Deep Purple: Come Taste the Band
Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 10/10/1975
Produzione: Martin Birch & Deep Purple
Durata dell’album: 37.16 min
Genere: Hard Rock / Heavy Rock
Voto: 9.0/10
«Come Taste the Band» è stato il decimo disco in studio dei titani dell’hard rock inglese Deep Purple, nonché il primo e unico album della cosiddetta formazione Mark IV, che alla chitarra schierava l’americano Tommy Bolin (1951-1976). Bolin, musicista versatile, prima di allora noto soprattutto per la collaborazione con il batterista Billy Cobham (ex Mahavishnu Orchestra) sul suo capolavoro jazz rock fusion da solista «Spectrum» (1973), era un session man stimato e già membro di Zephyr e The James Gang. Grazie all’amore per il jazz e soprattutto per il funk, ha trovato subito la sintonia con il cantante/bassista dei Deep Purple Glenn Hughes, che dopo l’addio del virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore aveva molta più libertà di infilare dosi più massicce di funk nel tradizionale sound hard rock dei Purple.
Bolin, grezzo diamante della chitarra morto nel fiore degli anni, pare abbia ottenuto il posto di chitarrista dei Purple al primo colpo, presentandosi al provino con delle piume tra i capelli multicolori e una ragazza hawaiana mezza nuda al fianco. Con la sua tecnica brillante, complessa e del tutto personale ha stregato in un attimo i quattro Purple presenti, che a quel punto erano già stufi fino al collo delle bizze dittatoriali e a volte persino bizzarre di Blackmore. Purtroppo i quattro non sospettavano ancora che Bolin fosse anche un eroinomane: se l’avessero saputo in tempo, forse avrebbero evitato una grande tragedia. La dipendenza dalle sostanze, oltre a un gusto musicale affine, ha fatto sì che lui e Hughes sviluppassero in fretta un rapporto fraterno speciale e una grande intesa.
Il leggendario cantante/bassista, infatti, stava attraversando un periodo decisamente buio della sua vita privata ed era quasi sempre sotto cocaina. Questo malsano punto in comune tra Bolin e Hughes ha influenzato in modo decisivo l’atmosfera e gran parte dei testi di «Come Taste the Band». I guai di Bolin con l’eroina sarebbero finiti tragicamente nel giro di un anno, ma quando nel 1975 è entrato in studio per registrare «Come Taste the Band» con gli altri era in splendida forma chitarristica, e questo album, insieme ai suoi due dischi solisti «Teaser» (1975) e «Private Eyes» (1976), è il testamento di vita di questo virtuoso della chitarra scomparso troppo presto, che in circostanze diverse avrebbe potuto regalare ancora tantissime cose musicalmente emozionanti.
Per una band che dopo l’uscita di Blackmore la maggior parte dei fan aveva già seppellito in silenzio, senza sapere che il cantante David Coverdale era riuscito a convincere i due membri originali, il mago delle tastiere Jon Lord e l’eccezionale batterista Ian Paice, ad andare avanti verso sfide nuove e imprevedibili. Nonostante i tanti problemi che hanno accompagnato le registrazioni a Los Angeles e a Monaco di Baviera, «Come Taste the Band» alla fine è venuto fuori come un lavoro in studio di altissimo livello, che dopo decenni di oblio, soprattutto grazie all’eredità chitarristica di Bolin, solo oggi si sta guadagnando tra fan e critica il peso che merita. In ogni brano si sente un’energia fresca e una spinta incredibile, tanto che oggi è difficile credere che sia stato l’ultimo album dei Deep Purple degli anni Settanta, nonché l’ultimo in studio fino al trionfale ritorno con «Perfect Strangers» (1984).
Rispetto al predecessore «Stormbringer», dalle tinte soprattutto funk, «Come Taste the Band» è di nuovo un disco un po’ più duro, con più hard rock, anche se di momenti funk e soul non ce ne sono pochi, spinti soprattutto da Hughes e Bolin. Lord e Paice difendevano e preservavano il tradizionale sound Purple, quello bello robusto, mentre Coverdale, diviso a metà strada, con la sua voce maschia e intrisa di fascino blues teneva il giusto equilibrio tra i due estremi. Stavolta David e Glenn si sono spartiti di comune accordo i ruoli vocali brano per brano, così il duetto vero e proprio arriva solo alla fine dell’album. «Comin’ Home», hard rock d’apertura con variazioni boogie al piano, viaggia sulle ali del potente canto di Coverdale, arricchito dalle armonie vocali urlate di Bolin. Questa combinazione, insieme al lungo e inconfondibile assolo di chitarra di Bolin, sostenuto da fragorosi rullate di batteria, regala un’apertura carica di temperamento, nella migliore tradizione Purple.
