California Guitar Trio e Tony Levin sulle ali della virtuosità acustica (2007)

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Luogo: Teatro Miela / Trieste / Italia
Data del concerto: 16.02.2007
Numero di spettatori: 350
Prezzo del biglietto: 15.00€

Ehi! Non può essere vero. Questo ottimo trio di chitarre acustiche folk in mezzo a Trieste. E per giunta insieme a uno dei più grandi bassisti che calpestano oggi il pianeta Terra, Tony Levin, bassista di Peter Gabriel e dei King Crimson.

I California Guitar Trio sono tre tizi: il giapponese Hideyo Moriya, il belga Bert Lams e l’americano Paul Richards. Siccome fin da ragazzini mostravano un talento enorme nel far volare le dita sulla chitarra, li ha presi sotto la sua ala il grande guru Robert Fripp (King Crimson) e così si sono forgiati nella sua scuola per chitarristi particolarmente dotati (Robert Fripp’s Guitar Craft Courses). E si sono temprati a dovere. Tutto il loro sapere, con gli innesti inconfutabili della mente geniale e unica di Fripp, l’hanno travasato in una confessione musicale tutta loro, frutto sia del loro lavoro da autori sia, dall’altra parte, della decodifica di alcuni tra gli evergreen più interessanti in un linguaggio musicale solo loro. Un linguaggio musicale che ti toglie il fiato mentre lo ascolti.

Aggiungo che i California Guitar Trio non sono certo gli ultimi arrivati: nei loro 14 anni di attività hanno suonato in tour di ogni genere con tanti artisti di primo piano come: King Crimson, Jon Anderson, John McLaughlin, John Scofield, Tito Puente, Taj Mahal, Peter Rowan and Tony Rice, Dark Star Orchestra, Leftover Salmon, Sleepytime Gorilla Museum, Steve Lukather, Simon Phillips, David Sylvian, Adrian Legg, Kaki King e molti altri.

Insomma, il collaudato trio RockLine dalle orecchie viziate, che aveva già avuto l’onore di vedere i California Guitar Trio una prima volta il 15.10.2003 a Monaco di Baviera, come spalla dei burloni del prog Spock’s Beard, è stato di nuovo onorato dall’occasione e dalla gita nella vicina Trieste, e così ha potuto godersi un repertorio di un’ora e tre quarti. La sala del Teatro Miela era piena fino all’ultimo angolino, segno dell’enorme interesse per i California Guitar Trio: le sedute erano finite da un pezzo (sia in balconata che in platea). Ci siamo comunque arrangiati bene, comodamente spaparanzati sulla ringhiera del balcone lungo il muro all’estrema destra (guardando verso il palco).

I ragazzi hanno proposto un mix del loro materiale originale e di riletture di alcuni classici, che la maggior parte degli amanti della musica conosce bene. Hanno aperto il set con la frizzante e scanzonata Skyline. Tre chitarre, per terra un mare di pedali effetti, e da sinistra a destra Moriya, Richards, Lams, e sullo sfondo un fenomenale alieno con occhiali scuri, pantaloni lunghi fino ai talloni e giubbotto di pelle nera, Tony Levin con il basso. Il sogno di ogni buongustaio. I ragazzi non hanno mollato né il gas né la marcia più alta e hanno buttato benzina sul fuoco con una fusione unica di classicismo King Crimson (motivo di base preso da 21st Century Schizoid Man più il passaggio) e stilemi musicali orientali, sorretta da un beat surf rock fuori di testa,  in Zundoko Bushi! Qualcosa di simile l’hanno ripetuto più avanti con Melrose Ave.  Un inizio carico di intensità, che in Train To Lamy Suite pt. 1-3 ha toccato praticamente il primo punto di ebollizione atmosferico, quando la sala è stata investita in apertura da velenosi “black blues slide di chitarra” “ipersaturi”, eseguiti da Richards con il ditale e che per un attimo mi hanno fatto pensare a una cover di In My Time Of Dying (Led Zeppelin).

Lams si è occupato di tutti gli assoli più veloci e complessi. È incredibile quello che riesce a fare il suo mignolo sinistro. Moriya era per lo più incaricato dei passaggi tranquilli! La chitarra di sinistra (Moriya) e quella di destra (Lams) formavano un contrasto notevole, che è piaciuto soprattutto nel bis, nella magnifica esecuzione di Bohemian Rhapsody dei Queen. Immagina tre tizi che trascrivono proprio tutti gli elementi dell’originale per le possibilità espressive di tre chitarre acustiche. Richards curava la maggior parte degli effetti speciali. Usava sia il ditale che un effetto distorto, che serviva da spezia speciale aggiunta solo in punti scelti del concerto. Richards è il capo del trio, il collegamento, una specie di elemento adesivo a cui sono legati gli altri due membri.

Nello sviluppare le armonie a tre voci, i ragazzi spesso aggiungevano anche parti che avevano suonato per prime, le salvavano in memoria sul multieffetto e ne facevano partire cortine armoniche di suoni “delay”, che nel resto dei brani servivano come abbraccio atmosferico per i motivi di base, che quei velocisti delle dita intrecciavano senza sosta per tutta l’esibizione. Uno dei vertici conditi in questo modo è stata senza dubbio l’esecuzione del leggendario pezzo di Mike Oldfield Tubular Bells, che toglieva letteralmente il fiato per quanto geniale fosse il modo in cui i ragazzi hanno “tradotto” nel linguaggio della chitarra acustica le linee di tutti i motivi di questo brano peraltro complesso.

