California Guitar Trio e Tony Levin sulle ali della virtuosità acustica (2007)
Luogo: Trieste / Teatro Miela (Casa dei lavoratori portuali) / Italia
Data: sabato, 17.02.2007
Wow! Non può essere vero. Questo splendido trio di chitarre acustiche folk in pieno centro a Trieste. E per di più con uno dei più grandi bassisti che si aggirino oggi sul pianeta Terra, Tony Levin, tra l’altro bassista di Peter Gabriel e dei King Crimson.
I California Guitar Trio sono tre tipi: il giapponese Hideyo Moriya, il belga Bert Lams e lo statunitense Paul Richards. Siccome i ragazzi fin da piccoli mostravano un gran talento quanto a far correre le dita sulla chitarra, il grande guru Robert Fripp (King Crimson) li ha presi sotto la sua ala e i tre si sono temprati nella sua scuola per chitarristi particolarmente dotati (Robert Fripp’s Guitar Craft Courses). E si sono temprati eccome. Tutto il loro sapere, con gli innegabili impianti della mente geniale e unica di Fripp, l’hanno riversato in una personalissima confessione musicale, frutto sia del loro lavoro di autori sia, d’altro canto, della decodifica di alcuni dei sempreverdi musicali più interessanti in un linguaggio tutto loro. Un linguaggio musicale che ti toglie il fiato mentre ascolti.
Aggiungo che i California Guitar Trio non sono certo gli ultimi arrivati: negli ultimi 14 anni di attività hanno girato in tour con tantissimi interpreti di altissimo livello, come King Crimson, Jon Anderson, John McLaughlin, John Scofield, Tito Puente, Taj Mahal, Peter Rowan and Tony Rice, Dark Star Orchestra, Leftover Salmon, Sleepytime Gorilla Museum, Steve Lukather, Simon Phillips, David Sylvian, Adrian Legg, Kaki King e molti altri.
Insomma, il collaudato terzetto RockLine dalle orecchie viziate, che aveva avuto l’onore di vedere i California Guitar Trio per la prima volta il 15.10.2003 a Monaco di Baviera, come gruppo spalla dei burloni del prog Spock’s Beard, è stato di nuovo onorato dall’occasione e dalla gita nella vicina Trieste, e ha potuto godersi un’ora e tre quarti di repertorio. Il Teatro Miela era pieno fino all’ultimo angolino, segno dell’enorme interesse per i California Guitar Trio: le sedie erano finite da un pezzo (sia in balconata che in platea). Ci siamo comunque arrangiati con astuzia, spaparanzati comodamente sulla ringhiera del balcone, contro il muro, all’estrema destra (guardando verso il palco).
I tre hanno proposto un mix del loro materiale originale e di cover di alcuni classici che la maggior parte degli appassionati di musica conosce bene. Hanno aperto il set con la frizzante e birichina Skyline. Tre chitarre, il pavimento pieno di pedali effetti, e da sinistra a destra Moriya, Richards, Lams e, sullo sfondo, un alieno unico con occhiali scuri, pantaloni a zampa e giacca nera di pelle: Tony Levin con il suo basso. Il sogno di ogni buongustaio. I ragazzi non hanno mollato l’acceleratore nemmeno per un attimo, marcia più alta inserita, e hanno buttato benzina sul fuoco con una fusione irresistibile di classicismo King Crimson (il motivo di base è preso da 21st Century Schizoid Man, più il passaggio) e di modi musicali orientaleggianti, sorretta da un beat surf rock fuori di testa, nel brano Zundoko Bushi! Qualcosa di simile l’hanno ripetuto poco dopo con Melrose Ave. Un inizio carico di intensità, che in Train To Lamy Suite pt. 1-3 ha toccato di fatto il primo punto di ebollizione atmosferica, quando la sala è stata investita in apertura da velenosi “slide di black blues ipersaturati”, eseguiti da Richards con il bottleneck, e per un attimo ho pensato che fosse una cover di In My Time Of Dying (Led Zeppelin).
Lams si è preso cura di tutti gli assoli più veloci e più complessi. È incredibile cosa riesca a fare il mignolo della sua mano sinistra. Moriya si è occupato per lo più dei passaggi tranquilli! La chitarra di sinistra (Moriya) e quella di destra (Lams) hanno creato un contrasto eccezionale, che ha fatto un gran bene soprattutto nel bis, con la splendida esecuzione di Bohemian Rhapsody dei Queen. Immaginatevi tre tizi che trascrivono letteralmente ogni elemento dell’originale per adattarlo alle possibilità espressive di tre chitarre acustiche. Richards si è occupato della maggior parte degli effetti speciali. Ha usato sia il bottleneck sia un effetto distorto, che serviva da spezia speciale aggiunta solo in certi punti del concerto. Richards è il capo del trio, il collante, una specie di elemento adesivo a cui sono legati gli altri due membri.
Nello sviluppare le armonie a tre voci, i ragazzi spesso aggiungevano anche parti che avevano suonato per prime, le salvavano in memoria sul multieffetto e ne facevano partire sipari armonici di suoni “delay”, che nel prosieguo dei brani servivano da abbraccio atmosferico per i motivi di base, che i velocisti delle dita intrecciavano senza sosta per tutta l’esibizione. Uno dei picchi conditi in questo modo è stato senza dubbio l’esecuzione del leggendario pezzo di Mike Oldfield, Tubular Bells, che mozzava letteralmente il fiato per come i ragazzi siano riusciti, con genialità, a “tradurre” nel linguaggio della chitarra acustica le linee di tutti i motivi di questo brano così complesso.
