Contact

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Artista: 7for4
Etichetta: 57 Records
Uscita: 2001
Voto: 4.5/5

7for4 è sicuramente un nome che non senti né leggi tutti i giorni. Anzi, i ragazzi non si sono fatti notare nemmeno nella loro Germania natale, il che forse non sorprende poi così tanto, visto che si tratta di un genere parecchio poco commerciale; se proprio dobbiamo piazzarli da qualche parte, l’album lo metteremmo nella collezione di casa sotto la voce jazz fusion. Solo che questa etichetta, jazz fusion, è quanto mai vaga quando si parla di 7for4 (il nome deriva dall’omonima definizione per i brani che contengono elementi di più generi, cioè una 7 for 4 composition), perché i musicisti non si fermano da nessuna parte e per nessuno – che si tratti di funk, jazz, metal, country o musica latina, trovano ispirazione in tutto e usano stili diversi nel loro lavoro.

Il loro debutto del 2001, Contact, è stato senza dubbio qualcosa di nuovo, di fresco in Germania, dove di gruppi davvero eccellenti in questo genere ce ne sono pochini. La band è finita sotto il tiro dei pregiudizi, come se fosse solo un’altra band krautrock – perché in Germania lo è ogni secondo gruppo prog rock – e la convinzione era ancora più forte visto che il chitarrista, Wolfgang Zenk, è un ex membro della band tedesca krautrock/progressive metal Sieges Even. I 7for4 hanno mostrato e dimostrato a critici e scettici della prima ora l’esatto contrario: che non sono solo diversi, ma che nella loro diversità sono anche bravi, ottimi, fenomenali. Sono stati subito bollati come un must-hear per ogni fan del jazz fusion, per ogni amante del rock progressivo e del metal, tra i quali il “disco” si è anche piazzato stabilmente; una rivoluzione tra chi ascolta altri generi, purtroppo, non l’ha fatta.

Contact ti si infila subito sotto la pelle e ci resta a lungo – ogni brano porta qualcosa di nuovo. X-Dreams, per dire, è un super intro all’album, lo annuncia come si deve – soprattutto con la leggera melodia iniziale spicca Markus Grützner con il suo basso elettrico senza tasti (fretless), che si sviluppa in fretta in molto di più. Soprattutto quando entrano Markus Froschmeier con le tastiere e Wolfgang Zenk con la chitarra elettrica. Il batterista Klaus Engl pesca una combinazione ambient di piatti e tamburi. Il pezzo comincia a toccare il suo apice quando Zenk passa a una leggera distorsione. È lì che esce fuori tutta la sua virtuosità e arriva la risposta alla domanda sul perché sia uno dei chitarristi tedeschi più apprezzati. Il ritmo lo rinforzano anche Froschmeier con un suono psichedelico ed Engl con un drumming più veloce e più potente. Il ritmo ondeggia parecchio: da una melodia jazz lenta e sognante a riff metal velocissimi. Buona parte del brano si svolge a furia di giocare così, finché si chiude dove era cominciato – con il basso fretless di Markus Grützner. Un pezzo incredibilmente emozionante, che ci fa chiedere cos’altro possano ancora offrirci i tedeschi; per nostra gioia la risposta arriva subito.

Segue Tokamak, che cambia completamente l’atmosfera; si parte con i suoni psichedelici della voce di Zenk, a cui segue un attacco fragoroso in cui si fanno sentire proprio tutti gli strumenti. Ci accorgiamo subito delle “radici” metal di Zenk: batteria potente, chitarra distorta suonata con virtuosismo, basso tagliente e bassi profondi delle tastiere che, dopo l’attacco secco, passano a una specie di giochino alla wah-wah; che non dura molto, perché sulla scena ritorna Zenk con scale a razzo e poi con riff diversi. Chitarra e tastiere si fanno il verso a vicenda, e verso la fine, tra cambi di ritmo, il brano è guidato dai fantastici Zenk e Froschmeier. Stavolta a chiudere la composizione è Engl, con la sua batteria complicata.

La Provence, proprio come X-Dreams, parte sognante, con Engl che accarezza appena i piatti e Froschmeier che pigia accordi maggiori sulle tastiere, a cui più tardi si aggiunge anche Zenk con una melodia lenta che ci costringe quasi a chiudere gli occhi. A tratti ogni musicista suona la sua parte un filo più forte e più veloce, per far uscire la componente rock/metal, ma il pezzo più o meno offre quello che è scritto, solo in un contesto un po’ più rumoroso e veloce, dove Zenk e il suo lato metal trovano il loro spazio. Curioso come il basso a cinque corde di Grützner non lo sentiamo fino alla fine, quando gli viene dedicato un minuto intero. Qui saltano fuori le sue esperienze in tantissime band jazz fusion, accompagnato dallo sfogo pazzesco di Froschmeier sulle tastiere. Il brano finisce con i due che smorzano il momento.

E-Gyptian è un’altra piacevole sorpresa dei diversi per natura tedeschi; stavolta nell’intro Zenk imbraccia la chitarra classica e ci fa vedere che nemmeno i passaggi latini gli sono sconosciuti. Si sente subito che è un lavoro curato in produzione, tanto che il brano è fatto di più strati, con due chitarre sovraincise – si alternano infatti chitarra classica e chitarra elettrica (Zenk suona le stesse linee prima con il suono spagnoleggiante della classica e poi con la distorsione discreta dell’elettrica). Il pezzo si sviluppa in modo simile, i due Markus e Klaus suonano pattern piuttosto ripetitivi e raramente vengono in primo piano, ovvero solo quando la chitarra è completamente zittita. Con i suoi inserti latini ben ideati, Zenk chiude anche questo loro classico approccio “7 for 4” alla musica.

