Crashdiet: Rust
Etichetta: Frontiers Music Srl.
Data di uscita: 13.09.2019
Durata dell’album: 43.00 min
Produzione: Martin Sweet, Eric Bazilian (traccia n. 5) e Chris Laney (traccia n. 7)
Genere: Sleaze / Glam metal
Voto: 9.5 / 10
Sai che effetto fa quando ti metti ad ascoltare per la prima volta un album (ottimo) che ti spiazza e ti prende in contropiede, o ci arrivi senza la minima aspettativa? L’esplosione di sorpresa si riassume in una sola parola, che si chiude con tre o più punti esclamativi. Comincia con la «F», seguita da altre tre lettere… I nuovi Crashdiet! Sleaze metaller, rianimatori del glam metal da Stoccolma. Una band che ha come minimo nove vite, se non di più. «Rust» è il nuovo album, il primo dopo sei anni di pausa. In tutto il quinto disco, con il quarto cantante. Una band che probabilmente vivrà tutta la carriera all’ombra dell’indimenticabile «Rest in Sleaze» (2003) e dell’indimenticabile Dave Lepard, è sopravvissuta ancora una volta. Un altro naufragio, un altro armageddon, un’altra trasformazione.
Sembrava davvero la fine, o almeno ne aveva tutta l’aria, quando nel 2015 Simon Cruz se ne andò e Martin Sweet cominciò a dedicarsi al nuovo progetto The Sweet Creature e a dare una mano ai connazionali Sister come bassista. Forse è stato proprio il manager della band, Sven Morén, che a quanto pare non ha mai smesso di credere nel gruppo e che la formazione ringrazia in modo speciale nei ringraziamenti del booklet di Rust perché «tiene unita la band», il fattore principale per cui i Crashdiet sono risorti ancora una volta come una fenice dalle ceneri.
Diciamocelo: i Crashdiet non hanno mai fatto un brutto album. Forse «The Savage Playground», con le sue ambizioni, si è un filo bruciato per via della durata da maratona, visto che lo stile e il genere che guidano questa band fin dagli esordi non hanno bisogno di nessun «tirarla per le lunghe». Ascoltare quell’album diventava spesso molto faticoso proprio per la sua lunghezza, il che è una gran brutta rogna.
«Rust» è l’esatto opposto del predecessore. È pieno di ottime idee fresche, dritto al punto, va subito al sodo e ti trascina con una voracità ad alto numero di ottani per tutto il minutaggio, tenendo l’ascoltatore in uno stato di alta tensione. Non solo dura più di venti minuti in meno, ma sfoggia proprio quello che in silenzio volevamo tutti. La band ha dato una bella girata di vite alle chitarre in fase di produzione. Fino a oggi, infatti, i Crashdiet non avevano mai graffiato così. «Rust» è quindi molto metallizzato nella produzione. Inoltre i Crashdiet ci servono una serie di ritornelli ammalianti che si accendono uno dopo l’altro e che, nel passaggio strofa (pre-ritornello) – ritornello, regalano evidenti sbalzi d’umore: una grande virtù compositiva, soprattutto nel creare quell’effetto di pompa e bombast. La scaletta è estremamente rifinita e, senza falsa modestia, dico che parecchi di questi pezzi sarebbero diventati evergreen della prima generazione del glam metal, se la band fosse comparsa sulla mappa del rock nella seconda metà degli anni Ottanta.
Quello che c’è da invidiare a questa band è il suo focus promozionale, sempre curatissimo. Già nel 2017 il gruppo ha cominciato a «stuzzicare», non solo presentando il nuovo cantante Gabriel Keyes, ma anche con un singolo del tutto nuovo, «We Are the Legion», seguito prima dell’uscita di «Rust» da una raffica di altri, a intervalli ben calibrati. Tutti i singoli erano e sono semplicemente eccellenti, e i fan hanno così avuto un assaggio piuttosto chiaro del fatto che «Rust» sarebbe stato un gran colpo. Di conseguenza più della metà dell’album aveva già fatto presa sui fan, tanto che quando i Crashdiet sono partiti in tour all’inizio di ottobre 2019, il pubblico i nuovi pezzi li sapeva praticamente a memoria.
