Burnt Offerings

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Iced Earth
Etichetta: Century Media
Uscita: 1995
Durata: 52:39
Voto: 4.5/5

»Burnt Offerings«, terzo album in studio dei campioni americani del thrash/power metal Iced Earth, ancora oggi è considerato il loro lavoro più crudo e più oscuro, cosa a cui ha di sicuro contribuito il fatto che la band, prima di iniziare le registrazioni, era quasi andata in pezzi: il suo capo, chitarrista ritmico e voce di supporto Jon Schaffer, era infatti diventato completamente frustrato dallo stato dell’industria musicale e, nella sua amara presa di coscienza, si sentiva incassare ‘un colpo dopo l’altro’. Dal precedente lavoro degli Iced Earth, il classico concept »Night of the Stormrider« (1991), che li aveva cementati definitivamente come la nuova grande speranza della scena thrash/power metal americana, erano passati più di tre anni, e in quel periodo si era accumulato un sacco di materiale compositivo interessante, in cui Schaffer era riuscito a riversare tutto il suo fiele e tutta la sua rabbia verso i rappresentanti dell’industria musicale. Lo si sente benissimo proprio nella title track, il primo dei due grandi picchi del terzo disco in studio degli Iced Earth.

I testi di Jon su »Burnt Offerings« sono pieni di disprezzo per una società disumanizzata, sotto il patronato di leader corrotti, e di disgusto per la stupidità umana. Stavolta, inoltre, ha attinto un po’ meno del solito a misticismo e fantasia, e proprio per questo i singoli pezzi sono molto più ispirati al mondo reale, il che accresce ancora la crudezza generale dei messaggi e l’atmosfera brutale che domina l’intero album. L’ispirazione per il testo del brano migliore del disco, se non dell’intera carriera degli Iced Earth, piazzato proprio in chiusura, il signor Schaffer l’ha trovata addirittura nel poeta medievale italiano Dante Alighieri, autore della celebre ‘Divina Commedia’.

Anche stavolta non sono mancati i ‘cambi di personale’ nella formazione degli Iced Earth. John Greely, con cui in studio, a detta di Jon, era piuttosto difficile lavorare, è stato sostituito alla voce principale da Matthew Barlow, in cui la band ha finalmente trovato quello che nel proprio vocabolario musicale cercava fin dall’inizio, anche se erano già quasi convinti che Greely fosse la scelta giusta. Barlow ha messo completamente in ombra il predecessore: aveva un’estensione vocale impressionante, capace di arrivare ‘dall’inferno al paradiso’, e fin da subito ha entusiasmato con una profondità emotiva incredibile, il grande pregio del suo talento di cantante, per cui nel metal di allora (metà anni Novanta) non c’era praticamente paragone. Le sue doti vocali, affascinanti, carismatiche e appassionate, hanno dato ai singoli brani un fuoco del tutto particolare, che né prima né dopo di lui nessun altro cantante degli Iced Earth è riuscito a ripetere. Poteva trasportare l’ascoltatore sul luogo dell’azione in un istante e calarsi così a fondo nei personaggi dei testi da sembrare che raccontasse storie vissute sulla propria pelle. Il batterista Rodney Beasley, intanto, ha preso il posto di Rick Secchari e, per quanto sicuramente sperasse di lasciare un segno più forte nella band, ci è rimasto solo un anno. Gli avvicendamenti continui dietro le pelli, purtroppo, sono diventati parte del ‘folklore’ degli Iced Earth anche negli anni a venire.

Con »Burnt Offerings« la band è riuscita piano piano a maturare anche come autrice e ha lasciato su questo disco alcune delle creazioni più complesse (e anche migliori) di tutta la carriera. La loro riuscita combinazione di melodicità epica, con tante armonie a tre voci tra i due chitarristi, cioè Schaffer e il chitarrista solista Randall Schawver, e di brutalità guidata dalla doppia cassa martellante del batterista Beasley, su »Burnt Offerings« ha raggiunto nuove dimensioni. L’atmosfera dei singoli pezzi è eccezionale, a partire dalla title track, una delle creazioni più cupe e brutali degli Iced Earth in assoluto: di roba così, nella carriera di questi veterani del metal della Florida, non è mai mancata, eppure ce ne sono poche che, in modo così convincente come su »Burnt Offerings«, sono intrise nello stesso tempo di una rabbia enorme e di una malinconia indicibile.

