Delirio KISS: mania, estasi, cieli in fiamme e stravizi alla megaorgia rock’n’roll di Zagabria (2022)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2022
2 1.907

Luogo: Zagabria / Arena / Croazia
Data del concerto: sabato, 9.7.2022


I Kiss sono un fenomeno a sé nell’universo del rock ‘n’ roll. Anzi, si può dire che sulla vasta mappa rock della galassia occupino un posto tutto loro. Non somigliano a nessuno. Soprattutto se alla musica aggiungi tutto quello che accompagna la loro opera. Ormai la band è diventata leggendaria più e più volte, e la cosa divertente è che da dieci anni va avanti a salutare i palchi. Ogni tour porta con sé l’annuncio che sarà l’ultimo. Così dal quarantennale siamo arrivati al tour che celebra i cinquant’anni di attività e si intitola «End of the Road», mentre i Kiss continuano a dire addio. Chissà? Magari davvero, magari no. L’ultimo album in studio è uscito dieci anni fa, il che significa che dal punto di vista creativo la band è ormai in pensione, ma d’altra parte fa fatica a rinunciare alla festa dal vivo e a tutti i rituali, le usanze e le abitudini che, soprattutto dietro le quinte, scandiscono le giornate di una rockstar media. Quando ti ci abitui, vizi del genere sono difficilissimi da mollare.  

Se a un concerto dei Kiss non ci sei mai stato, si può dire senza troppi giri di parole che vale la pena vederli dal vivo almeno una volta nella vita, anche se non fai parte dell’esercito mondiale dei fan scatenati della band. L’opera di un gruppo con milioni e milioni di dischi venduti resta in piedi e ancora oggi è molto ispiratrice. Senza tempo.

L’arrivo della band a Zagabria è stata la sua prima visita in Croazia. Stavolta l’Arena non era stracolma. Diciamo che era piena poco più della metà. Anche il giorno stesso del concerto potevi comprare biglietti di qualsiasi categoria. Curioso. Ci si sarebbe aspettati più gente.

Comunque sia. Il gruppo spalla l’abbiamo saltato per routine, con una tale superficialità e svagatezza da non esserci nemmeno andati a cercare il nome. Ci interessava solo lo spettacolo dei Kiss, due ore filate. La scaletta non ha sorpreso più di tanto, forse solo il ritorno in setlist dell’ottima Heaven’s On Fire da «Animalize», per il resto il quartetto ha sciorinato un set piuttosto consolidato di singoli e hit di carriera. Il bello dei Kiss è che dal vivo la musica finisce per passare in secondo piano rispetto a tutto quello che ne accompagna l’interpretazione scenica. Dai costumi del quartetto, con in testa il caratteristico trucco facciale, alla famigerata lingua di Gene, per non parlare di tutto il resto. Anche se bisognerebbe parlarne. Che i Kiss siano una di quelle aziende che hanno studiato nei minimi dettagli ogni modo di fare marketing efficace lo gridavano già le quattro figure colossali dei membri piazzate a destra e a sinistra del palco, che sembravano giganteschi statuoni di pietra, ancora prima che si alzasse il sipario. Dopo l’intro registrata, tagliata a metà, è esploso tutto: il telo nero è caduto e The Demon, The Spaceman, The Starchild e The Catman sono scesi dall’alto ognuno sulla sua pedana, appesi ai cavi d’acciaio, fino al palco. In un attimo il palco si è trovato avvolto da lingue di fuoco. Tra un mucchio di detonazioni non sono mancati altri veli di fumo e sfrigolii di scintille. Il palco era enorme. Se te ne stavi, che so, a una decina di metri di distanza, non ti entrava mai tutto nel campo visivo. Quando pensavi di aver già visto tutto, a ogni nuova occhiata saltava fuori un altro dettaglio. I Kiss sono una macchina oliata alla perfezione. Cosa non hanno i Kiss che hanno le altre grandi band rock e metal? Semmai hanno di più, oppure ogni idea già usata da altri artisti la esagerano apposta ancora un po’. Ed è un bene, perché i Kiss sono la famigerata band rock e glam metal dell’eccesso senza scrupoli e della terapia d’urto, ed è proprio questo che da sempre attira orde e orde di nuovi seguaci.

