Counterparts

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Artista: Rush
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1993
Durata: 54:12
Voto: 5/5

I Rush, dopo aver riportato la loro astronave interstellare verso suoni più naturali, in buona parte già plasmati da “Presto” (1989) e “Roll The Bones” (1991), con “Counterparts” hanno piantato una piattaforma solida per il suono che in fondo propongono ancora oggi nei dischi in studio. Diciamocelo chiaro: dopo “Counterparts” ne sono usciti solo altri tre fino al 2008, e anche se tra l’uno e l’altro ci sono pause più lunghe, non offrono più salti rivoluzionari di stile e di suono rispetto a quanto facevano i dischi della band negli anni Settanta e Ottanta. Curioso che in studio torni a lavorare con loro il produttore Peter Collins, artefice del suono “odiato” di “Power Windows” (1985) e “Hold Your Fire” (1987). Ti tremano già i pantaloni?

“Counterparts” è la bibbia dei Rush sul sesso. Se sai come funzionano vite e dado sulla copertina, dialogare con il disco non ti darà grossi grattacapi. In tutti i brani, direttamente o indirettamente, il paroliere Neil Peart (con una astuzia sofisticata e criptica) tocca le guerre tra uomini e donne, i princìpi della coesistenza reciproca, i piaceri e le sofferenze di questo sopportarsi a vicenda. Ci svela la formula della pazienza e della convivenza tra esseri della stessa specie che si distinguono solo per la forma di un cromosoma. Quando senti il verso di Animate “Man must learn to gently dominate” ti scuote, se ripensi al matriarcato sloveno e al dominio delle donne. Noi Janez siamo davvero dei rammolliti, oppure le donne in Slovenia sono più uomini degli uomini stessi e hanno scordato come si vive il principio femminile!?!? Piccola parentesi, ma  dietro queste frasi un po’ troppo sincere, al limite del copione di prima categoria per qualche burlesque, si aprono panorami su come i messaggi di questo album possano stimolare la fantasia dell’ascoltatore, che inizia a infilare associazioni di ogni tipo, magari trova pure la risposta a qualche enigma che lo rodeva da anni e magari abbandona la terapia a base di viagra. Eccome. “Counterparts ” può in molti sensi far salire anche il tasso di natalità, o, d’altro canto, far vendere meglio gli articoli legati in qualche modo alla contraccezione. Incredibile.

Passiamo alla musica? Va bene. “Counterparts” è un disco che si distingue per l’omogeneità di qualità ed espressività della maggior parte del materiale. Ciononostante non è difficile isolare tra tutti i brani tre che spiccano per qualità, e davanti a questo fatto è difficile chiudere gli occhi.

Il primo è l’opener Animate, che colpisce con una melodia di base bizzarramente semplice, guidata dal crepitio marcato di chitarra, basso e dall’esplosivo schiocco del rullante! Lo scenario sonoro, costruito sui riff, abbraccia saldamente l’approccio vocale standard di Lee dai tempi di “Hemispheres”. Suono rock carico, tempo medio-veloce, effetto drammatico innegabile e un’ottima distribuzione della calibrazione (zero) degli elementi base della musica dei Rush.

Il secondo picco del disco è catturato nella semi-ballad Nobody’s Hero, dove i versi si intrecciano in modo geniale e commovente attraverso due storie! La prima parla di un uomo omosessuale, vittima del proprio essere unico che lo separa dai conformismi. La seconda racconta di una ragazza che vende il proprio corpo per lo stesso identico motivo: il sacrificio del proprio essere. Entrambi sono “eroi”  nel senso del sacrificio in nome della ricerca di una banale e nuda protezione della propria esistenza, incompresa e perseguitata dalla massa. La rovina è inevitabile. Questi versi di inevitabile autodistruzione, gli armageddon personali di due persone, sono magnificati dalla voce sensibile di Lee e dall’abbraccio solenne delle tastiere (con il suono di un’orchestra d’archi), spinte del tutto sullo sfondo ma giuste per stuzzicare e attizzare il momento di malinconia. La vibrazione delicata di questo brano “profondo” è tessuta, oltre che dal Lee diabolicamente immedesimato alla voce, anche dal suono  del tutto naturale del semplice arpeggio acustico di Lifeson. Motivi guida potenti, straordinario legame comunicativo tra ritornello e pre-ritornello. In pratica un brano che appartiene al livello qualitativo più alto del catalogo dei Rush.

Il terzo momento del disco che spicca è lo strumentale Leave That Thing Alone. Il brano è costruito in modo tale che, vista l’assenza di assoli, si direbbe che l’idea originale della band fosse di legarci una parte vocale. Ancora una volta i motivi di chitarra guida sono messi in risalto alla grande, ma il fascino maggiore del brano sta di nuovo nella comunicazione dinamica, scatenata e brillante della sezione ritmica Lee – Peart. Quest’ultimo rafforza l’impatto ritmico dei brani con un uso eccezionale di percussioni aggiuntive collegate all’elettricità. Il brano è una navigazione fluida, che dimostra ancora una volta l’ottima sintonia del trio in studio, quella che nasce da una lunga conoscenza e da trilioni di chilometri percorsi insieme suonando (dal vivo).  