Il testo del classico che dà il titolo al disco si riferisce alle delusioni già citate, quelle che Schaffer viveva ai primi incontri con la subdola industria musicale. Tra una sezione e l’altra si sente il contributo, molto ben integrato, del tastierista ospite Howard Helm, che con i suoi arrangiamenti sinfonici sullo sfondo rende ancora più sinistra l’atmosfera. Il contrasto vocale tra Barlow e la voce di supporto di Schaffer è eccezionale. Mentre l’approccio epico di Matt a ogni passo fa schizzare di colpo verso l’alto il clima apocalittico, la voce di supporto di Jon, che ricorda un diavolo incazzato nero, scoppia letteralmente di rabbia. All’improvviso arriva il passaggio a una sezione epica con possenti armonie di chitarra, e più avanti non mancano stacchi ritmici brutali, di cui non si vergognerebbe nessuna thrash band onesta. Una breve sezione contemplativa, in cui Barlow porta a termine con maestria la sua interpretazione malinconica, viene interrotta in modo brutale da una nuova esplosione di rabbia vocale, a cui seguono l’assolo spezzato di chitarra di Schawver e un nuovo passaggio a epiche armonie a tre voci, che richiamano la classica era Iron Maiden.

»Last December«, un’altra classica, si apre con una sezione malinconica e con una prova vocale impressionante, vissuta fino in fondo, del campione dai capelli rossi, che stavolta si trasforma in un vero martire, perso chissà dove tra pianure innevate. La sua voce raggiunge ancora una volta nuove dimensioni emotive nel raccontare con sincerità una storia sconvolgente. A differenza dell’opener, qui i singoli passaggi di chitarra sono disposti in modo molto più compatto, mentre la bilancia tra armonie epiche e giri di batteria brutali è di nuovo perfettamente in equilibrio. »Diary«, il cui testo porta la firma di Barlow, con le sue sfumature ritmiche lente e le frasi di chitarra rotolanti ha un leggero retrogusto doom, e non c’è da stupirsi, visto che anche i Black Sabbath sono tra le influenze più importanti degli Iced Earth. Poi però, nel prosieguo del pezzo, cominciano a prevalere le influenze Metallica: le voci riprendono un approccio aggressivo, la doppia cassa lavora a pieno vapore e i singoli passaggi di chitarra suonano decisamente vendicativi, come nella maggior parte degli altri brani.

Il fatalista »Brainwashed« si apre con un motivo angosciante, seguito da un passaggio a una sezione nervosa in cui un Barlow brutale e incattivito vomita fiele sulla corruzione della Chiesa e sul fanatismo religioso, cioè un tema che Schaffer ha sempre toccato volentieri. Anche qui merita una menzione speciale l’assolo rabbioso, mentre il battito ritmico accelerato si avvicina a dimensioni quasi speed metal. »Burning Oasis« in apertura ha un effetto sonoro che a molti può ricordare un freddo soffio di vento sulle dune del deserto, il che si sposa in qualche modo col testo di questo pezzo apertamente aggressivo, in cui Barlow sfodera alcune note vocali decisamente alte. Schaffer ha sempre adorato gli Iron Maiden, in particolare l’album »Powerslave« (1984), quindi la brusca deviazione verso scale arabeggianti/pentatoniche a metà brano non è poi una gran sorpresa.