Gene Simmons, per dire, a fine agosto compirà 73 anni, mentre Paul Stanley è entrato nel club dei settantenni proprio a gennaio di quest’anno. I due membri originali sono incredibili. I chili di troppo di Gene sono ben mimetizzati sotto la colossale armatura in cui il bassista se ne sta durante lo show, mentre Stanley anche a settant’anni mantiene un’agilità sul palco, una vivacità e una malizia pazzesche. È dappertutto. Schizza da sinistra a destra senza restare a corto di fiato nemmeno per un attimo. Anche a livello vocale è del tutto onesto, anche se con gli anni ha perso un po’ di mordente. Per i cori i Kiss usano in tutto e per tutto basi registrate (il «playback»), e più di una volta è sembrato sospetto anche il basso di Gene. Già nell’iniziale Detroit Rock City, un pezzo alla Thin Lizzy, la sua mano destra era tutt’altro che sincronizzata. Il roccioso «badass della lingua, tuonatore» sul palco è equipaggiato con asciugamani neri (così non si vede tutta la sporcizia che asciugano), con cui si tampona di continuo il sudore, e se sei un fortunato della tua specie, Gene può lanciarti uno straccio fradicio dritto addosso. Del resto il tipo trasudava sofferenza sotto un battaglione di riflettori, anche perché si versava addosso acqua in continuazione. Dappertutto. Pure sul basso. E già che c’era non ha dimenticato di spruzzare con decisione anche il pubblico. Simmons, Thayer e Singer hanno ognuno il proprio momento solista, e in quelle occasioni, su pedane speciali aggiuntive, vengono sollevati («apzajlati») fin sotto i riflettori. Simmons compensa la sua scarsa conoscenza del basso (oltre al trucco in faccia) già solo con quella lingua gigantesca. È il suo sacrificio per la gloria eterna raggiunta coi Kiss! E quando durante il suo «solazzo», alto sopra il palco e illuminato di luce verde, morde una bustina di gelatina rossa, l’effetto è come se vomitasse sangue. Nessuno gli guarda le mani. Nel pezzo solista usa il celebre basso a forma di ascia. L’assolo di Thayer, invece, è accompagnato da una serie di detonazioni.  Inutile aggiungere che la scenografia ricorda l’inferno. Inutile aggiungere che il gioco dei fasci di luce dei riflettori è unico, irripetibile e magnifico. Rifinito alla perfezione. Non mancano nemmeno i raggi «laser».  Stanley resta ancora un motore eccezionale della band. Durante Love Gun si è «calato» dal palco principale su un palchetto aggiuntivo piazzato nel parterre, dove ha regnato da solo sul suo piccolo palco. Lì è rimasto anche per l’immancabile I Was Made For Lovin’ You, e dopo l’ultimo ritornello è risalito sul mezzo di trasporto che, sempre lungo il cavo d’acciaio («zip-line»), lo ha riportato sul palco principale.

Nel gran finale pieno di effetti pirotecnici, Stanley ha fracassato teatralmente la sua chitarra Black Diamond Ibanez. Adesso sommate tutti i concerti dell’attuale tour dei Kiss in giro per il mondo e otterrete il numero di chitarre di Stanley ridotte in macerie. No. I Kiss sono un’azienda talmente redditizia che un teatrino così gli porta al massimo un plus in più. A dimostrare la nonchalance della band, che non deve mai preoccuparsi nemmeno per un attimo di guardare nel portafoglio, c’è anche la pletora di plettri che i membri lanciano al pubblico durante il concerto. Durante Do You Love Me arriva il momento di festa con i palloni giganti, mentre durante la conclusiva Rock And Roll All Nite non manca una bella nevicata di coriandoli.

La band ai discorsi col pubblico dedica pochissimo spazio, ma colpisce nel segno. Non parla molto, però esce con slogan brevi e secchi, che suonano piuttosto populisti. E funziona. Spande senza vergogna le sue monellerie da palco e si diverte un mondo a provocare. Due ore di spettacolo incredibile in cui trovi a fatica un secondo di pausa. Succedono così tante cose. Non sul piano dell’esecuzione. Ma per l’eccesso scenico dello show vero e proprio, con la scenografia e le quinte in fermento. Di fuoco, vapore, fumo e scintille sfrigolanti ce n’era da esportare.

