Beware of Darkness
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Spock's Beard
Etichetta: Giant Electric Pea
Uscita: 1996
Durata: 58:12
Voto: 4.5/5
Gli Spock’s Beard, culto del revival progressive rock di Los Angeles, a metà anni Novanta hanno avuto un ruolo chiave nel riaccendere l’interesse per il prog, e ci sono riusciti già con l’ottimo debutto »The Light« (1995). Dal modesto progetto dei due fratelli Morse, guidato dall’affascinante cantante e polistrumentista Neal e dal virtuoso della chitarra Alan, in meno di tre anni è nata una band con un’anima e con doti eccezionali di composizione e arrangiamento, completata dall’ottimo bassista Dave Meros e dal batterista-mago nonché splendido corista Nick D’Virgilio.
Neal, principale compositore degli Spock’s Beard, autore dei testi e della maggior parte degli arrangiamenti, si è reso conto subito dopo l’uscita di »The Light« che le sue capacità alle tastiere, orientate soprattutto ai sintetizzatori moderni, non bastavano più se voleva allargare il suono della band e infilarci dentro ancora più elementi del prog sinfonico anni Settanta. Così, per il disco successivo, »Beware of Darkness«, ha chiamato a collaborare il veterano giapponese delle tastiere Ryo Okumoto, uno che ne ha viste di tutti i colori, con cui gli Spock’s Beard si sono portati a casa un maestro dell’uso variegato delle tastiere ‘tradizionali’, soprattutto organo Hammond e Mellotron. Non stupisce che oggi più di uno lo definisca il Keith Emerson giapponese (Emerson, Lake & Palmer).
Ryo, diventato membro a tutti gli effetti degli Spock’s Beard durante le registrazioni di »Beware of Darkness«, non era solo un improvvisatore di altissimo livello, ma anche un particolarissimo intrattenitore in studio e dal vivo, cosa che del resto valeva per la maggior parte dei membri di questa grande band. L’umorismo, sia nella musica che nei testi, tra i Barbuti era un fenomeno piuttosto raro, ma ha sempre ravvivato l’immagine seria della maggior parte dei loro lavori. Alan Morse, jazzista nell’anima, è sempre stato un patito di effetti per chitarra di ogni tipo, per cui nei vari pezzi di suoni interessanti non se ne rimane mai a corto. Le influenze dei giganti del prog, con in testa Genesis, Yes, Gentle Giant, ELP e Kansas, sono evidenti nella maggior parte dei brani di »Beware of Darkness«, mentre qua e là si sente che i Barbuti, ai tempi, ascoltavano parecchio anche i Deep Purple e i Beatles.
A differenza di »The Light«, che conteneva quattro brani piuttosto lunghi, »Beware Of Darkness« è composto per lo più da pezzi più brevi. Fanno eccezione tre composizioni epiche, con in testa la conclusione di oltre 16 minuti, »Time Has Come«. Il disco si apre con la title track, una cover completamente riarrangiata del ‘Beatle silenzioso’ George Harrison (originariamente dal suo terzo album solista »All Things Must Pass«, 1970). Per la loro interpretazione di »Beware of Darkness gli Spock’s Beard si sono ispirati alla versione del musicista americano Leon Russell. Dall’evergreen di Harrison gli Spock’s Beard sono riusciti a tirare fuori una cover eccellente, con un marchio ambientale e di arrangiamento tutto loro. Già nell’originale il testo era un avvertimento intriso di spiritualità: non fidarti e non seguire i vari ‘ciarlatani’ di merce avariata, come guru religiosi ipocriti, politici avidi e popstar istantanee. Già allora a Neal stavano a cuore i testi di contenuto spirituale, cosa che giocherà un ruolo chiave nel suo successivo percorso musicale e personale.
Nella sezione d’apertura di »Beware of Darkness« i Barbuti costruiscono un motivo pomposo che, per le linee di basso di Meros e i passaggi d’organo, ricorda un po’ il classico degli Yes »Siberian Khatru«, ma il brano prende presto un’impronta sonora e ambientale tutta sua. La voce melodica e versatile di Morse, sulle ali di una melodia solenne, costruisce un ritornello possente. L’atmosfera intensa viene sostenuta con successo dalle sfumature armoniche tra organo Hammond e chitarra elettrica, mentre i passaggi di batteria infuocati garantiscono una dinamica ritmica invidiabile. Il clima trionfale e maestoso è arricchito ancora dalle armonie vocali femminili che accompagnano Neal nel ritornello.
Su »Thoughts«, brano ben più sperimentale, che presto è diventato una delle loro creature più riconoscibili, i Barbuti hanno usato in modo piuttosto furbo e spiritoso armonie a più voci sparpagliate, con un uso zelante della tecnica del contrappunto, e non si può non notare la straordinaria parentela con certe creazioni dei leggendari Gentle Giant (per esempio il loro classico »Knots« dall’album »Octopus«, 1972). Alle dissonanti improvvisazioni iniziali con effetto di chitarra e alle agitate variazioni di tastiere e chitarra segue il passaggio a una sezione folle, con le già citate folli armonie vocali in stile Gentle Giant. Qui l’approccio camaleontico di Neal al canto si sposa alla perfezione con il tappeto di cori curato da D’Virgilio e da suo fratello Alan. Nonostante la natura spiccatamente sperimentale di alcune linee vocali e sezioni strumentali, lasciano abbastanza spazio ad arrangiamenti melodici e sinfonici, mentre Neal, che ogni tanto usa anche il vocoder, tira fuori una delle migliori imitazioni vocali di John Lennon.