Tutti e tre i brani descritti, strutturati in modo molto diverso tra loro, presentano con grande semplicità la forza dell’artismo espressivo dei Rush. Nello stesso respiro uniscono la raffinatezza nel mettere in luce momenti sofisticati (Nobody’s Hero), l’atteggiamento rock agile (Animate) e l’inesauribilità delle fonti da cui la band attinge ispirazione creativa dai propri pori (il passaggio libero, con un pizzico di spontaneità dei motivi, nel brano Leave That Thing Alone). Una band a cui il grande talento dell’espressionismo musicale è stato messo nella culla.   

Stick it Out e Cut to the Chase sono brani che nel proseguo ti fanno felice con l’atteggiamento rock più diretto, riscoperto e messo di nuovo in primo piano dalla band. Neanche Between Sun And Moon, che incanta con la bipolarità dei versi sul principio maschile-femminile, oltre che con la disgiunzione affilata e magnificata ma al tempo stesso unica nel suo senso tra pre-ritornello e ritornello potente, o ancora con la ricerca quasi frenetica e rovente di una realizzazione interiore attraverso la dipendenza sessuale di entrambi i sessi in Alien Shore, ti deludono in questo. I Rush infilano con grande felicità brani pieni di espressività ma al tempo stesso estremamente vari nel mettere in risalto i motivi guida. Parità e dinamica sono pienamente soddisfatte anche su “Counterparts”.

Se continuiamo su questa linea, Double Agent è letteralmente sconvolgente nella sua verità, nella ricerca della dualità, dell’interiorità spaccata dell’individuo e del suo peso nel decidere quale strada prendere. Il senso vocale tagliente di Lee aggiunge ai brani un’ottima dose di psichedelia, che mette l’atmosfera cupa di “Counterparts” in un posto davvero speciale dell’intero catalogo dei Rush.  Cold Fire, che ancora una volta mostra la dentatura affilata in versione rock, nei versi gira intorno al tipico instaurarsi di un rapporto basato sul soddisfare con successo le aspettative tra uomo e donna, sulla base di acrobazie a letto.  Intanto Peart fa capire senza ambiguità quanto le donne siano creature complicate ed esigenti, e avverte del pericolo che una donna, concedendosi, possa ridurre un uomo a una marionetta, per poi, all’improvviso (“as a special bonus surprise”), presentargli pure il conto. Un gioco di parole astutissimo nei versi, che non smette di entusiasmare! Crudeli, queste nostre vedove nere, ma senza di loro non si può. Siamo semplicemente schiavi degli ormoni (Alien Shore)!

The Speed Of Love e la conclusiva Everyday Glory fanno da sfogo rock per l’album: spicca l’ottima comunicazione tra suoni acustici naturali e semiacustici e la voce sensibile di Lee, in una vibrazione rilassante piena di melodia.  Un ottimo smagnetizzarsi del disco!

La musica dei Rush ha subìto, dal 1993, anno in cui “Counterparts” ha visto la luce, fino al 2008 di “Snakes And Arrows”, pochissimi cambiamenti di stile. Al tempo stesso “Counterparts”, con il suo momento rock inequivocabilmente marcato, si allontana con decisione da “Roll the Bones” (1991) e “Presto” (1989). Le tastiere nel suono sono ormai ridotte al minimo e manterranno questa funzione anche in futuro (con l’eccezione di “Vapour Trails”, 2002). La componente art è così relegata in secondo piano su “Counterparts”. Sguazza nello strumentale Leave  That Thing Alone, nei passaggi più calmi, nelle parti centrali o introduttive di alcuni brani, dove i maestri del “jam” aggiungono a pizzichi una forte componente di virtuosismo strumentale, senza la quale la musica dei Rush è impensabile.

“Counterparts” è un album dei Rush speciale. È il loro “Libro del sesso”, nel cui senso il trio si è intesto alla grande, mettendo in fila uno dei suoi dischi più forti espressivamente dopo il 1989, se non addirittura il più forte. La carica rock messa in evidenza, che stavolta per la prima volta domina sulla presenza art, coincide con il bisogno di mettere in primo piano il messaggio soprattutto sessuologico del disco. Tutto in noi è chimica, che governa i nostri istinti, la fantasia, i sogni, l’irrazionale e il razionale. Dove trovare una posizione salda di sfida e indipendenza in mezzo a tutto questo? La catena di domande e risposte è infinita. Un album eccezionale, a cui vale la pena abbandonarsi del tutto. È per tutti, tranne ovviamente per i “Rush-odiatori” più rigidi!

Formazione

Geddy Lee – voce, basso, pedali del basso, sintetizzatori
Alex Lifeson – chitarra
Neil Peart – batteria, percussioni

MUSICISTA OSPITE:
John Webster – tastiere

Produzione

Peter Collins

Tracklist

1. Animate (6:03)
2. Stick It Out (4:30)
3. Cut To The Chase (4:48)
4. Nobody’s Hero (4:54)
5. Between Sun And Moon (4:37)
6. Alien Shore (5:45)
7. Speed Of Love (5:02)
8. Double Agent (4:51)
9. Leave That Thing Alone (4:05)
10. Cold Fire (4:26)
11. Everyday Glory (5:11)

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