David Bowie (Space Oddity)

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Bowie, David
Etichetta: Philips Records
Uscita: 1969
Durata: 45:13
Voto: 3.5/5

Il secondo album solista di Bowie, omonimo, ripubblicato nel 1972 per il mercato internazionale con il titolo ormai più noto »Space Oddity«, è senza dubbio uno dei dischi più importanti della sua carriera musicale incredibilmente ricca. Lo ha catapultato da artista quasi di strada, provinciale e londinese, tra i nomi britannici più promettenti di fine anni Sessanta, anche se allo status di star e al grande successo commerciale mancavano ancora un bel po’ di anni. Grazie alla leggendaria title track, ispirata al film di Stanley Kubrick ‘2001: Odissea nello spazio’ e trasmessa dalle tv inglesi durante il primo allunaggio, David ha incassato il suo primo successo commerciale, anche fuori dai confini della Gran Bretagna.

In meno di un anno dal suo debutto, storicamente interessante ma ingenuo e semplicissimo rispetto a ciò che sarebbe arrivato dopo, David ha rivoltato come un calzino la sua immagine musicale e visiva e, sull’onda delle tendenze del momento, si è tuffato in acque progressive rock e folk con una bella spolverata di psichedelia. La chiave di questo cambio di suono è stata la collaborazione con il tastierista Rick Wakeman, allora poco conosciuto e poi diventato leggenda come membro degli Yes, e (ancora più importante) con il bassista/produttore Tony Visconti. Quest’ultimo, come produttore e a tratti musicista, ha messo la firma su alcuni dei risultati migliori della carriera di David, e come produttore è rimasto fedele a Bowie fino agli ultimi anni creativi. Bowie ha spiazzato non poco pubblico e critica dell’epoca già con il titolo dell’album: all’inizio si chiamava come il debutto, mentre negli USA è uscito come »Man of Words/Man of Music«. Solo più tardi, negli anni Settanta, quando Bowie era ormai una star mondiale, è uscito  con il titolo »Space Oddity«, ed è così che lo chiamano ancora oggi quasi tutti.

L’evergreen che dà il titolo al disco, ispirato dallo sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969, è un esempio lampante dell’ammiccamento di Bowie allo space rock, anche se in fondo è un pezzo prog/psychedelic rock con ricchi arrangiamenti orchestrali e le ondate di mellotron di Wakeman. Bowie ha fuso alla grande la melodia portante di chitarra acustica con la sua voce unica e con un testo su un astronauta britannico di fantasia, il maggiore Tom, che resta tagliato fuori per sempre dal centro di controllo sulla Terra e si perde con la sua navicella chissà dove, nelle profondità dello spazio. Con questo evergreen indimenticabile Bowie voleva fare satira sul programma spaziale britannico, che in fatto di conquista della Luna non è che brillasse per risultati.

Pare che nel testo si nasconda anche un’allusione al consumo di sostanze psichedeliche e allucinogene, mentre il viaggio spaziale di Tom è più o meno una metafora del suo essere ‘fuso’ e dell’alienazione sociale. La fascinazione di Bowie per la fantascienza, lo spazio inesplorato e gli alieni era ben lontana dal finire, come ha dimostrato più volte in seguito con brani come »Life On Mars?«, »Moonage Daydream«, »Starman«, »Loving the Alien«, »Halo Spaceboy«, »Dancing Out in Space«, per citarne solo alcuni. Dal maggiore Tom è poi tornato nel 1980 con il classico »Ashes to Ashes«.

