“Cerchiamo di usare la musica per trasmettere il concetto di unificazione: tutto è uno.” (2010)

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Cvetličarna, Lubiana
Data dell’intervista: 20.12.2010

La band israeliana folk/progressive metal Orphaned Land ha pubblicato all’inizio di quest’anno per Century Media il suo quarto album in studio, The Never Ending Way of ORwarriOR. Un disco nato in ben cinque anni, che ha raccolto critiche eccellenti: tra una buona promozione, tantissimi concerti e, ovviamente, un album della madonna, gli Orphaned Land stanno diventando una band sempre più riconosciuta e rispettata. Il tour con gli Amorphis ha portato per la prima volta i musicisti israeliani anche dalle nostre parti e, prima del concerto, ho avuto occasione di fare due chiacchiere con il chitarrista e principale autore della band, Yossi Sassi. Yossi mi ha raccontato il retroscena della nascita di un concept album complesso, e a metterci la ciliegina sulla torta, negli ultimi minuti dell’intervista, ci ha pensato il cantante della band, Kobi Farhi.

RockLine/Rock Hard: Benvenuti in Slovenia, stavolta suonate da noi per la prima volta. Partiamo subito dal vostro nuovo album. È passato parecchio tempo tra l’uscita di Mabool e quella del nuovo The Never Ending Way of ORwarriOR. So che fin dall’inizio della vostra carriera vi prendete sempre un sacco di tempo per registrare un disco, ma come mai stavolta ci sono voluti ben cinque anni?
Yossi: In realtà le prime composizioni erano pronte già parecchio presto, subito dopo l’uscita di Mabool. Ma ci serve più tempo per costruire il concept e per far sì che tutto suoni come ce lo siamo immaginato. Quando iniziamo a pensare a un nuovo album, fin dall’inizio abbiamo in testa una visione di come dovrà suonare e apparire alla fine. Io personalmente sono uno che insegue i sogni. Come me lo immagino, così dev’essere nella realtà, e ci vuole un bel po’ per trovare la sensazione che volevi catturare. Io faccio sempre prima le composizioni e gli arrangiamenti, poi ci inserisco le varie orchestrazioni, i testi e gli effetti sonori, e questo può richiedere parecchio tempo.

RL/RH: Dopo il concept album sui tre figli come simbolo delle tre religioni abramitiche, Mabool, avete deciso che anche il nuovo disco sarebbe stato un concept. Non sono molte le band che hanno il coraggio o le capacità di registrare due concept album di fila. Prima di iniziare le registrazioni eravate in ansia all’idea che il nuovo concept potesse non scorrere così liscio come era riuscito a Mabool?
Yossi: No, non direi che fossimo nervosi. Certo, è sempre una sfida dover fare il successore di un disco così bello come Mabool, che è stato accolto benissimo dalla critica. La sfida, dopo una cosa del genere, è farne una ancora migliore. Ma questa sfida non ci ha spaventati. Quando abbiamo iniziato a preparare ORwarriOR non volevamo fare Mabool 2. È un album completamente diverso da Mabool. Oggi siamo persone diverse, siamo maturati e nel nuovo disco abbiamo messo un sacco di idee nuove. Credo che ogni nostro album stia in piedi da solo, e questo vale anche per ORwarriOR, che forse è ancora più ricco e più unico di tutti quelli che l’hanno preceduto.

RL/RH: In effetti hai già toccato la mia prossima domanda. Come metteresti a confronto ORwarriOR e Mabool?
Yossi: Come dicevo, il nuovo album sta in piedi da solo e non è per niente Mabool 2. Le differenze maggiori riguardano il modo di scrivere la musica. Su Mabool ho composto un sacco di roba al bouzouki, la chitarra greca, mentre su ORwarriOR ho usato più strumenti, soprattutto il chumbush, una chitarra turca senza tasti. Il bouzouki è usato molto di più, ci ho fatto pure degli assoli, e durante le registrazioni di ORwarriOR ho usato 16 chitarre diverse. A livello di produzione, per la prima volta abbiamo fatto entrare l’influenza di una terza persona: Steven Wilson (Porcupine Tree, Opeth, nota dell’autore) ha suonato le tastiere e si è occupato del mix. Penso che abbia dato un grosso contributo al suono del disco. Gran parte del merito se l’album suona così va proprio a lui, che ha aggiunto quel tocco finale all’esperienza musicale del disco.

