Death Magnetic
Artista: Metallica
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 2008
Voto: 1/5
È ufficiale: i Metallica, da potenti eminenze del metal verso cui tutti i loro coetanei guardavano con timore reverenziale, si sono trasformati definitivamente in una band da garage di quart’ordine. Chi sperava che il pessimo Saint anger fosse solo una specie di anomalia nata da un momentaneo calo di spinta creativa, o un semplice esperimento di breve respiro, tutt’altro che serio, lungo la strada della ricerca di sé stessi, si è sbagliato di grosso. La delusione è ancora più grande se ripensiamo alle promesse altisonanti e alle parole piene di significato della band, che annunciava il ritorno alle radici e alla tradizione, per poi sfornare un prodotto che qualunque moccioso con una Ibanez coreana e un portatile potrebbe “mettere insieme e dare alla luce” nella cantina di casa. Ma andiamo con ordine.
Si tratta sì di un progetto più complesso e tecnicamente più impegnativo del predecessore, con una valanga di riff, cambi di tempo e di dinamica, che però, purtroppo, con i suoi illustri fratelli maggiori da studio ha ben poco in comune. Un orecchio appena un po’ più attento inciampa subito nella produzione dell’album. Probabilmente per la paura matta di un suono “arcaico”, in cui si specchia fin troppo chiaramente il calare le braghe davanti alle mode, è ancora secca come un osso, e soprattutto su voce e batteria si dimena come il diavolo davanti all’acqua santa pur di scansare qualsiasi reverb e delay. Con simili attenuanti, lo snare di Lars suona ancora come un vasetto di yogurt, mentre la voce di Hetfield è completamente soffocata e inservibile, cosa che avevamo già constatato con rammarico sul loro album precedente (ascoltando il quale, a proposito, una santa rabbia ha assalito pure l’autore di questa recensione).
Gran parte del merito di una produzione così va di certo anche a Rick Rubin, noto soprattutto per il suo “stripped down sound”, tipico di band come Slayer e Danzig (citando solo quei suoi protetti che sono vicini ai Metallica per sensibilità), il che dimostra che i ragazzi si sono incamminati su questa strada in piena coscienza. Ma non dimentichiamo che gli Slayer sono cresciuti proprio su un suono minimalista, diventato negli anni parte fondamentale della loro identità complessiva, mentre i Metallica con questa ascesi hanno perso la parte del leone di ciò che li aveva resi famosi. Da questo punto di vista Reign in Blood dista anni luce da Master, mixato dal celebre Michael Wagener, che gli ha lasciato un’impronta decisiva, e anche dal già meno levigato And Justice for all. È vero che i tempi sono cambiati, ma allo stesso tempo sembra che un approccio del genere possa portare ai Metallica molti più danni che benefici: in questo modo allontaneranno la maggior parte dei vecchi fan, e di nuovi non ne conquisteranno di certo, visto che adesso annaspano in una mediocrità grigia e deprimente.
Il secondo appunto, che vale assolutamente la pena di citare, è la trascuratezza dell’armonia, con cui il compianto Cliff Burton aveva fatto familiarizzare i suoi compagni d’armi fin dagli inizi della loro carriera musicale. Hammet ha ammesso lui stesso tempo fa che Burton aveva aperto loro le porte di un mondo completamente nuovo, svelando orizzonti musicali che non sono affatto in contrasto con il rock moderno, e grazie ai quali la band ha potuto elevarsi così in alto sopra gli altri thrasher. Basti citare qui solo Orion, Fade to black o The call of Ktulu. Si potrebbe dunque dire che sia stato proprio Cliff, pianista di formazione classica, a trasformare James, Kirk e Lars da giovanotti incazzati e insoddisfatti, trasferitisi a San Francisco per il rifiuto della scena ammorbidita di allora a Los Angeles, in musicisti rispettati. Chissà come sarebbe proseguita la storia dei Metallica se in quella sciagurata notte di settembre del 1986 l’autista di un autobus, per la sua disattenzione, non avesse condannato a morte un bassista così promettente? Certo, domande del genere non servono a niente, ma possiamo riassumere in breve la storia della band dopo quel tragico evento e concludere che la raffinata armonia di Burton, che nel migliore dei modi completava la maestosa lirica dei Metallica degli anni Ottanta, negli ultimi tempi è stata sostituita dall’aggressività patologica di Hetfield e dai suoi sfoghi di rabbia inarticolati, che con la musica non hanno più molto a che fare. E questa è anche una delle cause principali del declino di quella che un tempo era la più grande istituzione del metal.
Sui pezzi solo due parole. I primi tre atti di Death magnetic sono un miscuglio confuso e goffo di tutto ciò che i Metallica hanno offerto nella seconda metà degli anni Novanta e all’inizio di questo millennio, mentre il quarto, The day that never comes, resterà probabilmente più noto per il videoclip che per la musica. All nightmare long parla da sola, e The Unforgiven III è il seguito più prevedibile possibile della saga dei dischi precedenti. Qualche riff promettente e assoli suonati con sentimento li troviamo solo in Suicide & redemption, e anche lì soltanto nella prima parte, e lascia completamente freddi allo stesso modo anche l’ultimo brano, My apocalipse.
Noi che abbiamo già passato la soglia dei trenta e abbiamo avuto la fortuna di conoscere i Metallica quando erano all’apice, godendoci immensamente album (evidentemente) irripetibili come Ride the lightning e Master of puppets, ci siamo ormai rassegnati al fatto che uno dei nostri gruppi preferiti sia andato in pensione da un pezzo, ma mi dispiace tantissimo per i ragazzini, che conoscono solo la tristezza che, sotto forma di questo o quel prodotto audiovisivo, ha preso il posto del loro ultimo lavoro decente, quello che oggi è ormai un culto: il “Black album”.
Formazione
James Hetfield – voce, chitarra
Kirk Hammett – chitarra
Rob Trujillo – basso
Lars Ulrich – batteria
Produzione
Rick Rubin
Tracklist
1. That Was Just Your Life
2. The End Of The Line
3. Broken, Beat & Scarred
4. The Day That Never Comes
5. All Nightmare Long
6. Cyanide
7. The Unforgiven III
8. The Judas Kiss
9. Suicide & Redemption
10. My Apocalypse