«Lady Luck» (autore originale Jeff Cook) è un altro schiacciasassi hard rock con spruzzate di funk, in cui Coverdale, con un’interpretazione sentitissima, si sfoga sull’inganno del fascino femminile, accompagnato dalle complesse variazioni di chitarra di Bolin e dagli spiritosi interventi d’organo di Lord. Sullo standard funk rock «Gettin’ Tighter», dove il testimone vocale passa al ‘funky man’ Hughes, regna un’atmosfera edonista grazie a un motivo saltellante costruito su un riff di chitarra scherzoso e su una batteria rimbalzante. Nella parte centrale domina l’improvvisazione funky di Bolin, spiritosa e complessa, mentre Hughes tiene su con energia un ritornello melodico che ti si attacca addosso.
«Dealer», il cui testo parla chiaramente delle avventure di Hughes e Bolin con gli spacciatori, è un altro standard funk rock, in cui la voce blues di Coverdale mantiene sempre un tono serio, come se volesse metterti in guardia dai pericoli di quello stile di vita. Una breve sezione sognante arriva con l’ingresso improvviso della voce di Bolin, che nell’atmosfera drammatica porta anche una nota personale, mentre l’assolo di chitarra, da leccarsi i baffi, è di nuovo un piacere per le orecchie. Su «I Need Love», dove c’è il giusto equilibrio tra le classiche sfumature hard rock e gli innesti ritmici funk, il riff di chitarra scoppiettante di Bolin è quello che più si avvicina allo stile di Blackmore nel creare frasi chitarristiche innovative. La voce di Coverdale si trova a meraviglia con un testo che ha la parola ‘love’ nel titolo e, in pieno stile blues, scatena in giro i suoi ormoni indomabili. L’improvvisazione solista di Bolin è sorretta da ritmi funky e vocalizzi soul.
L’hard rocker «Drifter» è un altro evergreen di «Come Taste the Band», che non molla un attimo nel creare un’atmosfera iperattiva, sulla quale veglia con autorità la confessione vocale sfrenata e dal sapore romantico di Coverdale su un vagabondo. Nel ritornello Hughes lo affianca con le armonie vocali, mentre Bolin, dopo un breve assolo e con il sostegno di rullate implacabili, porta tutto verso sfumature ritmiche più veloci. Nella parte centrale, più calma, arrivano l’assolo d’organo di Lord e un’altra improvvisazione innovativa di Bolin, finché sul ritmo di tamburi rotolanti il pezzo si chiude di colpo.
L’evergreen travolgente «Love Child» è un altro pezzo notevole su cui Bolin segue fedelmente lo spirito di Blackmore nel creare frasi di chitarra brucianti e iconoclaste, mentre Coverdale, accompagnato da meandri di batteria implacabili, vive di nuovo veri e propri orgasmi vocali raccontando le sue recenti peripezie amorose. Un pizzico di sperimentalismo prog rock arriva da una breve ma complessa sezione strumentale, con lo spiritoso assolo di sintetizzatore di Lord. La struggente suite «This Time Around/Owed To ‘G’» è il classico di «Come Taste the Band» tecnicamente più rifinito e complesso, in cui il microfono passa di nuovo a un Hughes in splendida forma. La parte iniziale, dai colori jazz, è una ballata malinconica al piano, dove la voce inconsolabile di Hughes costruisce piano piano un dramma ambientale straordinario e dimostra ancora una volta la sua sbalorditiva versatilità e la sua emotività senza confini. Nella seconda parte, strumentale, il dramma cresce ancora grazie all’irruzione improvvisa di frasi di chitarra piene di temperamento e di possenti variazioni d’organo, fino a raggiungere il culmine con un altro sensuale assolo di chitarra di Bolin.
