Believe

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pendragon
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2005
Durata: 51:31
Voto: 3/5

I veterani britannici del neo prog rock Pendragon, con »Beleive«, il loro settimo lavoro in studio, hanno sterzato in modo piuttosto inatteso, con una svolta stilistica che segnava una rottura netta rispetto alla direzione degli album del decennio precedente. Da »The World« (1991) a »Not Of This World (2001) Nick Barret e i suoi compari avevano giurato fedeltà a una forma sofisticata e melodica di prog rock sinfonico. Quella formula aveva portato parecchi bei risultati e un’impennata di popolarità incredibile in Europa orientale, soprattutto in Polonia, dove il neo prog rock è particolarmente venerato, ma non poteva durare all’infinito, se volevano giustificare l’aggettivo ‘progressivo’ per la propria direzione musicale. Dopo l’interessante, tutto sommato, album acustico »Acoustically Challenged« (2002) hanno capito che certi esperimenti stilistici non sono necessariamente un male, anzi, erano praticamente indispensabili, anche se dopo il disgraziato esperimento ‘pop’ di »Kowtow« (1988), ancora oggi il loro lavoro più debole, avrebbero già potuto imparare che non conviene spingersi troppo all’estremo opposto e alienarsi così un bel pezzo della fedele base di fan.

Su »Believe« una rottura stilistica radicale come quella di »Kowtow« non c’è stata, anche se l’atmosfera generale è decisamente più cupa di quella che aveva caratterizzato i lavori passati dei Pendragon. Qui, probabilmente grazie all’effetto positivo di »Acoustically Challenged«, c’è anche molta più chitarra acustica di Barrett e perfino qualche lieve influsso di world music, che non è affatto un cambiamento sbagliato. Tutto questo, a ben vedere, dovrebbe essere un punto a favore per una band minacciata da un perpetuo riciclo sonoro, e invece durante la composizione dei singoli brani è andato storto qualcosa di grosso: salvo rare eccezioni, alla maggior parte dei pezzi mancano la profondità e l’anima che ci aspetteremmo, mentre Barrett, che non è mai stato più che un cantante nella media, avrebbe potuto impegnarsi almeno un po’ di più, perché quando la voce gli trema suona piuttosto vuota. Anche i suoi testi, a parte rari momenti, non sono altro che sproloqui filosofici quasi-religiosi e parecchio vuoti, un problema che affligge la maggior parte degli album dei Pendragon. L’unica novità è che i testi sono diventati un filo più cinici. Ciononostante, gli arrangiamenti dei singoli pezzi, in cui ha un ruolo importantissimo il vecchio compare di Nick, il leggendario tastierista Clive Nolan (Arena, ex-Shadowland), sono ancora una volta eccellenti e pieni di eterea leggerezza, mentre Barrett come chitarrista è addirittura migliorato e ha tirato fuori parecchie improvvisazioni interessanti e sentite.

L’impressione peggiore la lascia già l’opener »No Place For the Innocent«, che negli album precedenti dei Pendragon sarebbe stato al massimo un riempitivo, e pure di cattivo gusto. Dopo una breve introduzione new age, strumentale e del tutto atipica, sotto forma di title track, che grazie al supporto di una voce femminile eterea ricorda perfino un po’ Enya, e con le spiritose improvvisazioni elettroniche di Nolan, arriva una svolta improvvisa in una bizzarra sezione pop dal ritmo quasi da ballo, dove la voce di Barrett cade come il sale sulla ferita. L’unica cosa che addolcisce un po’ il retrogusto amaro è l’arrangiamento acustico e melodico e, come sempre, l’ottima interazione tra chitarra e tastiere. La coppia ritmica formata dal bassista Peter Gee e dal batterista Fudge Smith, che dopo »Believe« ha lasciato la band, è solida, anche se si avverte che in certi pezzi Smith  non era più del tutto ‘sul pezzo’, e così alcuni passaggi di batteria suonano piuttosto sterili.

