrusader, mentre dai dischi più vecchi, da Northern Rage, sono risuonate Valhalla e Bloode Eagle. In scaletta c’è stata un’altra bella sorpresa, Odin’s Warriors, che arriva dall’EP »Heavy Metal Fire« (2003). Quaranta minuti di cannonata power metal tedesca in salsa nordica, per cominciare.

Poi si è girato verso un power metal ancora più melodico, quello degli svedesi Bloodbound. Stavolta si sono presentati in sei, con Fredrik Bergh alle tastiere. Se qualcuno se lo ricorda, anni fa alla Gala hala di Lubiana avevano suonato in cinque, con le tastiere »appese« ai nastri. La band resta invariata nella formazione, a parte il ruolo di batterista, che da quest’anno è occupato da Daniel Sjögren. I Bloodbound sono sulla scena da tredici anni, e i loro membri, in particolare i fondatori, il chitarrista Tomas Olsson e il già citato Bergh, che si conoscono dai tempi degli AOR Street Talk,  hanno un bel bagaglio di chilometri live e in studio. Anche a questo concerto i Bloodbound non hanno lasciato a piedi i fan. Quest’anno la band ha registrato e pubblicato il nuovo album in studio »War of Dragons«, che a Balingen ha presentato in abbondanza. Con ben cinque pezzi (cioè metà dell’intera scaletta), compresa l’opener Battle in the Sky, la title track e Stand and Fight (tutte e tre una dietro l’altra nella prima parte del concerto), più Silver Wings e Dragons Are Forever, piazzate proprio sul finale dello show. Il resto della scaletta è stato coperto dall’album »Stormborn« (2015) con due brani (Stormborn, Whern All Lights Fail), e da »In the Name of Metal« con il pezzo Moria,  mentre i Bloodbound hanno chiuso l’esibizione con un brano più datato, Nosferatu (»Nosferatu«, 2005).  Patrik J. Selleby resta in splendida forma vocale. Stavolta si è incollato due cornetti sulla testa rasata. Nosferatu, appunto. I Bloodbound, come squadra, hanno sempre messo nel loro look e nel loro carattere sul palco un pizzico di kitsch e di sbrilluccichio. Bello show, corretto.

Gli Angel Dust sono una leggendaria band tedesca che negli anni Ottanta suonava in realtà thrash e speed metal. La loro esibizione nel giorno di warm up di quest’anno al Bang Your Head è stata una vera mezza sorpresa per chi conosce la band ma non gravita nel giro, visto che per anni non ha dato segni di vita. I ragazzi però si sono riattivati da poco e allo stesso tempo hanno confermato di lavorare a materiale per un nuovo album. Il concerto degli Angel Dust è stato quindi una delle principali attrazioni del warm up del festival. Il gruppo è tornato nella formazione che tra il 1997 e il 2002 ha registrato gli ultimi quattro album in studio. Quei quattro dischi hanno rappresentato un taglio netto con le radici speed/thrash metal, verso un heavy metal atmosferico e condito con una scorpacciata di melodia, con la ritmica originale di Frank Banx (basso) e Dirk Assmuth (batteria), poi il cantante Dirk Thurisch e il chitarrista Bernd Aufermann (quest’ultimo per un periodo è stato chitarrista live dei leggendari Running Wild). La band, riattivata l’anno scorso, è vero che non saliva sui palchi da un bel po’, e si è sentito nello show, che ha regalato qualche scivolone al volo, soprattutto qualche deviazione dalla linea vocale ideale e qualche goffaggine nei passaggi di chitarra, ma gli Angel Dust hanno creato una vera atmosfera da concerto, e il pubblico si è visibilmente divertito. Comunque sia. Gli Angel Dust sono qui. Di nuovo. La parte più grossa della scaletta l’hanno dedicata all’album »Enlighten The Darkness« (l’opener Let Me Live, poi The One You Are, la conclusiva First In Line, e Cross of Hatred, Enjoy! e Come Into Resistence), mentre il resto del repertorio è stato riempito dagli ottimi album »Bleed« (Bleed, Never) e »Border of Reality« (Border of Reality, Nightmare).  Anche se lo show non è stato perfetto, è stato bello vedere sul palco dei veterani che, speriamo, il nuovo album in studio riporterà con più continuità sui palchi d’Europa.

