Belgrade Calling 2012 – terzo giorno!

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Ušće, Belgrado, Serbia
Data del concerto: 29.06.2012
Numero di spettatori: 10.000

Il venerdì mattina ci ha accolti con un leggero giramento di testa e soprattutto con la voglia matta che arrivasse la sera. Il pomeriggio, invece, era dedicato al turismo e all’assaggio delle bontà locali alla griglia sulla mitica Skadarlija, dove i musicisti, con una scaletta di šlager, ci hanno regalato il primo picco musicale della giornata, eheh. Il bello di un festival cittadino come il Belgrade Calling è che, oltre a quello che succede al festival, ti godi anche il battito della città, che a Belgrado è davvero potente. Il pomeriggio è filato liscio come l’olio, poi però ci si è inceppato qualcosa di nuovo davanti all’ingresso dell’area del festival, dove ci aspettava ancora un’ora di ritardo. Eppure nell’aria si sentiva la tensione e l’eccitazione (insieme all’odore di grigliata e all’immancabile birra fredda, ovviamente), perché il venerdì era fatto apposta per il concerto di due leggendari gruppi alternativi degli anni Novanta.

 

Il sole cocente del pomeriggio ha così richiamato sul palco, verso le sei, i grandi ritornati della scena alternative rock degli anni Novanta, ed è stato un vero salto »back to the nineties«, quando MTV era ancora una vera televisione musicale, che mandava in heavy rotation i video della leggendaria band californiana Ugly Kid Joe. Per me è stata l’esibizione più attesa di tutto il festival e sono felicissimo di scrivere che gli Ugly Kid Joe hanno superato di gran lunga le aspettative. Gli Ugly Kid Joe sono tornati in vita anche in studio con l’EP uscito da poco, Stairway to Hell, che sì, li mostra sotto una luce un po’ più seria e cupa, ma stilisticamente è ancora Ugly Kid Joe al 100%. Gli UKJ sono saliti sul palco di Belgrado col caldo più feroce, ma i navigati »surfisti« californiani non se ne sono curati minimamente. Il leggendario cantante Whitfield Crane, con addosso una maglietta dei Motörhead, ha mandato il pubblico in estasi già con l’opener V.I.P., ed era bello vedere che, nonostante il sole cocente, un bel po’ di gente partecipava attivamente. Con una scelta di pezzi eccellente (peccato solo per il poco tempo concesso) hanno creato la perfetta atmosfera estiva da »feel good«, con i classici degli UKJ Neigbot, Milkman’s Son e Goddamn Devil in prima fila a marciare orgogliosi. Whit è sempre un frontman pazzesco, che il pubblico lo tiene in pugno col mignolo del piede sinistro, ma ancora più importante è che Crane ha una voce conservata alla grande, ed è stato davvero sbalorditivo sentire un’esecuzione vocale così vicina a quella dei dischi. Alle chitarre si sono comportati fantasticamente il burlone Dave Fortman e soprattutto Klaus Eichstadt, che ha servito un po’ di assoli pazzi, fighi e infuocati dal repertorio degli UKJ. In questo tour il chitarrista Dave Fortman e il batterista Shannon Larkin sono stati sostituiti da Sonny Mayo (chitarra) e dalla batterista Yael, che hanno fatto il loro lavoro così bene e con tale energia che non avrei mai detto fossero solo session. Soprattutto Fortman, insieme al bassista Cordell Crockett, ha messo in piedi uno show sul palco da veri burloni, coinvolgendo di continuo il pubblico e sfruttando ogni centimetro del palco con energia. Gli Ugly Kid Joe hanno coronato un’esibizione indimenticabile con l’ottima esecuzione dei loro più grandi successi, Cat’s in the Cradle, e dell’inno estivo Everything About You.