Dal loro attuale album in studio “White Water” (2004) i ragazzi hanno dato fuoco alla palla con la altamente atmosferica Cosmo Calypso, la spigliata Red Iguana e, tra tutte, con il momento più emozionante dell’intero concerto, il brano The Marsh, che Richards nel suo discorso introduttivo ha definito una grande dedica al loro maestro Robert Fripp. È davvero uno dei brani più belli, più fragili e più sensibili mai usciti dalle dita di questo trio. Malinconia intensa e tenerezza sensuale, struggimento. Un pezzo unico, di una bellezza tutta sua.

Il trio ha presentato in scaletta anche un brano completamente nuovo intitolato Andromeda. Hanno eseguito pure un pezzo da escursionisti (racconta la salita di due alpinisti su una montagna delle Alpi italiane, come ha annunciato Richards) intitolato Punta Patri, scritto da Bert Lams e inserito anche nella colonna sonora di un film, la cui sceneggiatura racconta la scalata di questi due alpinisti.

Perché il tutto non risultasse per caso troppo serio, i ragazzi hanno rimediato nel modo ideale. In scaletta hanno infilato un bel mucchio di cover. Ci sono state le già citate Tubular Bells e Bohemian Rhapsody, poi la fantastica e spiritosa versione di The Good, The Bad, and The Ugly (Ennio Morricone) dal loro album in studio “Invitation” (1995) e la specialità extra veloce di Hideyo, la versione surf di un pezzetto della Quinta di Beethoven intitolata “Unmei”. I ragazzi hanno conquistato in particolare tutti i fan degli Yes, suonando per intero Heart Of The Sunrise, dove Levin si è infilato le bacchette sull’indice e sul medio della destra e con quelle picchiava sulle corde del basso. La gente è andata particolarmente in fissa per il “surf rocker” Misirlou (il tema principale del film Pulp Fiction), dove Moriya dimostrava con abilità la sua grande affinità col surf rock. Che il trio sappia anche “rockeggiare” alla grande l’ha mostrato in una versione speciale, di propria regia, di Freebird (Lynyard Skynyard). Insomma, una gran festa in ogni momento del concerto.

Nel bis Moriya ha puntato il microfono verso il pubblico e ha fatto cenno alla gente di cantare, perché il trio stava suonando Bohemian Rhapsody, un “evergreen” dei Queen che ogni scolaretto dovrebbe sapere a memoria. Il pubblico italiano non ha lasciato in asso il trio e ha contribuito, con lode, con l’accompagnamento del proprio coro.

Il pubblico era entusiasta. Premiava con applausi il trio e Levin già prima dei singoli pezzi, e anche durante l’esecuzione si è levato più di un grido di grande entusiasmo.

I tizi nella loro espressione musicale complessiva non nascondono assolutamente l’influenza dei King Crimson; perfino la “yessiana” Heart Of The Sunrise ricordava un nuovo arrangiamento scritto per l’occasione dagli stessi King Crimson. Ma l’esempio più bello e diretto della presenza dell’elemento “Crimson” e del tocco del creato della musica “Crimson” lo offre il brano originale Red Iguana.

Il concerto è finito troppo presto! I ragazzi avevano annunciato la firma dei CD dopo lo show. Il pubblico i CD li ha letteralmente fatti sparire dopo il concerto e ha preso d’assalto i tizi quando sono usciti da dietro le quinte. Ovviamente a “scacciare le mosche” ha avuto più da fare Tony Levin. Anche noi tre abbiamo colto al volo l’occasione, preso gli autografi, ci siamo immortalati con Tony, scambiato due chiacchiere e auguri e ce la siamo filata verso casa. Tony è un uomo incredibilmente gentile e divertente, dallo spirito curiosissimo.

Una serata da 15.00€ che ha ripagato di gran lunga quanto vissuto! Il giorno dopo i tizi sono partiti per Venezia, per l’ultima data della parte europea del tour, che comprendeva appena 6 concerti in Italia, e di questi l’esibizione a Venezia è stata per il trio la quinta in tutto con Tony Levin come ospite speciale. Poi i California Guitar Trio partono per il Nord America. Lì li aspetta un tour ancora più lungo, ma senza Tony Levin, e solo il diavolo e l’arcangelo Gabriele sanno dire quando ricompariranno sulla mappa europea. Non so nemmeno come chiudere questa felice congiuntura di circostanze, in cui i CGT con Levin suonano praticamente sotto casa tua. Forse basta la celebre constatazione di Cesare: “Veni vidi vici!” (Siamo venuti, abbiamo visto, abbiamo vinto).

Testo: Aleš Podbrežnik
Foto: Thomas Breznik

Scaletta

1. Skyline
2. Zundoko Bushi
3. Melrose Ave.
4. Blockhead
5. Train To Lamy Suite pt. 1-3
6. Misirlou
7. Cosmo Calypso
8. Red Iguana
9. The Good, The Bad, And The Ugly (senza T. Levin)
10. The Marsh (senza T. Levin)
11. Andromeda (senza T. Levin)
12. Unmei (Beethoven’s 5th Symphony, senza T. Levin)
13. Tubular Bells
14. Freebird
15. Punta Patri
16. Heart Of The Sunrise
—bis—
17. Bohemian Rhapsody (senza T. Levin)
18. Eve

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