Proprio quando sembra che la band non possa proprio suonare più incazzata e più cupa di così, arriva un nuovo picco di furia sotto forma di »Creator Failure«, il cui testo è un altro sberleffo a tutte le ‘mostruosità di Frankenstein’ e l’annuncio di un’apocalisse ormai vicina. Qui dominano passaggi di chitarra devastanti e stacchi di batteria cataclismatici, mentre Barlow suona come l’ultimo cronista sopravvissuto alla fine dell’era umana. Poi la breve ballad »The Pierced Spirit«, in cui a farsi valere, in una veste un po’ più ‘amichevole’, è soprattutto Barlow, sostenuto con piacere da una sottile chitarra acustica e da delicati ornamenti di pianoforte sullo sfondo.

Il culmine del disco, se non dell’intera opera compositiva degli Iced Earth (cioè il loro magnum opus), è il superpezzo di oltre 16 minuti »Dante’s Inferno«, che, come dice già il titolo, si ispira all”Inferno’, la prima parte del poema epico di Dante, la ‘Divina Commedia’. Gli Iced Earth, dopo che Barlow si è calato con successo nei panni del poeta Dante, portano l’ascoltatore in un viaggio pericoloso attraverso i nove cerchi dell’Inferno, e nelle varie sezioni di questo affascinante superepos viene offerta una descrizione piuttosto vivida ed emotiva delle sofferenze delle anime dannate in ciascun cerchio. L’ingresso all’Inferno, varcato da Dante accompagnato dall’ombra dell’antico poeta romano Virgilio, è annunciato da un’introduzione sottile, con armonie di chitarra eteree, misteriose, quasi ammonitrici, sullo sfondo, che per i due viandanti non promettono niente di buono.

La prova vocale di Matt, decisamente malinconica e preoccupata, di quelle che fanno rizzare ogni pelo del corpo, cambia nel momento in cui arriva il geniale passaggio a una sezione brutale. A introdurla è l’arrivo dei due viandanti sulle rive del fiume sotterraneo Acheronte, dove già si sente l’ululato del primo dei due traghettatori infernali, il demoniaco vecchio Caronte. Quest’ultimo conduce i viandanti verso il primo cerchio, il Limbo, dove il viaggio epico comincia davvero. A questo punto c’è un cambio di tempo verso una sezione cataclismatica, in cui Barlow brilla nel descrivere le sofferenze delle anime peccatrici del primo cerchio, dove vagano sventurati i giusti, gli intellettuali antichi nati prima della nascita di Cristo, e tutti i bambini morti troppo presto, non battezzati.

Se la forma letteraria della prima parte della ‘Divina Commedia’ è un’impresa di lettura piuttosto lunga e impegnativa, l’interpretazione degli Iced Earth di questo capolavoro epico scorre a una velocità impressionante, mentre tra le sezioni strumentali si susseguono visioni raggelanti e cupe di dannazione eterna. Tra i momenti più complessi del poema c’è l’incontro con il giudice infernale Minosse, che con la sua lunga coda stabilisce in quale cerchio cadrà ogni anima: qui arriva una sezione strumentale sconvolgente e brutale, con una serie di variazioni di chitarra rabbiose e infernali stacchi di batteria. Segue un salto improvviso in una sezione di taglio sinfonico: nel descrivere le sofferenze dei golosi del terzo cerchio, sorvegliati dal cane infernale a tre teste Cerbero, la voce assume sfumature un po’ più delicate, il che significa che Barlow/Dante cerca di provare compassione per alcuni di loro, com’era tipico anche della versione letteraria del poema.

I passaggi di chitarra assassini, d’altra parte, non conoscono pietà: quando Dante/Barlow, insieme a Virgilio, arriva sulle rive dello Stige, per farsi portare dal traghettatore infernale successivo, Flegiàs, grande nemico degli dèi greci (e poi del Dio cristiano), fino alle mura della città demoniaca di Dite, esplode una nuova deflagrazione di brutalità e furia vendicativa. La sezione sacrale, dominata da versi in latino, evoca senza fatica l’atmosfera della città maledetta della dannazione eterna e della sofferenza insopportabile. L’apparente leggerezza con cui si mescolano nello stesso tempo un’aggressività incredibile e la malinconia, specialmente grazie alla prova vocale fenomenale e alle sottili armonie di chitarra, affascina ogni volta di nuovo. L’incontro con le furie e con la gorgone Medusa, che vogliono impedire ai viandanti l’ingresso nella città di Dite, è segnato da un passaggio epico e orchestrale di cui non si vergognerebbe nemmeno un compositore di colonne sonore per kolossal hollywoodiani.