 

Il magnifico inizio della giornata di venerdì è svanito in fretta, quando sul palco sono arrivati gli inglesi The Horrors a ammorbare l’aria, servendo musicalmente il peggio e il più insensato che le mie povere orecchie innocenti abbiano mai avuto occasione di sentire. Per questi ragazzini/ragazzine anoressici in camicette a quadretti e con ciuffetti ben leccati non si poteva scegliere nome più azzeccato: la loro versione quasi goth/horror del post-punk era musicalmente qualcosa di simile alla poesia vogon nella Guida galattica per gli autostoppisti. Se li avessi avuti a tiro, mi sarei mangiato le mie stesse orecchie; così invece sono riuscito a sopravvivere a quest’orrore cercando angolini dell’area del festival dove i tentacoli di questo innominabile orrore musicale lovecraftiano non riuscissero a raggiungermi.

 

Per una prosecuzione un po’ più digeribile della serata di venerdì ci ha pensato il leggendario Johnny Marcio, ehm, Johnny Rotten o John Lydon, come è tornato a chiamarsi oggi, con il suo vero nome, ex frontman dei leggendari pionieri del punk britannico Sex Pistols. Lydon ha portato a Belgrado la sua band Public Image Ltd., fondata dopo aver lasciato i Sex Pistols nel 1978 e con cui è stato anche il primo rappresentante del post-punk appena nato. Lydon ha rimesso in moto i PiL nel 2009 e anche stavolta è entrato sul palco in perfetto stile personale, con una bottiglia di cognac da cui ha mandato giù qualche bel sorso prima di lanciarsi in uno dei pezzi più noti dei PiL, (This Is Not A) Love Song. Il buon suono ha fatto sì che si sentissero soprattutto le linee di basso profonde, ispirate al dub, sopra le quali il vecchio Rotten ha mezzo cantato e mezzo recitato i testi dei più grandi successi del gruppo: Warrior, Flowers of Romance, Rise e altri. Di comunicazione col pubblico ce n’è stata giusto un assaggio: Lydon è rimasto per la maggior parte del tempo stoicamente dietro al microfono, a snocciolare mezzo in trance i suoi testi astratti. Ciononostante John Lydon resta una figura musicale unica, ed era un vero piacere vederlo in azione, anche se a me personalmente la musica del gruppo, parecchio ripetitiva, entrava nelle orecchie con sempre più fatica a ogni pezzo. Del resto i Public Image Ltd. non sono mai stati musica per tutti i palati e sono lontanissimi da qualsiasi cosa si possa etichettare come »easy-listening.«

 

A tutt’altra storia ci ha pensato poi una band che non avrei mai pensato di vedere dal vivo. Almeno non di proposito, visto che persino il loro hit più famoso l’ho sentito solo per sbaglio. Ma dopo i cupi, morbosi e difficili da ascoltare The Horrors, e in parte anche dopo i Public Image Ltd., ci stava benissimo la totale leggerezza, la spensieratezza e soprattutto il glam/hard rock positivo e ottimista dei giganti britannici The Darkness. Sono tornati in vita l’anno scorso, dopo essersi fermati nel 2006 per una pausa non programmata. Il motivo? Perfettamente in stile con l’immagine di rocker dissoluti dei The Darkness: il cantante Justin Hawkins era andato in cura per droga e alcol. Bene, Justin si è ripulito, nel frattempo gli sono cresciuti anche dei veri baffi da uomo, e i The Darkness stanno di nuovo devastando palchi e groupie. A Belgrado non è stato diverso. Le donne strillavano, Justin strillava ancora di più, e la parte maschile del pubblico guardava un po’ gelosa i membri della band sul palco, a dire il vero non così attraenti. Ma quello che i The Darkness hanno offerto al pubblico caldo e scatenato in una buona ora è stato puro godimento rock. Soprattutto grazie a Justin, un frontman senza rivali. Il palco era pieno di Hawkins, magrolino: davanti, dietro, a sinistra, a destra, in piedi, a mani libere, con la chitarra, senza chitarra, con la maglietta e, ovviamente, anche senza. Il carisma di una lattina di Red Bull nelle sembianze di Hawkins non ha rivali, il ragazzo ha la recitazione da palco studiata »al millimetro« e tiene il pubblico in estasi rock totale dal primo all’ultimo istante col solo mignolo sinistro. Il falsetto altissimo secondo me è la conseguenza dei pantaloni di Justin, davvero strettissimi, e ancora di più del successivo body zebrato, non proprio piacevole per gli occhi. I ragazzi hanno presentato con grande successo i maggiori hit dei primi due album e le novità Everybody Have a Good Time, Every Inch of You e la cover dei Radiohead, Street Spirit (Fade Out), che finiranno nel prossimo disco Hot Cakes, in uscita a breve. Come se non bastasse, durante il penultimo pezzo l’esplosivo Justin è andato tra il pubblico sulle spalle di un buttafuori, soleggiando per tutto il tempo. Non ricordo se nella mia carriera di frequentatore di concerti abbia mai assistito a uno show così divertente ed energico. E non avrei mai pensato che queste parole sarebbero uscite dalle mie dita. I ragazzi sanno davvero suonare.

