Book Of Days

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 2008
Voto: 4/5

I Nektar, leggende indistruttibili della declinazione space rock del progressive, sono tornati dopo quattro anni con un nuovo album in studio, “Book Of Days”, l’undicesimo della loro carriera. Un piccolo evento per un’industria musicale moderna ormai col fiato corto, ma grandissimo per ogni buongustaio di progressive rock che, anche nell’era digitale, non ha perso la fede in una delle band britanniche migliori e più influenti sfornate dai ’70. Il capo della baracca, il chitarrista e cantante Roye Albrighton, che insieme al batterista Ron Howden è rimasto l’unico membro originale, anche nel XXI secolo porta avanti la sua visione musicale fatta di esoterismo, magnifiche distese strumentali e di voglia di far saltare i recinti di genere.

Per gran parte della loro carriera ai Nektar è rimasta appiccicata l’etichetta di band tedesca, non per i musicisti, che erano tutti, nessuno escluso, inglesi dalla testa ai piedi (se togliamo i due americani, il cantante/chitarrista Dave Nelson, rimasto poco, e il tastierista Larry Fast, che comunque era ufficialmente solo un ospite), ma perché per la maggior parte della carriera hanno vissuto e registrato in Germania (e lì hanno anche raccolto i loro maggiori successi commerciali, a metà anni ’70). Con l’arrivo di due reclute tedesche, il tastierista/corista Klaus Henatsch e il bassista Peter Pichl (ex-Running Wild), entrati proprio poco prima dell’inizio delle registrazioni del nuovo album, per la prima volta nella loro storia sono diventati davvero una formazione mezza tedesca.

“Book Of Days” doveva uscire già a fine 2006, ma i casini con il management di allora hanno fatto slittare l’uscita di ben 18 mesi. Sono seguiti cambiamenti importanti nel management, che hanno portato alla completa indipendenza della band e, come dimostra questo album, hanno dato frutti decisamente positivi. Come il buon predecessore “Evolution” (2004), anche “Book Of Days” è un concept album, che gira attorno allo status e all’influenza dell’uomo nel mondo contemporaneo, sempre attualissimi, e al suo stile di vita con tutti i suoi effetti collaterali, positivi e negativi. “Book Of Days” dimostra che i Nektar stanno vivendo una nuova primavera: non mancano le classiche qualità space rock con tanti motivi che richiamano i tempi d’oro, e ci sono anche alcuni momenti di rock melodico di prim’ordine. Non mancano nemmeno i tanti stacchi strumentali con sezioni ritmiche spezzettate e magnifici arrangiamenti di tastiere. La “star” principale è, come sempre, Albrighton, che continua a dimostrare di non essere soltanto uno dei migliori e più originali chitarristi del nostro tempo, ma di avere anche una delle voci più belle di tutto il progressive rock.

L’album si apre con la energica “Over Krakatoa”, che si distingue per un solido riffing hard rock e per strati di sintetizzatori drammatici, ma un attimo dopo raffinati. Krakatoa, per la cronaca, è un’isola vulcanica dell’Indonesia, da qualche parte tra Giava e Sumatra, e in linea con questo il pezzo è pieno di eruzioni di riff di chitarra decisi. La voce di Roye qui passa interamente attraverso il vocoder e, dopo lo shock iniziale per chi è abituato al suo caldo timbro melodico, si incastra benissimo con l’atmosfera del brano, che non lesina ritmi spezzettati e assoli spaziali di chitarra e tastiere. Roye è sempre il maestro nel tirare fuori riff energici e assoli golosissimi, che si adattano alla perfezione allo sfondo melodico delle tastiere stratificate.

La band prosegue con ritmi energici e variabili anche nell’epica “King Of The Deep”, che nell’intro è intrisa dei suoni dell’organo hammond di Klaus e di splendide linee melodiche di chitarra. La voce di Roye suona di nuovo come ci ha abituati e dimostra che negli anni ha perso ben poco della sua antica calda e variopinta melodicità, con quel suo senso del dramma. Resta una delle voci più commoventi e carismatiche nella storia del progressive rock. Nella seconda parte la composizione vira su un’atmosfera completamente diversa, una fase ambient più rilassata con suoni misteriosi di tastiere, mentre Roye fa salire la tensione alternando accordi pastorali alla chitarra acustica. Poco a poco comincia a intessere sull’elettrica un assolo magnifico, che attraverso il suono dell’hammond riporta il ritornello centrale, che starebbe benissimo su uno dei loro album classici.

Il breve strumentale “Lamorna” è una dolce creazione pastorale per chitarra acustica, che fa anche da ouverture al brano successivo. Lamorna, tra l’altro, è il nome di un minuscolo villaggio di pescatori ai margini della Cornovaglia inglese, nonché il titolo di un brano folk tradizionale britannico. Segue l’ottima “Doctor Kool”, più di 11 minuti, un’altra composizione epica con una dose abbondante dei classici manicaretti Nektar, che flirta soprattutto con il rock melodico. Il “colpevole” è soprattutto il motivo melodico fatto di armonie a più voci, riffing affilato e ritmo funky. Il canto di Roye, incoronato da un pathos tutto suo, è di nuovo quello dei tempi migliori, e le armonie vocali a più parti risvegliano di nuovo quella nostalgica romanticheria alla Nektar. Il ritornello è, proprio come il titolo del pezzo, davvero “kool”. Senza dubbio è uno dei brani migliori dell’album e c’è perfino qualche parallelo di stile con l’immortale classico dei Nektar “Remember The Future”.

