BEAT – la superband sulle orme dei King Crimson anni Ottanta arriva anche a Zagabria (2026)
BEAT
martedì 7.7.2026, dalle 20.30 alle 22.45
Zagabria / ŠRC Šalata / Croazia
Certe occasioni capitano una volta sola nella vita. Se l’attuale tour europeo dei BEAT – la superband prog/art rock dedicata alla figura e all’opera degli immortali padri del rock progressivo King Crimson – è davvero irripetibile, l’unica scelta è andare ad almeno una data. Parliamo di un quartetto di nomi leggendari guidato da due ex Crimson! Cioè Adrian Belew (voce, chitarra) e Tony Levin (basso). Poi c’è l’incredibile batterista dei Tool Danny Carey, mentre la chitarra l’ha presa in mano nientemeno che Steve Vai (Robert Fripp non ha mancato di dargli prima le sue dritte su cosa e come fare, cosa non fare e quanto si può staccare dagli originali dei KC nelle reinterpretazioni). Già solo il fatto che ci sia di mezzo un animale da palcoscenico come Steve Vai trascina il pubblico ai concerti in automatico, anche senza sapere per forza chi siano i BEAT (Vai è un nome gigantesco a livello globale e, se si sa che sale sul palco, si va e basta dove griderà la sua chitarra). I BEAT suonano due ore piene di repertorio dei King Crimson anni Ottanta, con pausa nel mezzo! Anche i sogni, ogni tanto, si avverano. Stavolta non c’era nemmeno bisogno di andare lontano. Dalla Slovenia le opzioni erano due. La prima, il prato davanti al castello di Udine (Italia, Friuli), la seconda la Šalata di Zagabria. Quest’ultima data ci tornava decisamente più comoda!
Se zio Fripp non è più interessato, per fortuna gli altri sono ancora in pista, e alla grande. E che compagnia musicale incredibile! I superlativi finiscono in un attimo e le mosse e le azioni dei BEAT fanno pensare che il vocabolario musicale che usiamo per descrivere, per esempio, gli spettacoli dal vivo non abbia ancora inventato le parole giuste per racchiudere in modo sensato quello che succede a un concerto dei BEAT.
La Šalata di Zagabria stavolta non era piena, ma l’affluenza è stata ottima. Ancora una volta il parterre era pieno di sedie, come da prassi a tutti i concerti dei BEAT e come era prassi ai concerti dei King Crimson, oh, quando poi? Tanto tempo fa – gli ultimi concerti in Europa risalgono all’estate del 2019.
La band è salita sul palco alle otto e mezza di sera. Fatta eccezione per Carey, gli altri tre erano vestiti in quello stile da prêt-à-porter che i Crimson usavano davvero negli anni Ottanta sui loro palchi. Gli album “Dicipline” (rosso), “Beat” (blu) e “Three Of A Perfect Pair” (giallo) hanno quindi preso vita in tutto il loro splendore. Pazzesco!
Con questo tour i BEAT hanno puntato un po’ di più sul materiale del terzo album “Three Of A Perfect Pair”: nella prima parte la band ne ha piazzati di fila ben cinque pezzi, perché Ade e Tony sanno benissimo che dopo l’uscita di quel disco i King Crimson sono presto andati in letargo, e così l’album non ha avuto molte occasioni di farsi conoscere dal vivo. Il disco ha due facce diverse. La prima metà è fatta di pezzi accompagnati dalla pop-orecchiabilità tipica degli anni Ottanta, la seconda faccia è decisamente sperimentale. Su questo lato finiscono Dig Me, Industry e soprattutto Lark’s Tongues In Aspic (Part III), che ha chiuso la prima parte. Proprio questo brano è stato allungato di brutto, e la band qui si è concessa una dose abbondante di sperimentazione libera, cosa che la scioltezza dell’originale permette senza problemi. È l’approccio che racchiude in pieno il senso dell’etichetta “progressivo”. Quando non sai dove andrà la band, dove ti porterà, dove ti trascinerà. Ognuno nella squadra ha un sacco di spazio per far esplodere tutto il suo genio musicale. Il resto, ovviamente, non ha senso, perché è questo che regala il vero piacere di suonare, di eseguire! Steve Vai, come previsto, ha infilato nelle parti sperimentali strumentali del concerto una marea di trucchi e suoni di chitarra che sono solo suoi. Ade è un mattone essenziale, perché il suo modo di suonare la chitarra è unico nell’universo musicale. Senza il suo apporto è impossibile immaginare il volto degli album dei Crimson a cui Belew ha partecipato. Levin è Levin. Un bassista ottantenne che non ha rivali, e ha stupito ancora una volta con il Chapman Stick. Per il resto ha suonato un basso con la grafica dell’album “Three Of A Perfect Pair”, lo stesso che usava negli anni Ottanta. In certi momenti si è infilato delle bacchette extra sulle dita della mano destra, rendendo lo slap ancora più intenso. Tutti e tre i musicisti suonano anche pedali – sintetizzatori. Il pavimento è un tappeto di pedali. E poi c’è Danny Carey. Che batterista preciso, raffinato e versatile. Ha spezzato in modo geniale le strutture ritmiche consolidate, dando loro quella natura imprevedibile che, nella sua essenza più profonda, può generare solo la sfida della sperimentazione. Adrian Belew ha ancora una voce eccezionale a 76 anni. Una voce che è una delle definizioni fondamentali del volto dei King Crimson dagli anni Ottanta fino al 2003, quando uscì “Power to Believe” (l’ultimo vero album in studio dei KC).
