Brez pašaporta
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Vruja
Etichetta: Celinka
Uscita: 2013
Durata: 57:54
Voto: 3.6/5
La tradizione plasma cultura e carattere, la spina dorsale di un popolo, della gente che porta la fiaccola dei costumi e custodisce il tesoro di ciò che la rende diversa da tutti gli altri, quelli attorno, quelli di fuori. In questa storia e in questo contesto gli Istriani sono ribelli eterni ancora oggi, ma le cose hanno comunque iniziato a cambiare e la gente a perdere quel grammo di diversità, tanto che in parecchi posti si spegne pure il ricordo del ponte dell’inscindibilità e dell’indivisibilità etnica tra Croati, Sloveni e Italiani. Gli Istriani dicono di sé di essere qualcos’altro, qualcosa di inclassificabile – di essere Istriani. Il padre dell’idea dietro ai Vruja, Marino Kranjac, ha messo mano di recente allo studio etnografico di Giuseppe Radole e, oltre al rapporto tra Italiani e Croati nel gioco dello scambio reciproco di canti tradizionali e cultura, ha fatto entrare in questo ballo anche gli Sloveni. Tutte e tre le entità, nei secoli di convivenza, hanno mescolato i propri geni, i canti popolari, le melodie e le stesse pratiche musicali esecutive, e la gente viveva legata e dipendente l’una dall’altra. I contatti erano, come rilevano gli studi di oggi, a volte più frequenti di adesso: le fiere e le città istriane erano punti d’incontro di tre culture che si scambiavano merci, si sposavano tra loro e sulla zolla istriana ci morivano anche. Da Istriani.
Sul loro quarto disco Brez pašporta, il gruppo di musicisti tradizionali, custodi e continuatori della tradizione dei gruppi musicali dell’Istria slovena, i Vruja, porta avanti la propria missione di diffondere la conoscenza e popolarizzare il patrimonio musicale dell’Istria. Anche dopo dodici anni di attività i Vruja restano fedeli al suono autentico della loro terra natia, tutto mescolato e appiccicosamente intrecciato, e attraverso la fertilità frizzante della terra rossa aggiungono al mosaico delle peculiarità istriane, all’anima istriana, quel qualcosa di speciale, di musicale, con cui possono istruire gli ignari. Qui devo prendere in prestito proprio le loro parole. Nel presentare l’eredità dei suonatori dell’Istria settentrionale, i membri dell’ensemble restano fedeli agli strumenti tipici di quest’area, come vijulin (violino), bajs (il basso istriano con due corde di budello), klarin (clarinetto) e remonika (fisarmonica). A questa formazione aggiungono pure la daska (l’asse per lavare i panni). In questo assetto suonano le danze più note dell’Istria settentrionale: polka, valzer, šaltin, šete paši, cotič, manfrina, mazurka, štajra, vilota e dopaši. La tradizione musicale dell’Istria meridionale il gruppo la presenta con gli strumenti tipici di quella zona, come la vela i mala sopela o roženica (aerofoni di legno a doppia ancia), il meh o mih (la cornamusa istriana) e le šurle (doppio flauto a singola ancia). Con questi strumenti “zasopèjo” alcune delle melodie più caratteristiche, come la mantinjada e il balun. Tutti questi strumenti popolari i Vruja a volte li combinano con chitarra, mandola, flauti e cornamuse, creando così un’immagine musicale secondo la propria idea e ispirazione. Un marchio particolare al gruppo lo dà l’esecuzione vocale dei canti dell’Istria meridionale, cioè il canto a due voci na tanko i debelo, la villota (canto a due voci delle città costiere) e i canti dell’Istria slovena. In questi brani si sentono il dialetto ciacavo, l’istroveneto e quello šavrino.
Il disco è nato nella casa di Bertoki di Marino e Alenka Kranjac, e i Vruja hanno confezionato la loro offerta con un ricco apparato esplicativo in italiano, croato e inglese, invitando a collaborare ospiti preparatissimi e conoscitori dei canti autentici. Ai Vruja si sono uniti Dario Marušić, loro amico e compagno di strada musicale di lunga data, e tre giovani suonatori dell’Istria meridionale, Branimir Šajina, Noel Šuran e Zoran Karlić. Tredici viaggi nel passato si aprono con il brano che vanta più varianti in Istria – Le Bevanda Sonnifera: la prima parte di questo pezzo in due tempi è segnata dal suono delle cornamuse istriane come le suonano i Galižani vicino a Pola, e il brano prosegue con il tipico canto “grosso” istriano di polifonie maschili di Rovinjsko Selo. Le strofe sono cantate in istroveneto e in ciacavo, nella melodia si insinua il suono dell’entroterra capodistriano, e il gran finale del pezzo, fatto di seduzione, giochi e brio, si chiude sulle rive di Strunjan. La storia racconta di una bella ragazza dai capelli castani che va a prendere l’acqua, lungo la strada incontra un cavaliere che le offre un bel gruzzolo per una notte di piaceri carnali, ma la giovane, spalleggiata dalla madre, stordisce il cavaliere, lo fa ubriacare, le due lo derubano, e il nobile così incline alla carne resta senza soldi e senza il suo piacere carnale. I Vruja proseguono il racconto del loro viaggio musicale in modo più danzereccio e giocoso con Dve lete in pú: ritmica e melodia in due parti tradiscono che nell’Istria slovena si era insinuata l’influenza del ballo balun, presenza fissa in quasi tutti i villaggi dell’Istria slovena. Il canto da Dragonja parla di un amore non ascoltato, e seduzione e ammaestramento i Vruja li portano avanti mostrandoci la virtuosa ragazza istriana Milka nel brano Sem slovenska deklica. Il pezzo era popolare nell’Istria settentrionale già tra la prima e la seconda guerra mondiale. La prima parte del canto suona come lo cantano a Dekani vicino a Capodistria, accompagnata dal suono caratteristico della fisarmonica diatonica triestina, mentre la seconda parte suona in modo più sinistro, in una melodica più minore, con le tamburice della Ćićarija; il suo marchio, oltre alla voce cristallina di Alenka, lo lasciano proprio il suono della tamburica a due corde e la voce di Dario Marušić.