In realtà si è fatto più caldo quando sul palco sono saliti i veterani speed e thrash metal di Seattle, USA, i Sanctuary. Sotto il palco si è fatta strada una marea di fan della band, e il gruppo, con quindici pezzi conditi di emozioni e di ottima esecuzione, ha portato uno show né più né meno che brillante. I Sanctuary, guidati dal grande comandante vocale Warrel Dane, hanno costruito una scaletta con tre album. Non serve essere Einstein per risolvere questo enigma. Sono ovviamente i primi due, di culto, »Refuge Denied« e »Into The Mirror Black«, mentre una bella fetta della scaletta è stata riempita dai brani dell’ultimo »The Year The Sun Died«.  Quello che ha colpito di più nel concerto dei Sanctuary è stato l’affiatamento eccellente e il suono stesso che la band ha sviluppato suonando. Dalla batteria a entrambe le chitarre, fino al basso potente, penetrante e ringhiante. Da Warrel Dane, certo, oggi non possiamo aspettarci la potenza di un ventenne. I tempi delle prestazioni vocali eccezionali sono passati, e Warrel ha saggiamente risparmiato le forze, restando per lo più su tonalità medio-basse, e i ritornelli più imponenti di alcuni pezzi in repertorio li ha lasciati volentieri cantare al pubblico. Show solido e compatto, partecipazione della gente pazzesca. Nascita di riff folli e di culto dalle mani di una band di culto. La band ha sprigionato un groove incredibilmente affamato, quasi blasfemo. Anche i pezzi nuovi in tre anni hanno attecchito alla grande tra il pubblico, e lo ha dimostrato anche la partecipazione, soprattutto durante la contagiosa Frozen, in cui si sente persino un pizzico di parentela stilistica con i Nevermore, sepolti troppo presto.

Per il gran finale sono saliti sul palco i veterani del Bay Area Thrash Metal, i Death Angel. Una band che suona un sacco e che di recente sforna anche moltissima musica nuova. I Death Angel sono ospiti fissi del Bang Your Head!!!, e giocano in casa anche sui palchi sloveni. Tra l’altro, anche quest’anno hanno suonato di nuovo al Metaldays. La band ha una qualità tale, soprattutto a livello di esecuzione, che l’etichetta Bay Area thrash metal sembra quasi troppo perfetta. Sul palco, del quintetto, hanno impressionato soprattutto i due membri storici degli anni Ottanta: l’incredibilmente energico, carismatico ed esplosivo cantante Mark Osegueda e il brillante solista Rob Cavestany. La band ha attraversato il suo repertorio come se niente fosse, ripercorrendo praticamente tutta la propria storia, con l’accento sui pezzi nuovi dell’ultimo album, uscito l’anno scorso, »The Evil Divide«. Sanctuary e Death Angel hanno avuto lo stesso minutaggio, un’ora e mezza, ma stile ed energia sprigionata hanno lanciato il pubblico al galoppo durante i Death Angel: volava tutto verso il cielo e alla fine si sono svegliati pure i crowd surfer, che non finivano più. Mosh senza limiti, circle pit, vomito mortale dal palco da parte dell’artiglieria pazzesca dei Death Angel. Da ogni posizione. Anche alla fine dello show la band non mostrava un briciolo di stanchezza. Ha sorpreso non poco con l’inclusione del classico di culto dei Black Sabbath Falling of the Edge of the World, e ha chiuso il concerto velenoso e spericolato con una The Moth affilatissima, presa proprio dall’ultimo album. I Death Angel restano un gruppo estremamente velenoso e affilato, la definizione stessa di distruzione e devastazione sul palco senza compromessi. Esecuzione vocale eccellente di Mark e un nuovo sfoggio dei suoi incredibili movimenti da ginnasta durante lo show. Una band che dà sempre il meglio e che bisogna vedere sempre. Dal primo all’ultimo secondo. Se c’è anche solo la possibilità di andare a un loro concerto. Punto e basta. Danno il meglio e per questo non ti stufi mai. Né su disco, e ancor meno dal vivo. Speriamo di rivederli presto.    

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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