I Crimson degli anni Ottanta hanno incorporato nel loro sound una montagna di motivi della musica tradizionale asiatica e africana, e lo stesso vale per la ritmica. Belew ha portato in tutto questo perfino un po’ di energia punk e una bella dose di lucidità! C’è anche la musicalità della retorica pop, mentre per la loro reinvenzione anni Ottanta i Crimson hanno pescato dalle tendenze new wave, con in testa Talking Heads, Japan, Roxy Music. Il tutto è finito in un calderone da cui è nato un art rock unico ed eclettico, che appartiene solo ai Crimson anni Ottanta. Fu proprio questa trasformazione totale, insieme all’espressione di un’eclettismo appena nato, a spingere avanti Fripp e compagni. E tutto questo l’abbiamo rivissuto ancora una volta sul palco di Zagabria.
Ahhh,… 15 minuti di pausa.
La seconda parte si apre con Waiting Man e The Sheltering Sky. Una dose della world music ritmica e melodica di cui sopra, inserita in un volto progressivo unico. Il tutto si è sviluppato con tale intensità da poterlo definire una specie di mantra. Steve Vai è stato impressionante e proprio in Sheltering Sky ha messo il maggior numero di quelle caratteristiche che lo piazzano in un posto unico nell’universo musicale. Il suo show è culminato con la nota più alta possibile della sua chitarra (così è anche nell’originale del brano), che Vai ha accompagnato, nel suo stile di perfetta teatralità da palco, in modo succosissimo e divertente. Carey sofisticato e paziente, perché il pezzo si regge sulla costruzione di un’atmosfera pittoresca fatta di strati di suoni intrecciati, con l’ottimo supporto dei sintetizzatori a pedale (sintetizzatori per chitarra e per basso). Roba da matti. Segue il “risveglio” con uno dei brani più amati dell’era Crimson anni Ottanta – Sleepless, dove la band conferma ancora una volta una compattezza ritmica stupefacente. Poi arrivano altri bocconcini “più leggeri” per le orecchie: Frame By Frame, la dolce Matte Kudasai e la beffarda Elephant Talk, dove si aspetta sempre il barrito da giungla delle trombe, simulato con la chitarra e il tremolo – tutta questa botta appartiene ovviamente allo scintillante Adrian Belew.
La drammatica Indiscipline ha chiuso il concerto. Qui al centro della scena è finito Danny Carey, che ha mostrato perché è considerato uno dei maestri della batteria più caldi del momento sul pianeta. Ve lo immaginate se i BEAT decidessero, nel prossimo tour, di crescere fino a diventare un mostro da palco a più teste, con Mastelotto e Harrison a unirsi a loro due? “I repeat myself when under stress”… come se non bastasse. Un testo pieno di intrighi, e la natura musicale lo segue. Nel modo più strano e scombinato possibile. Come esecuzione e suono, invece, nel segno della perfezione totale. A chiuderla è l’urlo di Adrian: “I Like It!”
Il bis d’obbligo l’ha servito Red! Cioè il pezzo che chiude in modo sensato la prima era dei King Crimson con un riff del 1975 che, a ben vedere, è proprio metal. Adrian qui si è inchinato a Bruford e Fripp. Segue un altro brano di cui si sentiva la mancanza, preso dall’album “Discipline”. La sgangherata Thela Hun Ginjeet – il gioco di parole di Adrian sul titolo originale Heat In The Jungle (il titolo originale a Fripp non piaceva), con cui si è chiuso anche il bis d’obbligo.
A Zagabria i BEAT hanno portato tutta l’eccezionalità dell’eclettismo inafferrabile della musica dei King Crimson. Davanti a una reinterpretazione straordinaria degli originali dei King Crimson, il senso del tempo e dello spazio è sparito. Ha preso il sopravvento quella magia che possono ricreare solo geni musicali come questi quattro maestri riuniti in un unico corpo musicale. Un completarsi senza sbavature, fino a una venerabile perfezione sul palco! Unico e irripetibile. Visto che Fripp a quanto pare non deciderà mai più di rimettere in moto i King Crimson, ci sono i BEAT a curare le ferite dei buongustai del rock progressivo. Speriamo che i BEAT insistano ancora per qualche tour. Del materiale pubblicato dai King Crimson tra il 1980 e il 2003 ne resta infatti ancora tantissimo che aspetta di (ri)vivere sul palco!
Autori: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
BEAT – scaletta:
prima parte
1. Neurotica
2. Neal and Jack and Me
3. Heartbeat
4. Sartori in Tangier
5. Model Man
6. Dig Me
7. Man With an Open Heart
8. Industry
9. Larks’ Tongues in Aspic (Part III)
seconda parte
10. Waiting Man
11. The Sheltering Sky
12. Sleepless
13. Frame by Frame
14. Matte Kudasai
15. Elephant Talk
16. Three of a Perfect Pair
17. Indiscipline
—bis—
18. Red
19. Thela Hun Ginjeet
Leggi anche la recensione RockLine del concerto dei BEAT a Praga (Arena O2 Universum), Repubblica Ceca, del 18.6.2026!
