Il seguito è solo una briciola di bei canti di ben più ampia durata. Il Genovese / Storu si je lepi vrt porta alle orecchie un bel duetto di voce maschile e femminile, come lo cantavano nell’Istria croata; la dolcezza istroveneta del canto di Materada e Pirano, dopo un’introduzione più giocosa e melodica, è trasposta sulla metrica di Pregara, e il finale più disarmonico c’è perché le due versioni precedenti del brano per ora un finale così non ce l’hanno. I Vruja sono coerenti e continuano con qualità, con un salto in profondità nel cuore di Šumber. Le pulite polifonie istriane di La Jera Tre Sorele raccontano la strana decisione di una ragazza che sceglie di fare la marinaia. Con l’alternanza di dialetto ciacavo e istroveneto si alternano il tipico canto “grosso” e “sottile”, mentre più cantabile è il canto di Strunjan di Pesca Dell’ Anello, che i Vruja suonano come lo sanno fare anche nel nord Italia. L’Istria slovena qui è l’anello di congiunzione tra il biancore della costa istriana, la pietra della resistenza istriana e le influenze italiane. E con queste i tacchi si scaldano, e la gente balla più sciolta. Poi un po’ di allegria e di tempi oscillanti in tre quarti con Valcer, che mescola le influenze di due canti popolari, Še kikl’co prodala bom e Vsak kmet ima svoje veselje, e che alla maniera popolare istriana rende una melodia con lo spirito del villaggio di Kolari presso Grisignana, ovvero con il marchio lasciato sui Vruja dal compianto musicista Otavio Štokovac – Rapatočki. Con la danza dettata da doppio violino e bajs passiamo poi al territorio degli Šavrini e delle Šavrinke. »Ala šu, zakantajmo jo po dalmatinsko!« fa da spartiacque rispetto al canto di Čentur, mentre One dve naranče passa a un racconto d’amore e ai doni reciproci tra la ragazza e il corteggiatore nella Ćićarija. Le due voci nasali sono il viatico per uno dei canti più noti e più mescolati dell’Istria – il brano Oj, mati, mamca / Varda La Luna, che si prendono come proprio Sloveni, Croati e Italiani. L’amore è la lingua comune di tutti e tre, mentre il suono del canto corale polifonico, con la sua gutturalità, evoca l’immagine di villaggi istriani svuotati, in cui già un secolo e più fa una ragazza struggeva per il suo ragazzo e la madre le proibiva l’amore.