»The Doorway« è la prima suite del disco e tra i fan è giustamente considerata un classico degli Spock’s Beard. Si apre con uno degli arrangiamenti di pianoforte più riconoscibili di tutta la loro carriera, che poi dà vita a un motivo trionfale. Quest’ultimo ha qualche punto in comune con il celebre tema del noto compositore John Williams per il successo cinematografico Jurassic Park. Col tempo i Barbuti passano a una sezione energica con colorati passaggi di chitarra, a cui segue l’immancabile approdo in un bellissimo ritornello con linee vocali piacevolissime. Pur costruendo spesso sezioni strumentali complesse e cambi di tempo imprevedibili, i Barbuti hanno sempre avuto un orecchio eccezionale per gli arrangiamenti melodici, cosa che di conseguenza gli ha portato parecchi simpatizzanti anche fuori dal mondo del progressive rock. Le numerose sezioni acustiche arricchiscono ulteriormente l’atmosfera movimentata, che passa di continuo da motivi sereni, quasi pastorali, a momenti drammatici in cui ‘si picchia duro’, mentre il Mellotron garantisce l’equilibrio etereo.
»Chatauqua« è un breve strumentale di meno di tre minuti, retto da accordi sottili di chitarra acustica in solitaria di Neal, che si può ascoltare anche come un’ouverture piacevolissima per l’epica »Walking On The Wind«, dove i Barbuti si mostrano ancora una volta al meglio e mettono in scena un’indimenticabile avventura sonora con numerosi meandri improvvisativi e arrangiamenti pomposi, attingendo all’ispirazione degli anni d’oro del progressive rock. L’intensissima sezione strumentale iniziale, in cui brilla soprattutto il signor Okumoto con splendide improvvisazioni d’organo, lascia spazio a una melodia vocale altamente emozionale, a cui presto si uniscono armonie di accompagnamento ipnotiche. Una menzione speciale va alle linee di basso melodiche di Meros, che animano a dovere questa composizione ritmicamente agitatissima. Il culmine del pezzo è una sezione solenne con ondate di Mellotron e la voce di Neal nel pieno di un trionfo emotivo, mentre le variazioni malinconiche di chitarra in chiusura preparano il finale epico.
Sul compatto »Waste Away«, uno standard dall’impronta acustica, a farla da protagonista è di nuovo Neal alla voce solista e alla chitarra acustica, che costruisce in modo splendido una melodia piacevolissima, mentre alle sue spalle lo accompagnano possenti passaggi di tastiera. A un certo punto, in modo drammatico, irrompe anche l’infuocata sezione ritmica, che spinge questo brano decisamente positivo verso acque ben più energiche, dopodiché un arrangiamento trionfale regna fino alla fine.
A chiudere il disco arriva la composizione più ambiziosa, »Time Has Come«: una suite di 16 minuti e ancora oggi uno dei migliori risultati di tutta la carriera degli Spock’s Beard, in cui la band supera di nuovo se stessa nel fondere con successo sperimentazione sfrenata e piena di improvvisazione con arrangiamenti sofisticati e melodici. La sezione strumentale iniziale contiene un vero e proprio duello epico tra tastiere e chitarra elettrica. Poi si passa a una sezione vocale un po’ bizzarra, in cui il camaleonte del canto Neal si cala con successo nei panni di un senzatetto e tossicodipendente, accompagnato da effetti sonori grotteschi che ricordano i versi di vari animali. Qui Neal avrebbe preso ispirazione dal personaggio letterario chiamato ‘Trashcan Man’ del romanzo di Stephen King intitolato ‘The Stand’. Ai Barbuti sono sempre piaciuti momenti strumentali eccentrici e bizzarri come questi, e sempre quando l’ascoltatore se li aspetta meno. Tutto ciò non gli impedisce di costruire a poco a poco un arrangiamento piacevolissimo ed etereo, davanti al quale ancora oggi si leccheranno i baffi, ascoltando, tutti gli amanti dell’età dell’oro del progressive rock sinfonico.
Con »Beware of Darkness« gli Spock’s Beard consolidano il loro status di capofila dei revivalisti tra gli esponenti della cosiddetta terza ondata del progressive rock e dimostrano che come compositori e arrangiatori cresceranno di album in album. Già »The Light« era un debutto eccezionale, mentre con »Beware of Darkness« sono riusciti, come compositori e arrangiatori, a raggiungere il livello successivo di maturità. La semplicità, l’accessibilità e lo humor particolare dei singoli membri durante i concerti sono state, insieme alle straordinarie abilità tecniche, vocali, compositive e di arrangiamento, le qualità chiave che li hanno resi presto i beniamini del pubblico tra i revivalisti prog della terza ondata, all’interno della quale nei primi anni un ruolo chiave l’hanno avuto americani e svedesi.
Formazione
Neal Morse – voce, pianoforte, sintetizzatore
Alan Morse – chitarra, violoncello, cori
Dave Meros – basso
Nick D’Virgilio – batteria, percussioni, cori
Ryo Okumoto – organo Hammond, Mellotron
OSPITI ALLA VOCE:
Wanda Houston e Molly Pasutti – cori su “Beware of Darkness”
Produzione
Neal Morse e gli Spock’s Beard
Tracklist
1. Beware of Darkness (5:41)
2. Thoughts (7:10)
3. The Doorway (11:27)
4. Chatauqua (2:49)
5. Walking on the Wind (9:06)
6. Waste Away (5:26)
7. Time Has Come (16:33)