»Wisdom of Solomon«, dove non mancano le connotazioni bibliche, è un risultato nettamente più riuscito e ambizioso rispetto alla debole apertura dell’album. Anzi, è uno dei momenti migliori di »Believe«. Dopo un’altra apertura ‘new age’, che ricorda una qualche invocazione religiosa del Medio Oriente, arriva un bellissimo assolo di chitarra, fortemente influenzato da Dave Gilmour (Pink Floyd), che è senza dubbio l’influenza più forte sullo stile chitarristico di Barrett. Quest’ultimo poi ci sorprende con un flamenco alla chitarra acustica, con cui costruisce lentamente un’atmosfera melodrammatica. Sorprese notevoli sono anche certe svolte ritmiche aggressive, piuttosto insolite per i Pendragon, e una dose maggiore di elettronica sulle tastiere di Clive. Se fosse stato un brano solo strumentale, sarebbe venuto benissimo, perché nelle sezioni più aggressive Barrett suona vocalmente quasi del tutto smarrito.

I Pendragon sono rimasti fedeli alla tradizione e anche su questo album hanno creato una suite epica intitolata »The Wishing Well«, divisa in quattro parti separate. La prima, »For Your Yourney«, ha un’impronta decisamente sinfonica, con imponenti arrangiamenti orchestrali firmati dal signor Nolan e armonie corali femminili sullo sfondo. Il momento più bizzarro dell’intera suite arriva quando Barrett prova a trasformarsi in una specie di Leonard Cohen del neo prog rock e comincia a recitare la sua poesia (quasi) intellettuale, ottenendo l’effetto esattamente opposto a quello voluto, perché ammazza completamente tutto. »Sou’ By Sou’ West«, carico di atmosfera eterea e malinconica, ha una serie di solidi arrangiamenti orchestrali e acustici, che sono il suo fascino principale, mentre la voce di Barrett si sforza invano di aumentare il fattore drammatico. Quanto fallisce come cantante, lo compensa come ottimo chitarrista. In »We Talked«, che ha di nuovo arrangiamenti più che decorosi, improvvisazioni di gusto e qualche degno di lode passaggio d’impatto, qualcosa che inizieranno a praticare più attivamente anche in futuro, la voce ‘da cantautore’ di Barretto è semplicemente disperatamente sterile. »Two Roads« soffre di problemi e pregi simili. I brevi intermezzi strumentali sono infatti eccellenti, mentre la voce di Barrett stavolta, grazie al corposo aiuto di chi lo accompagna, è molto più sopportabile.

»Learning Curve«, arricchito da fiati di world music, ha un’introduzione quanto mai piacevole e sottile che promette molto e, in effetti, anche nel proseguo, nonostante un’interpretazione vocale davvero mediocre, grazie a eleganti arrangiamenti acustici e sinfonici e a improvvisazioni di taglio melodico, si rivela uno dei momenti migliori dell’album. »The Edge of the World« è una chiusura nella media, non particolarmente ispirata, di impronta acustica, con una narrazione all’inizio e alla fine. Poteva tranquillamente durare almeno la metà.

»Believe« non è privo di qualche momento affascinante, quando si riaccende la tradizionale magia ambientale dei Pendragon, ma purtroppo il cambio di stile non ha dato i risultati sperati, e così l’album, nel suo insieme, è uno dei momenti meno ispirati della loro carriera. Triste constatare che le singole sezioni strumentali sono di nuovo ottime, sia Barrett che Nolan hanno svolto il proprio lavoro strumentale in modo superbo, ma alcune idee compositive, senza appoggiarsi troppo alla chitarra acustica, avrebbero potuto essere sviluppate molto meglio. Barrett e soci con »Believe« hanno comunque realizzato un album solido, che però oggi entusiasmerà solo i più accaniti fan dei Pendragon. Hanno fatto decisamente meglio con il loro successivo progetto in studio, »Pure« (2008).

Formazione

Nick Barrett – chitarra, voce
Clive Nolan – tastiere
Peter Gee – basso
Fudge Smith – batteria

Produzione

Pendragon

Tracklist

1. Believe (2:56)
2. No Place For The Innocent (5:36)
3. The Wisdom Of Solomon (7:06)
The Wishing Well (21:07)
4. For your journey – 4:30
5. Sou’ by sou’ west – 6:48
6. We talked – 5:29
7. Two roads – 4:17
8. Learning Curve (6:34) 
9. The Edge Of The World (8:15)

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