Esattamente a metà, nel punto più alto, ci aspetta Highlands, a cui è dato tutto ciò che spetta al centro, a questo apice assoluto e senza confini: proprio qui ogni membro  ha espresso tutta la sua genialità, si è fuso in uno con lo strumento e ci ha dipinto un paesaggio di alte colline, boschi verdi, azzurra serenità del cielo. Se prima Zenk si era magari nascosto dietro la deformazione del suono distorto, qui rinuncia quasi del tutto all’elettronica artificiale e si abbandona alla voce naturale della chitarra. È il loro pezzo, quello in cui hanno lasciato un pezzetto di sé, in cui abita lo spirito di ogni musicista, dove è catturato un momento irripetibile di genialità. Continuare a raccontare il brano a parole sarebbe un torto alla musica stessa.

Rushian ci rifila di nuovo l’intro sognante di Zenk con la chitarra classica, che ben presto si trasforma in un pezzo stilisticamente tipico del progressive metal, si colgono anche alcuni elementi space rock – il merito più grosso è ovviamente di Froschmeier – finché il brano si calma e torna al “chitarreggiare” classico iniziale dell’omonimo di Mozart. Subito dopo si sceglie un approccio un po’ più jazzistico, ma solo per poco, perché sulla scena torna il metallaro Zenk. Il suono spacy, che qui è una novità, chiude anche l’assolo di Zenk.

Dopo tutti questi generi consumati, i ragazzi non si sono ancora esauriti – stavolta il pezzo, intitolato Rockalaxy, parte in modo marcatamente blues-rock, e Zenk mostra di nuovo le sue capacità senza confini. Ma questo approccio rock’n’roll si trasforma presto in un’epica fusione di strumenti e nell’assolo virtuoso dell’ex Sieges Even, come ormai è successo spesso in questo album. A metà il brano scivola in acque più calme, dove ovviamente non resta a lungo: il ritmo si rinforza e il volume sale; si sentono i primi germi di ripetizione, come se avessimo già sentito questa roba da qualche parte. Alla fine ci danno un po’ più spazio Engl e Froschmeier, visto che dopo tanto tempo la chitarra non è la più forte; è lei però a chiudere comunque il pezzo.

Proprio quando ti comincia a rodere quel dubbio che andrà tutto in discesa, cioè verso la ripetizione delle cose precedenti, senti una voce. Al microfono sale Greg Keller, che aveva collaborato con Zenk nei Sieges Even. Si vede che i 7for4 sanno suonare anche lasciando spazio a un cantante, che canta alla grande la sua parte (la voce mi sembra incredibilmente “alla King Crimson”, nello stile di Greg Lake), purtroppo (o per fortuna?) la chitarra ha di nuovo un approccio progressive metal, ma l’atmosfera creata è molto più cupa di prima.

L’album si chiude da favola, con il nono brano. I ragazzi finiscono in modo piuttosto rock, di nuovo passano da un volume all’altro, dalla camminata alla corsa. Le tastiere spacy compaiono per gran parte del pezzo, mentre la chitarra stavolta, dopo tanto tempo, non punta al metal, e tornano in primo piano anche il basso e il groove di Grützner. Sentiamo lo spazio e lo scopo di Subspace, come si chiama il finale del disco, è raggiunto.

Già dalle descrizioni ci è chiaro che sotto i riflettori c’è soprattutto Zenk, cosa abbastanza logica quando scopriamo che è stato proprio lui a scrivere tutti i brani. Le fondamenta poggiano quindi su di lui, e un po’ è un peccato, perché lasciando più spazio a Grützner (che nei momenti in cui ha davvero la possibilità di manovrare si fa notare alla grande) e a Engl (batterista diplomato con una lunga esperienza) il disco forse non  suonerebbe un filo ripetitivo, e lo si potrebbe colorare ancora di più di jazz fusion, che è proprio ciò che l’album urla a gran voce.

Con questo debutto difficilmente superabile i 7for4 hanno alzato parecchio le aspettative per il futuro e nella loro natia Monaco di Baviera sono saltati fuori nuovi scettici, convinti che i ragazzi abbiano già mostrato tutto. Nonostante ciò il disco si può ascoltare più volte, lo si prende in mano volentieri in qualsiasi momento e non c’è verso che non si trovi un brano per ognuno. Con ascolti ripetuti e più attenti si scovano un sacco di elementi musicali che non fanno che confermare il talento (se così si può dire, visto che i musicisti hanno esperienza e almeno in Germania sono riconosciuti come eccellenti). Come si diceva subito dopo l’uscita, l’album è un ascolto obbligato per ogni buongustaio della musica, e consigliato soprattutto a chi di voi si è già goduto i suoni fusion dei Liquid Tension Experiment e dei Liquid Trio Experiment.

Formazione

Wolfgang Zenk – chitarra
Markus Grützner – basso
Klaus Engl – batteria
Markus Froschmeier – tastiere

Tracklist

1. X-Dreams
2. Tokamak
3. La Provence
4. E-Gyptian
5. Highlands
6. Rushian
7. Rockalaxy
8. Catking
9. Subspace Distortion

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