L’album migliora di minuto in minuto. La un po’ più cupa “Where Are You Now?” ha un inizio insolito, perché si apre subito con un assolo di chitarra piangente e un suono di hammond affilato. Per poco si sposta in una sezione d’avanguardia, interrotta però da un riffing a motosega e dalla voce misteriosa di Roye, che con l’inserimento di campioni di sintetizzatore e di effetti speciali fa salire sempre di più la tensione. Dopo l’incursione di romantiche cortine ambient di tastiere, quando la voce di Roye sale su registri più alti, la magia space rock è perfetta e l’ascoltatore può abbandonarsi del tutto a un viaggio spirituale in un’altra dimensione. Finisce tutto quando si insinuano effetti oscuri e subito dopo passaggi quasi metal con riffing affilato e potenti colpi sui tamburi. A quel punto arriva la parte migliore della composizione, con Roye che suona un assolo di chitarra sensualissimo mentre sullo sfondo scorrono passaggi di tastiere e un ritmo ancora bello deciso. La chiusura riporta quel motivo ambient da sogno. Un’altra composizione eccezionale, che col tempo si guadagnerà senza dubbio lo status di classico dei Nektar.

“The Iceman” è un altro dei vertici, che si potrebbe dividere in due sezioni. La prima parte contiene un’eccellente introduzione strumentale con una linea ritmica funky sopra cui Roye tira fuori i suoi capolavori chitarristici, che vanno dal riffing affilato agli arpeggi melodici fino a tanti assoli eccezionali. Poco alla volta entra la voce di Roye, qui palesemente sarcastica e beffarda, che si sposa benissimo con i ritmi funky del basso e con i riff tiratissimi. Più avanti nel brano segue una sezione con voce sognante e romantica e arrangiamenti orchestrali atmosferici. Dopo, la band riesce (di nuovo) a mettere in scena qualche intermezzo strumentale indimenticabile, all’altezza dello space rock dei loro giorni d’oro. È una composizione magnifica, fatta di tantissimi elementi e atmosfere musicali, che con i suoi suoni porta lo spirito dell’ascoltatore in un viaggio indimenticabile per le sconfinate pianure cosmiche. La band ha fatto bene a decidere di chiudere con un pezzo un po’ più calmo un album che altrimenti trabocca di energia. “Book Of Days (Between The Lines)” è una magica ballata romantica con la voce di Roye che ti spezza il cuore e splendidi accordi di chitarra acustica che creano una melodia straordinariamente nostalgica. Con una ricetta simile prosegue anche “Book Of Days”, con semplici arrangiamenti orchestrali di tastiere, la voce malinconica di Roye e l’immancabile finale con un assolo di chitarra “piangente”

Con “Book Of Days”, che tra l’altro è il loro miglior album dalla fine dei ’70 e una piccola rinascita sonora, i Nektar non hanno certo scoperto nuovi orizzonti musicali. E non sono nemmeno riusciti ad attirare l’attenzione del grande pubblico, cosa su cui del resto non contavano, visto che ormai creano solo per il proprio piacere e per la loro fedelissima base di sostenitori, che di questi tempi è il loro principale carburante. È chiaro che i giorni migliori se li sono lasciati alle spalle già con l’irripetibile “Recycled” (1975). Eppure, dal ritorno sulla scena a fine anni ’90, la tendenza è di prodotti sempre migliori, e questo album ne è una bellissima prova. Se “The Prodigal Son” (2001) era ancora decisamente nella media e “Evolution” più che solido, “Book Of Days” è già un prodotto eccellente, che rispetto ai due citati si merita senza dubbio lo status di capolavoro per tutti i loro devoti più ortodossi. Con “Book Of Days” i Nektar hanno confermato di mantenere l’imprevedibilità e l’alto standard delle loro creazioni musicali. Che sia nato senza alcuna pressione esterna è più che evidente, perché la band suona affamata di dimostrare qualcosa come non succedeva da tempo. Inutile starsi a rimuginare sul fatto tristissimo che la maggior parte delle generazioni più giovani oggi li conosca (se li conosce) solo per la cover degli Iron Maiden del classico “King Of Twilight”. La base fedelissima di sostenitori starà sempre dietro di loro, spingendoli verso nuove imprese, così che un giorno potranno ricordare con piacere il (loro attuale) futuro.

Formazione

Roye Albrighton – voce, chitarra
Peter Pichl – basso, cori
Klaus Henatsch – tastiere, cori
Ron Howden – batteria

Produzione

Nektar

Tracklist

1.) Over Krakatoa
2.) King Of The Deep
3.) Lamorna
4.) Doctor Kool
5.) The Iceman
6.) Where Are You Now
7.) Book Of Days (Between The Lines)
8.) Book Of Days

Durata dell’album: 54:36

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