RL/RH: Se non sbaglio la prima fase della produzione l’avete fatta da soli e Wilson si è unito solo più tardi?
Yossi: Esatto. Alla produzione dell’album ci abbiamo pensato noi, Steven è entrato nel processo nella fase del mixaggio. La musica l’aveva già sentita prima e gli piaceva, ma non è stato coinvolto più di così. Si è occupato soprattutto del suono, non tanto della musica in sé, a parte le tastiere.

RL/RH: Abbiamo già detto che la musica prima la senti in testa e poi la porti nella realtà. Ma in pratica come ti metti a scrivere, visto che è una musica piuttosto complessa? Hai in mente prima un riff o un testo? Registrate prima le parti metal e poi quelle folk…?
Yossi: La musica viene sempre prima dei testi. In sostanza compongo tutto su strumenti acustici come la chitarra classica, il bouzouki, il saz, il chumbush. Più tardi passo agli strumenti elettrici e ad arrangiamenti più progressivi. Il più delle volte compongo anche la batteria, con CueBase, e per lo più anche le linee di basso. Alla fine decidiamo tutti insieme cosa resta e cosa no. Poi iniziamo a suonare i pezzi insieme, e così vivono una loro evoluzione. Suonando insieme vediamo quali parti hanno bisogno di ulteriori ritocchi. In pratica è un puzzle: all’inizio non sappiamo ancora con precisione cosa verrà fuori alla fine. Per chiudere, uniamo le parole alla musica.

RL/RH: Il concept di ORwarriOR è piuttosto complesso. È stato difficile far combaciare i testi con la musica? Perché su ORwarriOR questo insieme funziona alla grande.
Yossi: Non è stato particolarmente difficile, ed è stato sicuramente molto più facile perché del concept avevamo parlato già proprio all’inizio. Anche se la musica la scrivo prima dei testi, cerco di scriverla con l’idea del concept ben presente. Se so che una parte della storia è triste o arrabbiata, provo a scrivere la musica di conseguenza. Così il concept lo porto nella musica già in una fase molto precoce. A volte cambiamo i testi per farli aderire alla musica, o viceversa. Come dicevo, è un puzzle che aggiustiamo man mano.

RL/RH: Su ORwarriOR ci sono alcuni dei pezzi più aggressivi della carriera degli Orphaned Land, come Codeword: Uprising, e alcuni dei brani più lenti e malinconici, ma anche pezzi saltellanti come Sapari, la vostra interpretazione di un canto tradizionale yemenita.
Yossi: Sì, esatto. Anche la terza traccia del disco, Bereft in the Abyss, è acustica, lenta e senza batteria…

RL/RH: Visto che siamo su questo pezzo: a tratti mi ricorda tantissimo l’album acustico degli Opeth, Damnation. Forse proprio per via di Steven Wilson.
Yossi: Può darsi, anche se Steven nella scrittura della musica non ha avuto alcuna influenza.

RL/RH: Nei vostri testi parlate di pace, amore e armonia. Parlare di religione in questo modo nel metal è quasi un tabù. Avete mai avuto paura che la reazione dei fan fosse negativa?
Yossi: Il nostro obiettivo è dimostrare che la musica è un linguaggio universale. Lo sanno tutti, mica l’abbiamo inventato noi Orphaned Land. Cerchiamo di usare la musica per trasmettere il concetto di unificazione: tutto è uno. Siamo tutti solo esseri umani e non importa se credi in Dio, in Allah, nella Santa Trinità, in te stesso o in niente. Non c’è motivo per cui qualcuno debba odiare il prossimo solo perché ha un’opinione o una fede diversa. Cerchiamo di unire le persone così. Rispettiamo tutte le religioni, nei testi non prendiamo una posizione forte su questa o quella. Siccome la musica è un linguaggio universale, ci aiuta a far arrivare questo messaggio all’ascoltatore finale, soprattutto nel metal, anche se questi temi sono tabù. Però non siamo assolutamente una band “white” metal e non siamo una band di metal religioso. La maggior parte di noi nella band non è nemmeno credente, ma crediamo che il metal sia una musica perfetta per trasmettere messaggi. Non importa di che tipo.

