Bogunov: More bijesa
Etichetta: Dallas Records
Data di uscita: 23/9/2020
Produzione: Bogunov, Jurij Toni, Eki Alilovski & Sandi Trojner
Durata dell’album: 55.04 min
Genere: Art Rock
Voto: 9.5/10
Bogunov, band in giro più o meno dal 2002 – almeno stando al loro sito ufficiale –, questo settembre si presenta con il primo vero album di squadra, «More bijesa» (in italiano: «Mare di rabbia»). Parliamo di un quintetto formato dallo spalatino Ognjen Zeljić, che vive a Lubiana, e da altri quattro moschettieri lubianesi: ne esce un nuovo, interessantissimo sodalizio rock sloveno-croato, con un’arte musicale tutta sua.
Su «More bijesa» ci sono ben 13 pezzi originali, nati nell’arco di parecchio tempo e limati a lungo prima di arrivare alla forma finale. Lo dimostra la cura concreta negli arrangiamenti. La musica dei Bogunov non richiede chissà quali elucubrazioni mentre l’ascolti, ma se ti prendi il tempo giusto il dischetto ti ripaga con gli interessi. Quindi vale la pena dedicargli attenzione.
Se proprio vogliamo infilare la band in una cornice di genere – giusto per farti un’idea di cosa ci racconta la musica dei Bogunov –, potremmo dire, in modo generale e un po’ alla larga, che si tratta di rock alternativo, avvicinato musicalmente alla retorica pop, che a tratti sviluppa il melos della nostalgia Yu-rock e che, volendo, può sempre bussare alle frequenze delle radio. Quelle dell’area geografica che si stende tra il Triglav e il Vardar. Del resto i Bogunov aggiungono alle loro composizioni, con grande finezza, altre sfumature di genere, come il blues (che emerge soprattutto in Jedini sin, dove alla chitarra ospita Mijo Popović dei Pomaranča), mentre la fragile e ballata Dobro jutro 2 si avvolge nel fascino di uno chanson da cabaret. Il tutto può destare a tratti l’interesse anche degli amanti delle formazioni post punk della seconda metà degli anni Ottanta, soprattutto nei passaggi in cui il rock and roll della band si fa nettamente cupo. Su tutto, però, regnano i contrasti dinamici nel creare atmosfere varie e sempre marcate, perché il suono è spesso colorato con pastelli sonori acustici (pianoforte classico, chitarra acustica). I musicisti sono raffinati nel mestiere e carichi di esperienza. Se non prima, lo conferma l’assolo eccezionale dentro il mid-eight della title track. Una conferma ancora più forte arriva quando la title track viene seguita, con un contrasto da urlo, dalla leggera e giocosa Našel sem (uno dei due brani dell’album in sloveno). Qui le chitarre, in un contesto completamente diverso (acustico e compositivo), si ritrovano di nuovo con grande abilità dentro un mid-eight, mentre negli arrangiamenti la band ha giocato con gusto sui contrasti aggiungendo i fiati. “Našel sem”, quinto brano dell’album, taglia di netto il miscuglio agrodolce di dolore e struggimento. È infatti il punto più «luminoso», che saltella leggero su un’impronta sonora più «rilassata». “Daj mi ruku” nel ritornello ha un pizzico di sentimento folk. Questo pezzo, come Našel sem prima di lui, tiene il momento più scherzoso del disco. La conclusiva “Ubij me” nella parte finale è segnata da un lungo dialogo strumentale che, giro dopo giro, naviga sull’intensificarsi dell’atmosfera. Fino al crescendo atmosferico finale, che nell’ultimo respiro si chiude con un motivo di arabesco folk appiccicato sopra. Momenti così non fanno che confermare il lavoro di cesello, stratificato e straordinario, del gruppo di strumentisti che accompagna la voce di Ognjen Zeljić. Il disco è per lo più cupo, ma allo stesso tempo decisamente bombastico, tanto che in generale lo si può definire «solennemente cupo». Un album art rock, ovviamente.
Al centro dell’attenzione c’è senza dubbio la voce di Ognjen Zeljić: penetrante, di grande carattere, profonda nelle passioni e nel modo di porgere le emozioni, flessibile e sensibile. Lui è un poeta carico del valore di un messaggio, quello di una predica confessionale e personale. In questo senso l’album ha in parte un taglio da cantautore. Tanta è la forza della poesia che porta con sé. La voce di Ognjen Zeljić è contagiosa all’istante. Sul piano musicale e confessionale, ma anche poetico, è un album che sarà cucito addosso, e bene, al carattere generale del pubblico rock sloveno. Per il melos e per i testi pieni di nostalgia e spesso malinconici, che prendono vita di colpo grazie alla splendida voce di Ognjen Zeljić. Da questo punto di vista – per quanto riguarda l’espressione delle emozioni – la voce funziona in modo «camaleontico». E in tal senso il pezzo che offre più sfaccettature di espressione vocale è “Ti nikad ne kažeš”, una composizione che cresce di continuo, gradualmente, nel suo sviluppo, piena com’è di passaggi di motivi e di una sovrapposizione progressiva di pastelli sonori.