Il picco dell’intero album, e quindi della breve avventura della formazione Mark IV, è però il capolavoro conclusivo «You Keep On Moving», dove in un’atmosfera intensa una nostalgia straordinaria si mescola di continuo a una malinconia indescrivibile. Qui Hughes e Coverdale, dopo tanto tempo, tornano a completarsi con appassionate armonie vocali a due. Il lento costruirsi del clima poggia su un ritmo dondolante nell’introduzione tranquilla, dove il dramma lo costruisce la voce profondamente malinconica di Hughes, sostenuta da una possente frase di chitarra e dal fruscio ondeggiante dell’organo Hammond. Col tempo si passa a una sezione più dura, con epici passaggi di chitarra e fuochi d’artificio di batteria, in cui Hughes continua a entusiasmare con la sua varietà vocale. L’assolo d’organo ultraterreno di Lord è il migliore dell’intero album e apre la strada alla voce arrabbiata di Coverdale, che stavolta, rispetto a Hughes, ha un ruolo meno importante, ma non per questo meno efficace nel creare un’atmosfera maestosa. L’intreccio sincrono, dal sapore melodrammatico, di passaggi di chitarra e d’organo regala un finale davvero epico.
L’edizione in CD uscita per il 35° anniversario dell’album originale di «Come Taste the Band» contiene alcuni bonus interessanti, tra cui spiccano la versione single di «You Keep On Moving» e il solido hard rocker «Same in LA», mentre «Bolin/Paice Jam» è una jam strumentale interessante tra il chitarrista tragico e un batterista furbo come una volpe.
Classico troppo spesso snobbato, «Come Taste the Band» è un degno saluto ai Deep Purple degli anni Settanta e un testamento preziosissimo dell’unico talento chitarristico di Bolin, tanto che di Blackmore non senti per niente la mancanza. Purtroppo tanti fan scoprono solo oggi, con Bolin morto da un pezzo, quanto sia stato criminalmente sottovalutato questo disco nella storia dei Deep Purple. La formazione Mark IV non ha smesso di essere perseguitata dai problemi nemmeno in tour, quasi tutti legati a Hughes e soprattutto a Bolin, che a causa della dipendenza dall’eroina, tra qualche esibizione ancora brillante, faceva sempre più fatica a stare dietro agli altri sul palco e li metteva in grande imbarazzo.
Dopo che l’ultimo concerto con Bolin in formazione, nel 1976 a Londra, è finito in modo catastrofico, Coverdale con le lacrime agli occhi voleva avvisare gli altri membri e il management che lasciava la band in modo irrevocabile. Non immaginava che Lord e Paice, che non ce la facevano più a guardare la leggendaria band disfarsi in una parodia di sé stessa sulle spalle di due dipendenti, avessero già deciso in silenzio da settimane che per i Deep Purple era scaduta la data di scadenza. Coverdale, dopo la grande delusione, si è buttato a vele spiegate in una carriera solista, che presto è diventata una band tutta sua dal nome Whitesnake, dove col tempo si sono uniti a lui anche Lord e Paice. Hughes, che ha lottato ancora a lungo con la dipendenza dalla cocaina, ha avviato una carriera solista di successo che dura ancora oggi, mentre Bolin non ha avuto la stessa fortuna: alla fine del 1976, mentre si preparava all’uscita del suo secondo album solista «Private Eyes», una dose eccessiva di eroina gli è stata fatale. I Deep Purple, dopo otto anni, si sono riuniti nella formazione più amata, la Mark II, e nel 1984 hanno pubblicato l’ottimo «Perfect Strangers», ma quella è un’altra storia.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Comin’ Home (3:54)
2. Lady Luck (2:48)
3. Gettin’ Tighter (3:36)
4. Dealer (3:53)
5. I Need Love (4:24)
6. Drifter (4:05)
7. Love Child (3:07)
8. This Time Around/Owed to ‘G’ (6:13)
9. You Keep on Moving (5:22)
Formazione:
David Coverdale – voce
Glenn Hughes – voce, basso
Tommy Bolin – chitarra, basso su “Comin’ Home”, cori su “Comin’ Home” e voce condivisa su “Dealer”
Jon Lord – tastiere, piano, sintetizzatore
Ian Paice – batteria, percussioni