RL/RH: Avete deciso di mettere un messaggio così nella vostra musica per via della situazione che c’è adesso in Medio Oriente, soprattutto in Israele?
Yossi: Già quando abbiamo iniziato a scrivere il nostro primo materiale… siamo insieme da 20 anni… già sul primo album, Sahara, parlavamo dell’odio tra musulmani e cristiani, cristiani ed ebrei. L’unica cosa cambiata in tutti questi anni è che siamo ancora più concentrati su quello che vogliamo dire. Ma lo stesso messaggio lo portiamo avanti fin dai primi anni Novanta.

RL/RH: Siete stati una delle prime band a unire la musica folk tradizionale del Medio Oriente con il metal, e poi sono nati parecchi gruppi che suonano in questo modo. Melechesh e Nile sono solo due di questi. Penso che in futuro nasceranno ancora più band simili, perché per noi occidentali questa musica è interessante già solo per l’uso di scale diverse e cose del genere.
Yossi: Noi Orphaned Land suoniamo questa musica dal 1991. Comunque penso sia fantastico che spuntino sempre più gruppi così, siamo orgogliosi di essere i pionieri di questo genere. È bello vedere che gruppi del genere esistono in tutto il mondo, in Europa, in Medio Oriente, in Canada, qualcuno perfino negli USA. Quasi ogni settimana sento parlare di un nuovo gruppo che suona “middle-eastern metal”.

RL/RH: Probabilmente in futuro questo genere continuerà a espandersi e a svilupparsi, visto che, dopotutto, è ancora piuttosto inesplorato e poco sfruttato.
Yossi: Sono d’accordo, e di spazio ce n’è sicuramente per tante altre band.

RL/RH: Il concept del nuovo album parla dell'”ORwarrior”, il guerriero della luce, e penso che proprio per questo tocchi ogni singola persona. Per qualcuno l’ORwarrior può essere Dio, per un altro Neo di Matrix (risate). Come spiegheresti questo concept con parole tue?
Yossi: L’ORwarrior può essere chiunque, puoi essere tu, ma penso che sia ogni uomo e ogni donna che vive la propria vita e fa quello che ama. E lo fa senza fare del male agli altri e senza che gli altri ne facciano a lui. La maggior parte delle persone è così. Se vuoi vivere una vita semplice, fare il musicista o il giornalista come te, devi impegnarti per riuscirci. Ironia della sorte, nella vita le cose più facili di solito sono le più difficili. Questo è il succo della storia del guerriero della luce: è la storia di ogni individuo, che ha i suoi alti e bassi. Anche la vita va a onde, a volte è bella, a volte è dura. Il disco ti porta attraverso i vari periodi della vita del guerriero della luce, fino alla vetta, che rappresenta l’eterna lotta tra bene e male, dove ognuno deve scegliere se restare fedele a se stesso e ai propri principi oppure no.

RL/RH: ORwarriOR è un disco piuttosto lungo, che nel mondo pazzo di oggi è già difficile ascoltare in pace e tutto d’un fiato. A me è riuscito qualche volta e quell’ora è volata in modo incredibile. Il vostro obiettivo era in qualche modo costringere l’ascoltatore a sedersi e ascoltare il disco per intero?
Yossi: L’album dura esattamente 78 minuti e 32 secondi (risate). In origine il materiale era anche più lungo, alla fine siamo stati limitati dalla capienza del CD (risate). Un po’ di roba abbiamo dovuto addirittura accorciarla. Quando prima mi hai chiesto come mai ci è voluto così tanto per registrare questo album, il motivo principale è sicuramente che siamo dei grandi perfezionisti: volevamo che il risultato fosse come ce lo eravamo immaginato. Non abbiamo accettato compromessi e se l’album è lungo è perché l’abbiamo voluto così.