Poi un affascinante salto in una sezione strumentale aggressiva, con numerose variazioni di chitarra infuriate, stacchi di batteria devastanti e sinistre trame sinfoniche, che alzano ancora la tensione di un dramma già teso fino allo spasimo. Ogni viaggio prima o poi finisce, e così anche Dante/Barlow, accompagnato da Virgilio, arriva infine nel cuore del male. Davanti a lui si apre infatti il Nono Cerchio (Cocito), dove in mezzo a un lago ghiacciato, circondato dalle anime di chi ha tradito i propri benefattori, si trova nientemeno che il sovrano dell’Inferno incatenato – Lucifero, che dalla sua caduta dal cielo ha subito una trasformazione orribile in una figura grottesca, a tre teste, villosa e con ali di pipistrello. Questa immagine mostruosa, disegnata per la ‘Divina Commedia’ dal celebre pittore francese Gustave Doré, si vede anche sulla copertina originale di »Burnt Offerings«.

L’invocazione del nome di Lucifero è il vero climax epico dell’intero poema, perché in questo momento Dante/Barlow si trova nel cuore del male e al punto più lontano dal cielo, cioè nel momento più duro di tutta la ‘Divina Commedia’. Il re degli angeli caduti viene descritto in modo eccellente attraverso il canto di Matt, e viene descritta anche la ragione per cui è diventato il signore dell’Inferno, il che accresce ancora l’atmosfera epica e porta al climax dell’intero superepos. Segue una graduale risalita fatta di malinconiche variazioni di chitarra, mentre sullo sfondo si dispiegano cortine orchestrali. Così gli Iced Earth, dopo essersi arrampicati sul corpo di Lucifero, possono finalmente scendere, attraversare il centro della terra e sbucare dall’altra parte, dove, vicino alla costa sudafricana, si trova il monte Vice.

‘Quanti si tegnon or là sù gran regi che qui staranno come porci in brago, di sé lasciando orribili dispregi!’, ammonì Dante il traghettatore Flegiàs durante la traversata dello Stige. Pensieri non troppo diversi covavano gli Iced Earth mentre creavano »Burnt Offerings«: all’epoca avrebbero volentieri sbattuto la maggior parte dei big dell’industria musicale in vari cerchi dell’Inferno. La loro rabbia è stata fondamentale perché »Burnt Offerings« diventasse l’album in studio emotivamente più intenso della loro carriera e si piazzasse tra i loro risultati migliori in assoluto. A tutti gli amanti del metal di qualità che vogliono ascoltare gli Iced Earth nella loro forma più cruda e senza compromessi non resta altro da fare che mettere subito su »Burnt Offerings« e scendere con Virgilio al fianco attraverso tutte le profondità dell’Inferno…sempre che ne abbiano il coraggio.

Formazione

Jon Schaffer – chitarra ritmica, chitarra solista, voce di supporto, co-produttore
Matthew Barlow – voce
Dave Abell – basso
Randall Shawver – chitarra solista
Rodney Beasley  batteria

MUSICISTA OSPITE
Howard Helm – tastiere

Produzione

Jim Morris e Jon Schaffer

Tracklist

1. Burnt Offerings
2. Last December
3. Dairy
4. Brainwashed
5. Burning Oasis
6. Creator Failure
7. The Pierced Spirit
8. Dante’s Inferno
i. “Denial, Lust, Greed”
ii. “The Prodigal, The Wrathful, Medusa”
iii. “The False Witness, Angel of Light”

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