Come i Cynic portano semplici forme di carbonio a un nuovo livello di consapevolezza (2012)
Autore: Rok Klemše
Luogo: Gala hala, Lubiana
Data del concerto: 10.12.2011
Spettatori: 350
Negli ultimi due-tre anni in Slovenia abbiamo ospitato due terzi della sacra trinità del death metal progressivo: gli Atheist (nell’agosto 2009 al Paranoid Open Air) e, appena due mesi dopo, i giganti olandesi Pestilence. Una cosa che fino a pochi anni fa era impensabile è diventata realtà. Nel trend generale delle reunion e dei ritorni di fiamma, sono tornati in pista anche i leggendari metallari progressivi Cynic, che nel 1993 pubblicarono la bibbia del metal progressivo, il cult Focus, un disco incredibilmente avanti per i suoi tempi. A 15 anni dall’uscita la formazione si è rimessa insieme, ha sfornato il fantastico album del “ritorno” Traced in Air e, prima della fine dell’anno scorso, anche l’EP Carbon-Based Anatomy, che ha portato in questo tour, finalmente con una data anche a Lubiana.
Sul palco della Gala hala sono saliti per primi gli inglesi Chimp Spanner dell’Essex, che fino a un anno fa esistevano ancora solo come progetto “bedroom” del chitarrista Paul Ortiz. La sua virtuosità alla chitarra e il suo fiuto per brani strumentali vari e dinamicissimi non sono passati inosservati: dopo l’uscita del debutto, Ortiz è stato messo sotto contratto dalla Basick Records, con cui ha pubblicato l’album At the Dream’s Edge, e quest’anno aspettiamo anche l’uscita dell’EP All Roads Lead Here. Nel frattempo Ortiz, per fortuna, ha spalancato le porte del suo salotto, ha messo insieme una squadra di musicisti rodati e ha iniziato a preparare i live. E la grande ascia a otto corde gli è finita nel miele quando un vicino di casa, tra l’altro booking agent, l’ha invitato ad aprire per i Cynic in un tour europeo. Come fai a dire di no a un’offerta del genere? Prima di far salire il pubblico sul trenino della morte, Ortiz ha detto solo che i Chimp Spanner vengono dall’Inghilterra e suonano metal strumentale, poi per tre quarti d’ora è stata la loro musica a parlare da sola. E, nonostante la complessità musicale, il linguaggio dei Chimp Spanner suonava del tutto familiare, comprensibile e caldo. Come se i ragazzi, prima di iniziare, avessero infilato a tutti i presenti in un orecchio il pesce Babele della Guida galattica per gli autostoppisti. I Chimp Spanner costruiscono il proprio linguaggio musicale soprattutto attorno al poliedrico Ortiz, che si serve di tecniche chitarristiche di ogni tipo per comporre mondi emozionanti, pieni di placide ondulazioni da una parte e di brutali terremoti dall’altra. La band nuota soprattutto nelle acque del metal progressivo, dipinto da uno show tecnicamente strabiliante, pieno di riff spezzati, passaggi complessi, un batterista bestiale e ogni tanto qualche brutale riff “djent”. Durante gli assoli ambient di Ortiz, i Chimp Spanner ti ricordano facilmente Holdsworth e i suoi assoli atonali un po’ fuori di testa, e un attimo dopo, con i profondi accordi tellurici delle chitarre a sette e otto corde, band come Meshuggah e Tesseract. La buona risposta del pubblico ha dipinto sorrisi larghi sulle facce dei Chimp Spanner per tutto il set, e con questa esibizione di debutto da noi (e spero non l’ultima) i ragazzi hanno fatto in modo che le chiavi inglesi per scimpanzé non finiscano tanto presto nel dimenticatoio.