The Darkness sono riusciti a preparare l’atmosfera perfetta per l’esibizione delle star della serata di venerdì, icone degli anni Novanta e giganti del metal alternativo, del rock, del funk e di chissà cos’altro, i Faith No More. Prima però abbiamo dovuto sopportare anche preparativi del palco lunghi come una maratona: i tecnici lo hanno vestito di un bianco funebre e coperto interamente di fiori, composizioni floreali e corone di lutto (che probabilmente si sono fatti prestare dalla Casa dei fiori, eheh). La scenografia un po’ morbosa ricordava sfacciatamente un funerale, e con questo il gruppo fa chiaramente intendere che si sta congedando definitivamente, cosa a cui allude anche la maglietta ufficiale del tour con il motivo di un annuncio funebre. Ma qualunque cosa ci sia dietro l’angolo, quell’ora e mezza di venerdì con i Faith No More non ce la può rubare nessuno. Quando, dopo parecchie complicazioni tecniche, i tecnici hanno finalmente sistemato tutto il necessario, sul palco sono saliti uno dopo l’altro, vestiti tutti di bianco, Mike Bordin (batteria), Jon Hudson (chitarra), Roddy Bottum (tastiere) e Billy Gould (basso), e hanno premuto sull’acceleratore con la potente Woodpecker From Mars. Quando si è unito ai compagni anche il grande Mike Patton, pure lui vestito tutto di bianco e con un cappello bianco in testa, il pubblico in estasi è esploso, e Mike ha servito un pezzetto di classico di Tom Jones, Delilah, cantato così bene che al suo cospetto si sarebbe nascosto perfino Bruce Dickinson con la sua versione. Stavolta i Faith No More hanno scelto una scaletta dominata da pezzi più calmi, lenti e un po’ malinconici, ma proprio per questo la voce davvero spettacolare di Mike Patton, senza dubbio uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi, è venuta fuori ancora di più e ancora meglio. Patton può tutto: dal meraviglioso canto pulito, che è esploso soprattutto nei ritornelli cantati insieme al pubblico, non sono mancati nemmeno il canto lirico da mozzare il fiato, il rap, il beatboxing e lo scat, e persino dei veri growl da death metal. Il talento dell’eclettico Patton, che già solo con la sua presenza carismatica è uno dei migliori frontman rock di tutti i tempi, sembra non avere fine. Naturalmente a tratti da lui spunta ancora la belva imprevedibile del palco, la prima volta già nei momenti iniziali del concerto, quando non gli è andato a genio il girovagare sul palco di un roadie ignaro di tutto, che per questo si è guadagnato una bella botta in testa, mentre il suo tipico sarcasmo pungente e burlone l’ha messo in risalto soprattutto quando ha dedicato il pezzo Digging the Grave al nuovo presidente serbo Tomislav Nikolić (che ha iniziato la carriera come custode di un cimitero, guadagnandosi il soprannome »Toma the Undertaker«). Il quartetto strumentale non è stato in nulla da meno del suo frontman, in particolare il fantastico Billy Gould, il cui suono di basso profondo e marcatamente funk è l’eterno trademark dei Faith No More e ha fatto tremare anche Ušće, e Roddy Bottum, che ha costruito abilmente un ricco sipario sonoro barocco e ha aiutato Mike con cori abbondanti e piazzati con efficacia. Attraverso gli eterni classici Midlife Crisis, Evidence e Last Cup of Sorrow il concerto ha servito il primo culmine con l’esecuzione consecutiva di due mega classici degli anni Novanta, che hanno consacrato definitivamente i Faith No More tra i più grandi: Epic e Easy. Ancora adesso mi vengono i brividi se ripenso al canto corale di Easy con una folla di diecimila teste. La natura psicotica di Patton è tornata a far capolino nella schizofrenica The Gentle Art of Making Enemies, e in stile rilassato (che si sposava con l’atmosfera del festival come il cacio sui maccheroni) i Faith No More sono arrivati alla fine della parte regolare del concerto con King For a Day, Ashes to Ashes e la fantastica Just a Man. Nel bis i FNM ci hanno sorpreso con un pezzo nuovo che si intitola Matador (e che, spero, è il segnale che la band non sta ancora per tirare le cuoia), poi ancora, soprattutto da parte di Patton, una fenomenale esecuzione del brano tradizionale serbo Ajde Jano, con un tremolo studiato alla perfezione (sospetto che Patton abbia preso lezioni da Biške dei Pero Defformero). I leggendari Faith No More hanno portato a termine la loro esibizione fin troppo in fretta con il classico Stripsearch. Se questo è davvero l’addio definitivo dei Faith No More, è stato un puro piacere assistere a questo magnifico funerale, ma spero davvero con tutto il cuore che Matador sia l’annuncio di un nuovo disco.