Per quanto riguarda la produzione, l’album suona caldissimo e organico. Il fluire di tinte sonore naturali è rafforzato anche dall’inserimento, di tanto in tanto, di suoni vellutati che imitano l’organo Hammond o il piano elettrico (tipo Rhodes). Si sente che prima dell’uscita di questo disco la band ha suonato insieme per un sacco di tempo. Sia sui palchi dei concerti sia in sala prove. La percezione del quintetto, la chimica reciproca, l’incastro scintillante degli strumenti, più Davor Klarič alle tastiere: è tutto eccezionale. L’album ti afferra. Subito in apertura, quando l’atmosferica “Oprosti što te budim” prepara la pista per il suo viaggio. Il brano si regge su due accordi, ma il focus passa subito a Zeljić, che già nell’intro, con la sua narrazione, crea un teatro drammatico dal marchio inconfondibile. Il disco decolla davvero con il secondo pezzo, “Poziv na zabavu”, con un ritmo civettuolo e potente, un piacevole suono «jangle» delle chitarre e un ritornello che resta in testa. Per il resto i brani sono incredibilmente vari tra loro. Condividono però un punto focale artistico comune, che è il generatore dell’eclettismo della band e della sua magia unica. Di un universo musicale unico, che ti risucchia come un oceano e in cui navighi sognante per una bella oretta, 55 minuti. È difficile scegliere i preferiti. In generale la parte centrale dell’album è fortissima, in una sequenza che va dalla title track fino a “Možda nova priča”. Il settimo brano, “Nočna zgodba”, porta una deviazione, perché la band ci ha integrato alla perfezione gli archi, che le danno un fascino espressivo diverso. Ogni canzone è un’entità artistica compiuta, nata da sé e autonoma. Con il suo carisma rifinito, ovvero il suo carattere confessionale. Ispirazione ed energia creativa ribollente ce n’erano in abbondanza, e in termini di qualità tutti i brani dell’album stanno sullo stesso livello espressivo. Passi falsi artistici non ce ne sono. Raggiungono uno standard qualitativo alto e, come detto, i vostri preferiti dell’album stavolta dovete stabilirli da soli.
Soprattutto, questo album va gustato ascoltandone i dettagli. Bisogna prendersi il tempo per lui. Una cosa è la voce di Ognjen, un’altra è l’interazione tra gli strumentisti, che insieme funzionano in modo estremamente convincente. Tutto questo completarsi di sfumature contrastanti tra sezione ritmica, chitarre e tastiere, con raffinatezze aggiunte sia nei passaggi sia nei mid eight. E alla fine… La band ha pensato anche a contrastare ulteriormente le composizioni con armonie vocali femminili aggiuntive, che rafforzano il momento drammatico e la tensione emotiva. Il contrasto con la voce maschile, di tonalità media e bassa, è così più che piacevole.
Un album dalle forti sfumature espressive. Struggente, appassionato, malinconico, ma allo stesso tempo ben piantato a terra. Un album art rock a cui è difficile aggiungere o togliere qualcosa. Per registrare questo disco i Bogunov sono entrati in studio con un’identità di carattere ben definita, incarnata da questa splendida serie di tredici brani di eclettismo intellettuale rifinito. Farà impazzire chi cerca arrangiamenti sonori ricchi e piccoli dettagli, ma anche musicalità, e se lo prenderanno a cuore pure i nostalgici dello Yu-rock. Un album dal melos rapace e dai messaggi che esplode semplicemente di sincera cordialità!
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Oprosti što te budim (04:05)
2. Poziv na zabavu (03:36)
3. Ostajem sam (03:25)
4. More bijesa (04:47)
5. Našel sem (03:09)
6. Daj mi ruku (04:45)
7. Nočna zgodba (04:22)
8. Kralj usprkos sebi (03:06)
9. Možda nova priča (04:07)
10. Jedini sin (ft. Mijo Popovič) (05:21)
11. Dobro jutro 2 (04:11)
12. Ti nikad ne kažeš (03:42)
13. Ubij me (05:56)
Formazione:
Ognjen Zeljić – voce
Peter Pavičić – chitarra
Vladimir Zelić – chitarra
Boris Holešek – basso
Rok Skoliber – batteria
Musicisti ospiti:
Mijo Popovič, Igor Barišić, Edin Biščić, Karel Šrot, Mirko Medved, Staša Marolt, Eva Klinc, Davor Klarić, quartetto d’archi di Ratko Zekić, Mitja E. Centrih