Pojela je nevestica / La Cena Della Sposa continua con un canto apprezzato da Italiani e Croati, e si tratta dell’alternarsi di due melodie – da Baderna e da Prano; la storia frizzante parla di una sposa golosa e di tutto ciò che la ragazza ha mangiato nei dieci giorni dopo le nozze, mentre lo sposino si avvicinava sempre più al bastone del mendicante. La ragazza mangiava e s’ingrassava; la versione croata, con un’esecuzione quasi piagnucolosa e cinica, snocciola monotona l’intero menù di una ragazza dall’appetito disumano, mentre la melodia italiana, più giocosa, si diverte bene e più melodicamente, ballando tra violini, fisarmonica, chitarra e la melodiosa combinazione di dolci voci maschili e belle voci femminili. Jaz ti bon kipila / Mamma mia, vorei, vorei è un brano che rimescola lo stesso tema, sia nella variante scritta di Koštabona in dialetto šavrino, sia sulla costa istroveneta dell’entroterra di Vižinada. Il pezzo racconta un dialogo tra madre e figlia: la madre, a causa di una malattia apparente, vuole rallegrare la ragazza con dei doni perché torni in forze, ma lei con la malattia finta evita nel modo più evidente il lavoro o il matrimonio … Con il brano Un Giorno Andando sul disco emerge nel modo più chiaro l’influsso della fusione di dialetto ciacavo, veneto e istriano e dello spirito in qualcosa di comune e inscindibile. Il pezzo è cantato na tanko i debelo con canto gutturale, e i Vruja scivolano da un dialetto all’altro in modo naturale e senza separazioni o confini visibili. Mamca be tela / Spoza Per Forza parla della cruda realtà dell’amore e dei matrimoni imposti nel passato, perché un tempo i giovani spesso non potevano sposare i loro amori, le persone scelte dal cuore. Contava lo stato patrimoniale, il tornaconto materiale, e un matrimonio su basi materiali era privato di amore e calore. Nella prima parte è la madre a costringere la figlia a sposarsi, come si sentiva a Nova Vas, nella seconda ci spostiamo a Materada, e al posto della madre a spingere il figlio al matrimonio forzato stavolta è il padre. La sorpresa musicale del pezzo arriva però nel finale eccezionale, che vira nel gipsy jazz, tra il dettato temperamentale del violino, della chitarra cantabile e della fisarmonica; un finale eccezionale e di temperamento, quasi alla maniera di Django Reinhardt, evoca il suono degli anni Venti del secolo scorso, e i Vruja passano dal puro tradizionalismo del villaggio all’ambiente più urbano di Trieste o di qualche posto un po’ più grande, dove si mescolavano influenze da tutto il mondo. Il viatico cosmopolita del grande finale giocoso, una delle sorprese davvero maggiori del disco, si chiude comunque in linea con lo spirito del disco. Ona mi je rekla / Stara sura è un ritorno in due parti nel cuore dell’Istria, e con un canto in stile balun, musica tradizionale pensata per il ballo, i Vruja invitano a ballare, a prescindere da lingua, cultura, tradizione o convinzioni – il linguaggio della musica infatti è uno solo, e unisce.
Contrabbandare influssi da una parte all’altra delle frontiere, e ancor più oltre i paletti nelle teste, è uno splendido viatico per un disco che forse non piacerà a chi non sopporta il legame con il passato e non riesce a scavalcare i propri confini mentali. Io comunque sono molto contento che i confini, imposti con la forza alla gente, al di là della volontà degli abitanti del posto, si possano almeno per un attimo oltrepassare – senza passaporto. Come dicono i Vruja: »Anche se ci avessero costruito un muro di Berlino, non avrebbero potuto impedirci di incontrarci, creare insieme e collaborare.« L’album Brez pašaporta è la prova che l’Istria, almeno un tempo, è stata un unico crogiolo, un unico spazio culturale, un’unica regione sovrastatale, sovraculturale e sovralinguistica, un’entità, mentre la suddivisione con confini netti ha ferito l’anima istriana e si è intromessa nella vita quotidiana degli Istriani. Anche per questo i Vruja chiamano all’unione, all’unitarismo, al ritorno alle radici, più forti e più tenaci dei grandi progetti politici ed economici paneuropei di unitarismo. L’Istria, attraverso musica e canti, ha dunque da tempo espresso, fuori dal tempo e apolitica, il suo desiderio plebiscitario di unione e di secessione dalle tendenze aizzatrici dei centri, che lo spirito degli Istriani non lo capiscono granché bene, se mai lo capiscono. Forse dovremmo prestare ascolto a questo richiamo, stavolta interpretato in parecchi modi diversi, ovviamente se abbiamo abbastanza pazienza, orecchio e volontà. I Vruja offrono almeno tredici buoni argomenti per farlo, e l’album, nonostante la sua ostinata tradizionalità quasi purista, merita un posto d’onore anche su un sito dai contenuti altrimenti più rock – per la qualità, per il messaggio e per il ricco assortimento di tesori di un passato che per tanti era comune e unificante, mentre ora sarebbe il momento di superare con qualità queste divisioni e recinzioni e di abolirle in libertà di spirito, senza appelli all’agitazione politica o alla propaganda.
Formazione
Marino Kranjac- voce, violino, cornamuse, mandola, sopele, chitarra
Alenka Kranjac- voce, daska, tamburo
Peter Kaligarič– fisarmonica
Gabrijel Križman- voce, chitarra, mandola
Gorast Radojevič- bajs
Rok Kleva Ivančič- violino
musicisti ospiti:
Dario Marušić– voce, vela sopela, tamburica a due corde
Branimir Šajina, Noel Šuran e Zoran Karlić – voci, mala sopela
Produzione
Miro Kranjac
Tracklist
1. La Bevanda Sonnifera
2. Dve lete in pú
3. Sem slovenska deklica
4. Il Genovese / Storu si je lepi vrt
5. La Jera Tre Sorele / Pesca Dell’anello
6. Valcer
7. One dve naranče / One dvi naranče
8. Oj, mati, mamca / Varda La Luna
9. Pojela je nevestica / La Cenna Della Sposa
10. Jes ti buon kipíla /Mamma Mia, Vorrei, Vorrei
11. Un Giorno Andando
12. Mamca be tela / Sposa Per Forza
13. Ona mi je rekla / Stara súra