Quanto alla scelta del repertorio, la band ha pescato con una certa diligenza dagli album di tutta la discografia, venti dischi in studio in lungo e in largo, anche se uno magari avrebbe voluto in scaletta ancora qualche pezzo in più, soprattutto dal periodo senza trucco della band. Così, ad esempio, è mancato del tutto l’ottimo «Hot In the Shade», e, sorprendentemente, il gruppo non ha inserito in scaletta nemmeno un brano da Crazy Nights (a partire dalla title track). La ballad Beth da «Destroyer» l’ha cantata, come da routine, il batterista Eric Singer – perché così deve essere, e per l’occasione sistemano per il batterista un vero pianoforte a coda proprio sul proscenio. La flotta di camion parcheggiata davanti all’Arena di Zagabria, dopo tutto quello che ho descritto in questa recensione, non stupisce affatto. Portarsi dietro per tutto il mondo un pianoforte a coda solo per eseguire un unico, singolo pezzo del repertorio. Per un intero tour mondiale. I Kiss non hanno rivali, davvero. Loro possono permetterselo. Perché? Perché possono. I soldi li hanno a palate.

Due ore di ipnosi. Di divertimento sfrenato. Sì. Né più né meno. Un divertimento che ti fa dimenticare tutto. La bocca si apre da sola in un sorriso beato e il senso del tempo e dello spazio svaniscono in un attimo. Resta solo l’ipnosi della terapia d’urto della pittoresca dottrina del glam metal, rifinita alla perfezione in ogni dettaglio e che, incarnata negli spettacoli sul palco, funziona in modo impeccabile. I Kiss non sono granché da citare quando si parla di virtuosismo musicale. Non è nemmeno richiesto. Sono musicisti molto nella media, ma compensano tutto con uno show perfetto e studiato fino all’ultimo, che in parole povere consegna una festa unica e uno stacco totale, diverte enormemente e in qualche modo anche appaga. I fan della band, chi più chi meno, soffrono da anni di dipendenza dai Kiss, ma anche tutti gli altri presenti, soprattutto i curiosoni della mia specie, in generale ben disposti verso rock e metal, al concerto dei Kiss a Zagabria hanno decisamente avuto pane per i loro denti.

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik

Setlist:
Rock and Roll (taped intro orig. Led Zeppelin)
1. Detroit Rock City
2. Shout It Out
3. Deuce
4. War Machine
5. Heaven’s on Fire
6. I Love It Loud
7. Say Yeah
8. Cold Gin
9. Guitar Solo
10. Lick It Up
11. Calling Dr. Love
12. Tears Are Falling
13. Psycho Circus
14. Drum Solo
15. 100,000 Years
16. Bass Solo
17. God of Thunder
18. Love Gun
19. I Was Made for Lovin’ You
20. Black Diamond
—bis—
21. Beth
22. Do You Love Me
23. Rock and Roll All Nite
God Gave Rock ‘n’ Roll to You II (taped outro)


2 commenti
  1. Matija dice

    Hm, Kiss še nisem nikoli videl. Prej kot ne zato, ker v glasbenem smislu nisem ravno nek fan. Ampak tokrat sem razmišljal, da bi šel, a sem v morju ponudbe na koncu dal prednost Megadeth (Verona), Helloween (Dunaj) in UFO (München).

    Tako, da upam, da bodo Kiss še kdaj prišli naokrog, vendarle gre, vsaj po moji oceni, za največji ameriški rock band, četudi ne nastopajo na tako velikih odrih kot GNR ali Bon Jovi.

  2. Poba dice

    Osebno menim, da si sprejel precej boljše poteze 😀

    Jaz sem jim dal prvič šanso.

    V življenju jih prej še nisem videl. In sem se kar precej narežal – njihov žur je tudi v letu 2022 še vedno kar greha vreden.

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