Ancora due parole su Gabriel Keyes. Fino a oggi senza dubbio il miglior vocalist dei Crashdiet in carriera dal punto di vista tecnico. È perfetto. Uccide su tutta la linea, domina con sicurezza anche negli acuti estremi, portandoci dentro la potenza dei registri medi. Le linee vocali le può dosare con la raucedine che vuole, dove serve, mentre per il resto domina con un approccio esplosivamente melodico. Speriamo che con l’arrivo di Keyes il quartetto si sia consolidato e che di cambi di formazione non ce ne siano più, perché con lui hanno evidentemente trovato la formula giusta, la chimica giusta, e su questa vale la pena puntare a testa bassa. Sopravvivere a quattro cambi di cantante in soli cinque album in studio è una grande arte e una virtù di un genere tutto suo. Che la band superi tutto questo, resista e vada avanti è già una questione di destino. Di norma situazioni così, soprattutto con un viavai frequente di cantanti, seppelliscono artisticamente una band. I Crashdiet sono quindi, in questo, una specie di fenomeno, e «Rust» riporta la band dritta in vetta e in prima linea nel movimento sleaze contemporaneo, come suo principale fiore all’occhiello. È il traguardo più maturo della carriera e una sorta di nuovo inizio. Un nuovo start. Con una ventata di aria fresca che la band ha preso nelle sue vele.
Oltre a singoli estremamente ammalianti e compositivamente vari, dal piglio sleaze / glam metal indistruttibile, con in testa la title track d’apertura, poi Idiots, la già citata We Are The Legion, Crazy, In the Maze e Reptile (che all’inizio parte con un attacco punk alla Motörhead), «Rust» ci consegna anche quattro «singoli ignorati», con in testa la velenosa Parasite, la particolarmente bombastica Into the Wild con un ritornello voracissimo e, in chiusura, le fenomenali Stop Weirding Me Out e il finale beffardo Filth & Flowers. In realtà l’unico brano di cui si potrebbe fare a meno è la più tranquilla ma cupa Waiting For Your Love, dove la band «gioca» con qualche aggiunta di campioni elettronici. Non è brutta, ma gli altri pezzi di «Rust» sono talmente migliori che questa diventa praticamente trascurabile.
Anche se è probabile che sui Crashdiet aleggi per sempre almeno una lieve ombra di «Rest In Sleaze», perché non sapremo mai cosa sarebbe successo alla band se Lepard non si fosse tolto la vita all’inizio di gennaio 2006, «Rust» è il lavoro con cui i Crashdiet sono tornati in scena trionfalmente, hanno scacciato tutti i demoni del passato e, con il nuovo album e Keyes in formazione, si sono resettati del tutto. Con un eccellente Keyes alla voce, coautore insieme a Sweet della maggior parte dei pezzi del nuovo album, questo quartetto deve (e lo sottolineo: deve) far felici i suoi fan ancora per molti anni. Hanno sempre avuto un potenziale straordinario. Speriamo che sia arrivato finalmente il momento in cui questo potenziale, dopo quasi due decenni di salite e discese burrascose, con la formazione ormai stabile, si affermi e si realizzi pienamente una volta per tutte.
autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
01. Rust
02. Into The Wild
03. Idiots
04. In The Maze
05. We Are The Legion
06. Crazy
07. Parasite
08. Waiting For Your Love
09. Reptile
10. Stop Weirding Me Out
11. Filth & Flowers
Formazione:
Gabriel Keyes – voce
Martin Sweet – chitarra
Peter London – basso
Eric Young – batteria
MUSICISTI OSPITI
Eric Bazilian – chitarra acustica nella traccia n. 5, sintetizzatori nella traccia n. 5, pianoforte nella traccia n. 8 e chitarra elettrica nella traccia n. 8
Johnny Gunn – voce di accompagnamento nella traccia n. 7
Conny Bloom – intro di chitarra nella traccia n. 10
