Black Sabbath: Headless Cross

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Data di uscita: 24.04.1989
Etichetta: I.R.S.
Durata: 40:24
Produzione: Tony Iommi e Cozy Powell
Voto: 9/10

Nella seconda metà degli anni Ottanta i pionieri del metal Black Sabbath hanno cominciato piano piano a rialzare la testa: nel 1989 l’unico membro originale rimasto, il genio della chitarra Tony Iommi, è riuscito a mettere in piedi attorno a sé e al cantante Tony Martin una versione più che solida della leggendaria band, completata dal campione delle bacchette Cozy Powell (ex-Jeff Beck, Rainbow, MSG, Whitesnake) e dal tastierista di lungo corso Geoff Nicholls. Questa formazione dei Black Sabbath ha registrato nel 1989 l’album »Headless Cross«, che si è rivelato uno dei loro migliori senza Ozzy o Ronnie James Dio al microfono, nonostante sia nato in condizioni tutt’altro che facili. Con il disco precedente »The Eternal Idol« (1986) e il tour che è seguito, infatti, i Black Sabbath erano andati a fondo dal punto di vista commerciale.

L’etichetta britannica Vertigo ha chiuso il rapporto dopo diciotto anni, e lo stesso hanno fatto subito dopo i corporativisti americani della Warner Bros Records. Sempre più solo, Iommi e la sua banda “in nero” sono quindi passati a una piccola etichetta americana, la I.R.S. Al basso su »Headless Cross« c’era come ospite Laurence Cottle, musicista per lo più jazz fusion, noto soprattutto per le collaborazioni con The Alan Parsons Project e Eric Woolfson, mentre il celebre amico di Iommi, Brian May (Queen), ha regalato un assolo di chitarra ppazzesco su »When Death Calls«, uno dei pezzi più incisivi e allo stesso tempo più complessi dei Black Sabbath degli anni Ottanta.

Iommi e la sua combriccola non si sono fatti troppi problemi per gli appetiti delle etichette fameliche e hanno tirato fuori un disco che ha restituito la fiducia a tanti fan di vecchia data, come si capisce già dalla title track che, dopo il breve intro strumentale »The Gates of Hell«, dall’atmosfera gotica e decisamente da brividi, ti colpisce come un fulmine a ciel sereno. Il capolavoro che dà il nome all’album, uscito anche come singolo, è diventato subito uno dei classici dell’era Martin. Il canto furioso e “supersonico” di Martin, che ha sempre avuto parecchie affinità con Dio, i succosi passaggi di chitarra di Iommi, i fraseggi di batteria a rotta di collo di Powell e gli arrangiamenti sinfonici dai colori misteriosi di Nicholls creano un’atmosfera eccezionale, tutta “bombastica”, così tipica di questo periodo per i leggendari signori dell’oscurità di Birmingham.

Che questa versione dei Black Sabbath fosse più di una semplice copia aggiornata dell’era Dio si capiva bene anche dall’ibrido hard rock/metal melodico »Devil & Daughter«, dove Iommi con un assolo splendido ha dimostrato di poter “mangiarsi” per gioco anche chitarristi molto più giovani dell’epoca, mentre la costruzione del clima epico raggiungeva nuove dimensioni. »Kill in the Spirit World« era ben bilanciata tra sfumature epiche e ambientazioni cupe, e anche stavolta la batteria dinamica di Powell era una vera goduria per le orecchie. A completare il tutto, l’assolo malinconico di Iommi, mentre Martin era al massimo della sua forma vocale.

»Call of the Wild«, che in origine si sarebbe dovuta chiamare »Hero«, se non fosse che l’ex compagno d’avventure di Iommi, Ozzy, aveva già pubblicato un pezzo con quel titolo su »No Rest for the Wicked« (1988), è stata una prova lampante che Iommi seguiva con attenzione la scena hard rock di allora. I testi di »Headless Cross« erano quasi tutti occultisti, a tratti addirittura quasi satanisti, cosa insolita per una versione dei Black Sabbath senza Geezer Butler in formazione. »Black Moon« era un hard rock un po’ più “basico”, con lievi sfumature blues, mentre per l’atmosfera epica stavolta il merito andava soprattutto a Martin, con il suo approccio vocale da fuoriclasse. Nel dramma malinconico e cupo »Nightwing« Iommi ha piazzato anche qualche breve passaggio acustico, in bel contrasto con il carattere per lo più tagliente del pezzo. »Cloak and Dagger«, dove Martin ha di nuovo entusiasmato con le sue acrobazie vocali eccezionali, era un finale maestoso e quanto mai azzeccato per il disco.

»Headless Cross«, uno dei dischi più sottovalutati nella storia dei maestri dell’oscurità metal, sta di diritto nella top dei migliori lavori dei Black Sabbath senza Ozzy e Dio alla voce. Anche se all’uscita l’album ha ricevuto una reazione per lo più positiva dai fan, la schiera dei critici di allora è stata molto meno entusiasta, e »Headless Cross« è finito per restare un altro lavoro ignorato in modo criminale, soprattutto negli USA, dove Iommi e compagni hanno addirittura dovuto cancellare il resto del tour. Per il tour di »Headless Cross« nel 1989 Iommi ha aggiunto in formazione anche il bassista Neil Murray (ex-Colosseum II, National Health, Gilgamesh, Bow Wow, Whitesnake), con cui ha poi registrato il disco successivo dei Black Sabbath, l’altrettanto ingiustamente trascurato »Tyr« (1990).

autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. The Gates Of Hell (1:04)
2. Headless Cross (6:15)
3. Devil & Daughter (4:32)
4. When Death Calls (6:41)
5. Kill In The Spirit World (4:59)
6. Call Of The Wild (5:09)
7. Black Moon (3:56)
8. Nightwing (6:19)
9. Cloak and Dagger (4:37)

Musicisti:
Tony Martin – voce, basso (3)
Tony Iommi – chitarra
Laurence Cottle – basso
Cozy Powell – batteria
Geoff Nicholls – tastiere

Musicista ospite:
Brian May – assolo di chitarra (4)

Black Sabbath – “Headless Cross” (copertina)
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