 

Il venerdì si è chiuso con l’esibizione esclusiva di mezzanotte dei pionieri del goth rock, i cupi Sisters of Mercy, che fin dai primi secondi hanno avvolto il palco in una spessa coperta di nebbia. Ma i Faith No More avevano lasciato un’impressione così forte, e l’ora tarda si era fatta sentire, che per noi è rimasta solo una passeggiata notturna per la città. Il sabato ha offerto ancora un bel po’ di band serbe, ma la soleggiata giornata di sabato era ancora più adatta a bighellonare per la città, a un’ultima birra e a un pranzo sostanzioso.

 

Il Belgrade Calling è un festival che ha il potenziale per crescere fino a diventare uno dei più grandi dei Balcani e per trasformarsi in un duro concorrente dell’Exit di Novi Sad. Ma per via dell’affluenza miserabile (pare che in totale siano stati venduti appena 15.000 biglietti) il suo futuro è in dubbio, perché gli organizzatori sono senza dubbio finiti ben dentro il rosso. Sarebbe un peccato perdere un festival così, nonostante i forti dolori del parto non siano mancati. Per cominciare, bisogna ridurre o eliminare del tutto i ritardi di un’ora all’apertura dell’area, predisporre un sistema più comodo per chi viene più giorni introducendo i braccialetti (scansionare i codici a barre dei biglietti è una stupidaggine come non ne avevo mai viste) e migliorare l’offerta di cibo, visto che non era consentito uscire dall’area del festival. Se per cominciare sistemano almeno queste mancanze, il Belgrade Calling può avere un futuro luminoso, e a questo richiamo varrà sicuramente la pena rispondere!

Scaletta

UGLY KID JOE:
1. Intro/V.I.P.
2. Dialogue
3. Neighbor
4. Penhandlin’ Prince
5. Milkman’s Son
6. Cats in the Cradle
7. I’m Alright
8. Goddamn Devil
9. Everything About You

THE DARKNESS:
1. Black Shuck
2. Growing On Me
3. The Best of Me
4. One Way Ticket
5. Get Your Hands Off My Woman
6. Everybody Have a Good Time
7. Love Is Only a Feeling
8. Every Inch of You
9. Street Spirit (Fade Out)
10. Givin’ Up
11. I Believe in a Thing Called Love
12. Love On the Rocks With No Ice

FAITH NO MORE:
1. Woodpecker From Mars/Delilah
2. Midlife Crisis
3. Ricochet
4. Land of Sunshine
5. Evidence
6. Last Cup of Sorrow
7. Digging the Grave
8. Epic
9. Easy
10. Everything’s Ruined
11. The Gentle Art of Making Enemies
12. King For a Day
13. Ashes to Ashes
14. Just a Man
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15. Matador
16. Ajde Jano/Stripsearch

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