Big Brother And The Holding Company, sulle ali della fenomenale Mary Bridget, risvegliano lo spirito di Janis Joplin! (2

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Luogo: Bluesiana, Vrba, Carinzia austriaca
Data del concerto: 01.05.2008
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 25€

Big Brother And The Holding Company è un nome che la maggior parte dei musicofili associa soprattutto a Janis Joplin. Niente di strano, visto che la ragazza, prima del lancio galattico tra le icone del rock & roll, ha plasmato a lungo e con dedizione proprio l’immagine di questa formazione psichedelica della seconda metà degli anni Sessanta. Una vera romantica, che però Janis, dopo appena due album e accorgendosi della mancanza di ambizione (leggi: di professionalità) della band, ha presto scambiato con la carriera solista, giocando senza dubbio in modo sfacciato con l’ego dei singoli. Ai ragazzi, o meglio ormai agli omoni di età più che rispettabile, la scomoda situazione dopo quarant’anni riesce di risolverla in modo piuttosto semplice: con la diplomatica etichetta di “band che ha scoperto Janis Joplin” si aggrappano volentieri a una specie di definizione di compromesso del loro status, che alla fin fine è anche la più corretta.

Oggi questo cianciare attorno all’immagine di Janis Joplin sembra forse ingiusto, soprattutto quando davanti a noi c’è l’incredibile Mary Bridget, che per voce e per presenza fisica pare già di suo la pura reincarnazione della leggendaria cantante. L’interpretazione di Mary è una distillazione purissima delle linee vocali che tutti conosciamo, che la signora rafforza ulteriormente con una performance sul palco vissuta fino in fondo. Che Mary fosse una femmina mandata direttamente dal diavolo è stato chiaro già all’attacco dei primi accordi di Down On Me, che hanno scosso la Bluesiana fin dalle fondamenta. Combination Of The Two, armata di una solida e tagliente ritmica funky, sarebbe arrivata sicuramente ancora più lontano, se solo ci fossero stati risparmiati i maldestri esperimenti chitarristici del veterano dei Big Brother, Sam Andew. Sam di certo non rientra tra i chitarristi sopraffini, cosa che il vecchietto, sempre di buon umore, non nasconde nemmeno. Il signore si prende quindi le simpatie del pubblico dettando con scrupolo il tempo e bersagliando tutti i presenti con battute verbali spiritose ma mai di cattivo gusto, che sotto sotto tradiscono anche il suo status dominante. Alla funambolica giostra chitarristica, che si occupa al contempo di un adattamento adeguato ai tempi e, ovviamente, il più moderno possibile del suono della band, pensa invece il magrolino Collins. L’attrazione principale resta però, naturalmente, l’indistruttibile Mary Bridget. La ragazza, sicura di sé, porta senza grossi problemi le scarpe della celebre predecessora e con un sorriso sincero respinge ogni tentativo di screditarla a colpi di sguardi dubbiosi e diffidenti. Anzi, la voce di Mary ti colpisce subito dritta al cuore, senza allontanarsi, com’è comprensibile, da quanto faceva la sua grande modella.

La prima vera prova della natura sovrumana della resa vocale di Mary è arrivata con la Summertime di Gershwin. La sua versione sensuale ha dato in un attimo alla serata un senso di mistero che solo un canto di prima classe sa evocare. La capacità di passare in un lampo dal territorio di un’agitazione vocale aggressiva al rifugio sicuro di una retorica malinconica, dove blues e soul camminano a braccetto, è senza dubbio una delle armi più potenti di Mary Bridget. Se a un arsenale vocale del genere aggiungi anche un pizzico della spensieratezza spontanea degli anni Sessanta, ti ritrovi presto faccia a faccia con una mostruosità musicale indomabile. Paralizzati dalla potenza della voce di Mary, ci siamo lasciati portare in modo del tutto docile attraverso Turtle Blues, la fantastica Women Is Losers e la non meno stupefacente Get It While You Can. La serata non sarebbe stata completa senza il celebre ritornello di Bobby McGee, durante la cui esecuzione appassionata Mary ha strizzato fuori dai polmoni anche gli ultimi atomi di forza. Ma poco male: sul finale la ragazza si è lanciata con sicurezza perfino nella famigerata Ball & Chain, brano della leggendaria Big Mame Thornton, con cui Janis si fece notare per la prima volta nel lontano 1967 al Monterey Pop Festival! A dire il vero, per Mary Ball & Chain forse è stata addirittura un passo di troppo verso l’esplorazione del limite superiore della risonanza vocale, ma pazienza. Mary Bridget è una femmina velenosa che, sotto la maschera del suo generoso décolleté, nasconde più carisma e più palle della grande maggioranza dei cantanti uomini, per non parlare poi dell’idiozia dell’impostazione femminista della scena musicale femminile moderna.

Non dubito che per molti sia un godimento sicuramente blasfemo, quello di crogiolarsi nei vertici creativi di una band che sono stati in gran parte frutto dell’eccezionalità dell’unica Janis Joplin, ma dopo quasi due ore di predica musicale è passato troppo in fretta. Decisamente troppo in fretta anche per la cosiddetta formazione di riserva dei Big Brother And The Holding Company, che pure dopo quarant’anni, con la consapevolezza di avere un posto garantito nell’enciclopedia della musica, sembra totalmente rilassata. Liberata dai fantasmi del passato forse perfino più che all’apice della sua forza.

Testo: Daniel Pavlica
Foto: Mojca Perdih

 
Scaletta:
 
1.Down On Me
2.Combination Of The Two
3.I Need a Man To Love
4.Save Your Love For Me
5.Blindman
6.Summertime
7.Turtle Blues
8.Little Girl Blue
9.It’s Cool
10.Get It While You Can
11.Women Is Losers
12.Bobby McGee
13.Hold Me
14.Piece Of My Heart
15.Ball & Chain
—bis—
16.Mercedes Benz
17.Do What Your Love

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