Dai brani del loro ultimo album in studio “White Water” (2004), i ragazzi hanno incendiato la sala con la super atmosferica Cosmo Calypso, la scatenata Red Iguana e, tra tutte, con il momento più emozionante dell’intero concerto, il brano The Marsh, che Richards nel suo discorso introduttivo ha definito un grande omaggio al loro maestro Robert Fripp. È davvero uno dei pezzi più belli, più fragili e più sensibili che siano mai usciti dalle dita di questo trio. Malinconia intensa e dolcezza sensuale, struggimento. Un pezzo unico, di una bellezza tutta sua.
Nel repertorio il trio ha presentato anche un brano del tutto nuovo, intitolato Andromeda. Hanno eseguito pure un pezzo da alpinisti (racconta la salita di due alpinisti su una montagna delle Alpi italiane, come ha annunciato Richards) intitolato Punta Patri, composto da Bert Lams e inserito anche nella colonna sonora di un film la cui sceneggiatura racconta proprio la scalata di quei due alpinisti.
Perché il tutto non risultasse per caso troppo serioso, i ragazzi hanno provveduto nel modo ideale. Nel repertorio hanno infilato un bel mucchio di cover. C’erano le già citate Tubular Bells e Bohemian Rhapsody, poi la fantastica e spiritosa versione di The Good, The Bad, and The Ugly (Ennio Morricone) dal loro album in studio “Invitation” (1995) e la specialità di Hideyo, particolarmente veloce: la versione surf di un pezzetto della Quinta di Beethoven, chiamata “Unmei”. I ragazzi hanno poi conquistato in particolare tutti i fan degli Yes, suonando per intero Heart Of The Sunrise, dove Levin si è infilato le bacchette tra indice e medio della destra e con quelle ha picchiato sulle corde del basso. La gente è andata particolarmente in visibilio per il “surfeggiante” Misirlou (il tema principale del film Pulp Fiction), dove Moriya ha dimostrato con abilità la sua grande affinità col surf rock. Che il trio sappia anche “rockeggiare” alla grande l’ha mostrato in una versione speciale, rivista a modo loro, di Freebird (Lynyrd Skynyrd). Insomma, è stata una gran festa in ogni singolo momento del concerto.
Nel bis Moriya ha puntato il microfono verso il pubblico e ha fatto capire alla gente di cantare, perché il trio stava suonando Bohemian Rhapsody, un “evergreen” dei Queen che dovrebbe saper a memoria ogni scolaretto. Il pubblico italiano non ha affatto lasciato il trio in braghe di tela e ha contribuito, con merito, con l’accompagnamento del proprio coro.
Il pubblico era entusiasta. Premiava con gli applausi il trio e Levin ancora prima dell’esecuzione dei singoli pezzi, e anche durante il concerto si sono levate qua e là grida di grande entusiasmo.
I tre, nella loro espressione musicale complessiva, non nascondono per niente l’influenza dei King Crimson: persino la “yessiana” Heart Of The Sunrise sembrava un nuovo arrangiamento scritto dagli stessi King Crimson. Però l’esempio più bello e diretto della presenza dell’elemento “Crimson” e del tocco del creato della musica “Crimson” è il brano originale Red Iguana.
Il concerto è finito troppo presto! I ragazzi avevano annunciato il firmacopie dei CD dopo lo show. Il pubblico si è letteralmente fiondato sui CD e ha assalito i tre quando sono usciti da dietro le quinte. Ovviamente chi ha avuto più da fare a “scacciare le mosche” è stato Tony Levin. Anche noi tre abbiamo colto al volo l’occasione: autografi, foto-ricordo con Tony, due chiacchiere e tanti auguri, e poi via verso casa. Tony è un uomo incredibilmente gentile e divertente, con uno spirito curiosissimo.
Un evento da 15,00 €, che ha ripagato molto, ma molto di più di quanto sia costato! Il giorno dopo i tre sono partiti per Venezia, ultima tappa della parte europea del tour, che comprendeva in tutto 6 concerti in Italia, e quello di Venezia è per il trio il quinto show complessivo con Tony Levin come ospite speciale. Poi i California Guitar Trio partono per il Nord America. Lì li aspetta un tour ancora più lungo, ma senza Tony Levin, e solo il diavolo e l’arcangelo Gabriele sanno dire quando ricompariranno sulla mappa europea. Non so nemmeno come chiudere questa felice combinazione di circostanze, in cui i CGT con Levin suonano praticamente a due passi da casa tua. Forse basta la celebre constatazione di Cesare: “Veni vidi vici!” (Venni, vidi, vinsi).
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Thomas Breznik
Scaletta:
1. Skyline
2. Zundoko Bushi
3. Melrose Ave.
4. Blockhead
5. Train To Lamy Suite pt. 1-3
6. Misirlou
7. Cosmo Calypso
8. Red Iguana
9. The Good, The Bad, And The Ugly (senza T. Levin)
10. The Marsh (senza T. Levin)
11. Andromeda (senza T. Levin)
12. Unmei (Beethoven’s 5th Symphony, senza T. Levin)
13. Tubular Bells
14. Freebird
15. Punta Patri
16. Heart Of The Sunrise
—bis—
17. Bohemian Rhapsody (senza T. Levin)
18. Eve