Poi, finalmente, abbiamo avuto anche da noi l’ultimo terzo della grande trinità del (death) metal progressivo: i Cynic. Questa formazione leggendaria, per cominciare, ci ha avvolti in una fitta nebbia di mondo spirituale e primordiale, simboleggiata dall’intro del nuovo EP Carbon-Based Anatomy. Con l’introduzione sciamanica Amidst the Coals i Cynic ci hanno abbracciati e per un’ora e mezza ci hanno spediti in un mondo di sfere eteree sconosciute, che però presentano in un modo comprensibile e in qualche modo familiare all’uomo che non ha ancora raggiunto il livello successivo di evoluzione. A questo ha contribuito eccome un suono fantastico, così buono che dimenticavi senza sforzo di essere a un concerto dal vivo e ti sembrava di stare in una stanza chiusa, intima, con le cuffie in testa e il disco nel lettore. I Cynic hanno creato senza fatica un’atmosfera di unità totale, perché la musica, i suoi protagonisti sul palco e il pubblico energico ma educato sotto il palco si sono fusi in un unico grande insieme. Il geniale Paul Masvidal, con il tocco delicato della sua voce sensuale e transitoria e con un virtuosismo chitarristico da urlo, ci ha portati dalla sorgente del Rio delle Amazzoni con Focus davanti agli occhi, attraverso Traced in Air, fino all’infinito cosmo del nulla e del tutto. I Cynic hanno intrecciato in modo geniale brani indimenticabili del disco cult Focus e del suo successore Traced In Air, dimostrando ancora una volta che gli immortali classici Celestial Voyage, How Could I? e Veil of Maya, ancora oggi, a 15 anni dall’uscita di Focus, suonano progressivi e audacemente sperimentali, senza limiti musicali in testa. Con Carbon-Based Anatomy Masvidal ha fatto un evidente passo avanti a livello vocale: la sua voce delicata e sensuale è più pulita e più convincente di prima, non si affida più all’effetto robotico, che ormai resta solo nei pezzi di Focus e, in misura minore, di Traced in Air. La chitarra, invece, è sempre geniale e appartiene solo all’universo dei Cynic, in cui vive soprattutto Paul, che si abbandona completamente al flusso della musica mentre suona linee e riff geniali, tecnicamente perfetti, e assoli virtuosi, ognuno dei quali è una storia a sé. Un po’ meno convincente è stato il nuovo chitarrista/urlatore Max Phelps, che ha sostituito l’ottimo Tymon Kruidenier: è sembrato un po’ timido e del tutto statico, ma d’altronde al suo primo tour con i Cynic doveva suonare linee tecnicamente difficilissime, e già solo per questo il ragazzo probabilmente non era del tutto rilassato. Ancora una volta, però, ha dimostrato la sua maestria Sein Reinert, che con il suo drumming sposta le montagne. Reinert è senza dubbio uno dei batteristi più innovativi al mondo: non si affida ai classici passaggi death metal, ma nel suo drumming unico si avvicina molto di più ai ritmi tribali e a tecniche varie e impressionanti. Le proiezioni, efficaci, si sono sposate alla perfezione con l’immagine dei Cynic durante tutto il concerto: sopra una base musicale geniale ti ritrovavi di colpo a galleggiare altrove, ma purtroppo la magia è finita troppo presto. Purtroppo Paul e compagni non ci hanno concesso il bis che il pubblico avrebbe senza dubbio meritato, ma evidentemente le forze cosmiche hanno fatto capire a Masvidal che stavolta non era ancora il momento.
Ciononostante i Cynic sono un’esperienza live che va oltre il semplice fatto musicale ed è anche il momento per l’autoriflessione, il momento in cui ti togli di dosso tutto il bagaglio emotivo e ti lasci andare al flusso dei pensieri, al flusso della musica, che ti si infrange addosso come onde infinite. Quando i Cynic scendono dal palco, dentro di te resta un senso di pienezza e di appagamento, come se avessi appena passato un’ora in una stanza con un essere che respira e vive solo per riempirti di un’energia incomprensibile, magica, ultraterrena. Quell’essere sono i Cynic!
Foto: Nina Grad
Scaletta
CYNIC: 1. Hieroglyph/Amidst The Coals 2. Carbon-Based Anatomy 3. Evolutionary Sleeper 4. How Could I 5. Adam’s Murmur 6. Celestial Voyage 7. Elves Beam Out 8. King of Those Who Know 9. Veil of Maya 10. Wheels Within Wheels 11. Integral Birth 12. Box Up My Bones 13. The Space for This
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