Cairo
Artista: Cairo
Etichetta: Magna Carta
Uscita: 1994
Voto: 4/5
Tra l’inizio e la metà degli anni Novanta è partito un grande ritorno del rock sinfonico. Non c’è niente di strano, visto che il sinfonico era il sottogenere più popolare di tutto il progressive rock. Più strano è che un sacco di band sinfoniche siano spuntate negli USA, che negli anni Settanta non erano certo famosi per le loro formazioni sinfoniche. Per lo più questa fase di revival si basava sull’imitazione di gruppi come Yes, Genesis e Gentle Giant. Ed è proprio per questo che i Cairo sono forse così interessanti. Si vede che guardavano allo stile pomposo di Emerson, Lake and Palmer. Probabilmente c’erano più band che stravedevano per quei tre pazzi, ma i Cairo sono stati tra i pochi ad avere le capacità per suonare così veloce e così bene.
L’influenza più evidente è ovviamente quella di Keith Emerson sul modo di suonare di Mark Robertson. Qualcuno arriverebbe a dire che i Cairo sono un clone di Emerson, Lake and Palmer, ma sarebbe generalizzare troppo. Nella loro musica ci sono abbastanza altri elementi che meritano un po’ più di attenzione. Va sottolineato l’ottimo chitarrista, il cui stile è una combinazione folle di Steve Vai, John Petrucci e Steve Howe. Fuhrman è uno “shredder” piuttosto tipico, cioè un velocista delle dita, e di solito questi non mi piacciono, ma con i Cairo funziona. In un certo senso ti fa capire come suonerebbero gli ELP se alla chitarra ci fosse Hendrix. Certo, Hendrix aveva radici più blues, ma per i suoi tempi era (e molto di più) quello che sono oggi i chitarristi appena citati. Interessante anche il canto a canone, che nel rock non si sente così spesso. Al cantante danno una mano il bassista e il chitarrista. Ancora più presente del canto a canone è il canto a più voci, in cui a volte i due vocalist di supporto portano melodie diverse da quella del cantante principale. Nel canto “corale” i Cairo sono una band fortissima, e questo compensa un po’ la mancanza di melodie davvero di qualità. A farsi notare di più sono ovviamente le tastiere di Mark Robertson, che con i suoi Hammond e gli inserti di pianoforte fa rivivere lo spirito di Keith Emerson. Ogni tanto il suo stile (soprattutto al sintetizzatore) ricorda Rick Wakeman. La sezione ritmica non è niente di speciale: bassista e batterista fanno bene il loro dovere, ma nulla di più. Ogni tanto saltano all’orecchio solo delle percussioni elettroniche insolite e interessanti.
Il brano d’apertura dell’album è uno strumentale con un affascinante tocco orientale, e non lascia intuire cosa seguirà. Seguono due pezzi molto buoni per quanto riguarda le melodie vocali. Di solito sono il loro punto debole, ma in questo senso questi due brani sono probabilmente i migliori. Peccato che il ritornello alla fine tiri troppo per le lunghe e rovini un po’ l’impressione generale. I due brani successivi sono già parecchio più deboli – solo virtuosismo e troppo poche idee. Per fortuna almeno i testi sono per lo più molto buoni e salvano parecchio la situazione. E per finire il meglio. Una composizione epica che senza problemi potremmo chiamare “Son of Tarkus” è il loro lavoro più complesso finora. La struttura non è semplice come in molti altri loro pezzi e non si tratta solo di assoli senza idee. Il brano è interessante sia dal punto di vista strutturale che melodico, e per me è il culmine della loro creatività. Certo, un sacco di trucchi sono presi da Keith Emerson, ma la composizione è abbastanza rifinita e ben concepita da farti dimenticare la cosa piuttosto in fretta.
I Cairo sono una delle band più interessanti apparse negli ultimi tempi. Il fatto che prendano in prestito parecchio da Emerson, Lake and Palmer non disturba più di tanto, perché ci sono abbastanza cose in cui si differenziano. Nella loro musica ci sono molti elementi di pomp e arena rock, quindi potrebbero conquistare chi cerca qualcosa di bombastico con effetto immediato. L’album lo consiglio a tutti gli amanti degli organi Hammond e dello scatenarsi selvaggio su di essi. Se lo godranno anche quelli che preferiscono un progressive rock sempre dinamico, che non oscilla troppo tra parti più veloci e più lente. La cosa più fastidiosa è che l’album spesso risulta eccessivamente e artificiosamente drammatico.
Formazione
Mark Robertson – tastiere
Alec Fuhrman – chitarre e cori
Bret Douglas – voce principale
Rob Fordyce – basso e cori
Jeff Brockman – batteria e percussioni elettroniche
Tracklist
1. Conception 2:10
2. Season Of The Heart 10:13
3. Silent Winter 8:25
4. Between The Lines 9:25
5. World Divided 10:16
6. Ruins At Avalon’s Gate 22:35
Durata dell’album: 63:39