RL/RH: Già Mabool ha rappresentato per voi una grande svolta, e con il nuovo album state diventando ancora più conosciuti nel mondo, e a questo di sicuro ha contribuito molto anche la vostra apparizione nel documentario di Sam Dunn, Global Metal. Come vedete gli Orphaned Land nel futuro?
Yossi: Il futuro per noi è molto pieno (risate). Il 2010 è stato un anno fantastico per la band: dopo l’uscita dell’album abbiamo suonato in tutto il mondo, su più continenti abbiamo fatto più di 80 concerti. Siamo stati in vari tour europei e due americani. Abbiamo suonato nella maggior parte dei grandi festival metal europei: Wacken, Brutal Assault… Quando finiamo il tour con gli Amorphis torniamo a Tel Aviv, dove registreremo il nostro primo DVD, che segnerà il ventesimo anniversario della nostra attività. Al concerto che registreremo ci saranno diversi ospiti, tra gli altri anche Steven Wilson e Greg Mackintosh dei Paradise Lost. Dopo ci aspetta un piccolo tour in Turchia e, per il 2011, già qualche concerto confermato.

A questo punto nella stanza è entrato il cantante della band, Kobi Farhi, che si è scusato per il ritardo, ha ascoltato la nostra conversazione e ha aspettato che arrivasse anche il suo turno (nota dell’autore)

RL/RH: Per il bonus CD del nuovo album avete registrato un brano interessante, Esterabim, con un cantante turco, che spicca parecchio rispetto agli altri pezzi.
Yossi: Sì, eheh. Come hai detto, quel pezzo è una bonus track e non è pensato come parte dell’album. È una cover che abbiamo riarrangiato a modo nostro, mentre l’originale è del padrino del rock turco, Erkin Koray. È stato così gentile da offrirsi di cantare il pezzo insieme a Kobi. Abbiamo deciso di registrarlo perché lo suoniamo spesso ai nostri concerti in Turchia ed è una specie di “hommage” ai nostri fan turchi.

RL/RH: Una domanda sulle voci per te, Kobi. Nell’album usi diverse tecniche vocali, dal growl al sussurro, al canto corale, fino alle voci pulite. Inoltre canti in più lingue, per la prima volta anche in arabo.
Kobi: La prima volta in assoluto no, però è vero che è il testo più lungo e più difficile che abbia cantato finora in arabo. Per cantare il pezzo nel modo giusto, con l’accentuazione corretta e tutte le enfasi, ho fatto un sacco di take e ci ho messo tantissimo impegno. L’arabo è stato una grande sfida e sono contento che anche gli arabi mi abbiano detto che ho cantato molto bene (risate).

RL/RH: Purtroppo siamo arrivati all’ultima domanda, vi ringrazio per l’intervista e vi auguro un concerto fantastico. Proprio alla fine dell’album ti aspetta un messaggio forte, “Evolve thy self, and lose all hate/So a heaven you may create”, che io vedo come un messaggio per ogni individuo a creare il proprio paradiso, il proprio ideale. Come trasmettereste questo messaggio ai vostri fan sloveni?
Kobi: Se lo chiedi a me, è esattamente come l’hai visto tu: un’interpretazione perfettamente giusta. Veniamo da un posto di conflitti e se ti crei il tuo paradiso e lasci perdere l’odio, è come posare la prima pietra di un palazzo in cui non c’è odio. Alla gente volevamo dire proprio quello che hai capito tu.

Foto: Nina Grad

L’intervista è nata dalla collaborazione tra Rock Hard Slovenija e RockLine.

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