Il resto dei pezzi non è interessante come l’apertura da hit, perché non raggiunge la sua profondità artistica, ma di nessuno si può dire che non abbia un certo valore artistico specifico, cosa che nella carriera di Bowie è diventata una prassi piuttosto comune. »Letter To Hermione«, che Bowie ha dedicato alla sua ex ragazza, è un bell’esempio di ballata folk di gusto, con un testo d’amore che trasuda il romanticismo fuori dal comune di Bowie. Una menzione speciale va anche all’esperimento prog folk »Cygnus Committe«, che con i suoi quasi dieci minuti è uno dei brani più lunghi della carriera di Bowie. Qui nel testo Bowie tocca di nuovo uno dei suoi temi (distopici) preferiti: quello dell’autoproclamato ‘superuomo’ o ‘messia’, con tanto di ascesa e caduta, che nel prosieguo della carriera porterà a dimensioni davvero epiche e glamour. »An Occasional Dream« è una divertente dimostrazione di verve folk rock al flauto, con una montagna di improvvisazione vocale, mentre la maggior parte delle armonie è costruita sulla chitarra acustica. L’intero album era marcatamente acustico, con pochissimi inserti di chitarra elettrica firmati Tim Reinwick, e già l’anno dopo nella carriera di Bowie le cose sarebbero cambiate radicalmente.

Tra le composizioni più interessanti ci sono anche l’orchestrale »Wild Eyed Boy From Freecloud« e la chiusura folk-psychedelic rock »Memory of a Free Festival«, un omaggio un filo cinico di David a uno dei festival musicali hippie a cui aveva partecipato da musicista. Nel testo è impossibile non notare il sarcasmo e la delusione per la scena hippie di allora, sempre più in declino, e il tutto si sposa con una melodia piacevole ed eterea. Molto più incisiva e interessante è la successiva versione single, in cui la chitarra solista l’ha suonata un ospite speciale, la futura icona del glam rock Marc Bolan (T. Rex), con cui Bowie aveva allora una specie di rapporto tra amicizia e rivalità. Questa versione di »Memory of a Free Festival« includeva già due membri della futura (e più famosa) band di accompagnamento di Bowie, The Spiders From Mars: il chitarrista Mick Ronson, che ha suonato la chitarra ritmica, e il batterista Mick ‘Woody’ Woodmansey.

Con »Space Oddity« (album e title track) Bowie, pieno zeppo di idee musicali innovative, ha dimostrato che in futuro con lui bisognerà fare i conti, eccome. Circa metà dei brani dell’album era ancora saldamente radicata negli anni Sessanta, mentre gli altri indicavano già una direzione futura molto più ambiziosa. David puntava infatti già al passo successivo della sua evoluzione sonora continua. Ben presto ha cominciato a cercare una band seria con cui sviluppare un suono molto più duro, basato sulla chitarra elettrica, e salutare una volta per tutte l’impostazione acustico-psichedelica che dominava »Space Oddity«. Quando ha iniziato a costruire una nuova formazione attorno a Visconti, al maestro della chitarra Ronson e al batterista Woodmansey, è stata posata la prima pietra miliare della classica band di accompagnamento di Bowie e delle successive innovazioni art rock/glam rock e dei grandi successi.

 

Questa recensione è dedicata alla memoria di David Bowie (1947-2016).

Formazione

David Bowie – voce, chitarra a 12 corde, chitarra acustica, stylophone, organo, kalimba
Rick Wakeman – mellotron, clavicembalo, tastiere
Terry Cox – batteria
Tim Renwick- chitarra elettrica
Keith Christmas – chitarra acustica
Mick Wayne – chitarra
Tony Visconti – basso, flauto, flauto dolce
Herbie Flowers – basso
Benny Marshall e amici – armonica a bocca
Paul Buckmaster – violoncello

Produzione

Tony Visconti

Tracklist

1. Space Oddity (5:15)
2. Unwashed and Somewhat Slightly Dazed (6:55)
3. (Don’t Sit Down) (0:39)
4. Letter to Hermione (2:28)
5. Cygnet Committee (9:33)
6. Janine (3:18)
7. An Occasional Dream (2:51)
8. Wild Eyed Boy From Freecloud (4:45)
9. God Knows I’m Good (3:13)
10. Memory of a Free Festival (7:05)

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