Depeche Mode su Songs of Faith and Devotion (1993)

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Autore: Jernej Vene

Data dell’intervista: 31.05.1993

1. Come descriveresti la tua evoluzione mentale da quando eri al punto di partenza, un novellino, a oggi, che conosci praticamente tutti i segreti del suono strumentale, se così lo possiamo chiamare. Quando hai capito che saresti stato proprio tu a prenderti una responsabilità così enorme?
Alan: Immagino che chi ha più esperienza voglia più controllo sulle cose, perché più sai e più impari, più ti diventa chiaro che puoi fare molto di più che limitarti a lasciare tutto in mano agli altri. Mi ha sempre appassionato un sacco la parte produttiva del fare musica e in tutti questi anni è solo cresciuta e si è fatta più intensa. Il modo in cui ci siamo spartiti i ruoli dentro il gruppo – una specie di delegazione naturale, se vuoi – è successo tutto in modo del tutto spontaneo, senza accordi particolari. Alla fine è venuto fuori che sono proprio io quello con più responsabilità e devo ammettere che mi piace da matti.

2. Chi erano i tuoi autori preferiti, sempre che tu ne abbia mai avuto uno in particolare, o è sempre venuto tutto direttamente da te?
Alan: Senza dubbio, c’erano persone che mi hanno influenzato mentre crescevo. Adoro Gary Glitter. È stato la fonte di tutte le mie ispirazioni quando avevo dodici, tredici, quattordici anni. Era il periodo in cui ero più ricettivo. Quando sono diventato un po’ più grande, ammiravo Jonathan Richman, probabilmente un po’ stranamente, perché non è affatto quello che la gente si aspetta che ti possa piacere.

3. Non posso fare a meno di notare che da Violator sono passati tre anni – vuol dire che scrivi meno o semplicemente registrate meno?
Martin: Le cose vanno messe al loro posto. Sai, dopo dieci album registrati ci vuole semplicemente più tempo prima che siamo tutti soddisfatti di quello che facciamo, del risultato finale. Diventi molto più esigente. Abbiamo già fatto e provato così tante cose che bisogna sperimentare sempre di più, e ciò che non conosci, essendo diverso e nuovo, richiede semplicemente più tempo.

4. Siete in quattro e praticamente fate tutto insieme, quindi vale la pena sottolineare che in tutto questo tempo non è mai successo che uno di voi dicesse semplicemente di voler fare le cose per conto suo, o che tre di voi dicessero a uno che non è più all’altezza e che dovrebbe andarsene. Sono cose che negli altri gruppi succedono piuttosto spesso.
Martin: Secondo me la maggior parte dei gruppi di successo ha qualcosa di speciale, di unico, una specie di alchimia, e sono convinto che valga anche per noi. Il fatto, e nessuno lo nega, è che anche noi abbiamo avuto i problemi di cui parlavi, solo che in pubblico non se n’è mai parlato. Del resto litighiamo, abbiamo problemi e disaccordi di continuo. Bisogna ammettere che non esiste gruppo dove non succeda, quindi nemmeno noi siamo un’eccezione, ma è vero anche che, a differenza di altri, ci sforziamo di non far arrivare certe cose al pubblico. Ma in generale, come dici tu, siamo riusciti a definire e a indirizzare i nostri ruoli in un modo tutto nostro, che funziona estremamente bene e che quindi ci va a pennello.

5. È incredibile come ognuno di voi abbia portato alla perfezione il proprio ruolo – uno scrive i testi, uno canta, uno è il tecnico, e tu sei più orientato al lato business. Davvero un mix stupefacente.
Fletch: Penso che sia un modo moderno, il modo in cui in linea di principio dovrebbero funzionare tutti i gruppi di oggi. E allo stesso tempo sono quasi convinto che se più gruppi funzionassero così, avrebbero molto più successo.

6. Ti sembra che andiate d’accordo sulle cose come una volta?
Martin: È chiaro che abbiamo avuto qualche incomprensione, ma dopo tredici anni, in cui ormai ci conosciamo fin nel midollo, quando spuntano dei problemi riesci a prevedere esattamente come andranno le cose. Per il resto ci intendiamo, per quanto ci si possa intendere dopo tredici anni.

7. Ti trovi nella posizione di, che so, Roger Daltrey (The Who), che canta canzoni scritte da un altro (Pete Townshend)? Questa collaborazione fruttuosa con Martin dura ormai da parecchi anni. Probabilmente si riflette anche nel vostro rapporto mentale.
Dave: Negli ultimi anni mi sono sentito molto più vicino a Martin, l’ho conosciuto meglio e mi è anche diventato più caro, e credo che anche lui la pensi più o meno così su di me. In un certo senso le canzoni che scrive mi sono davvero vicine. Quando volevo qualcosa di diverso, di un altro tipo, l’ha scritto lui stesso. Del resto Martin scrive canzoni splendide e penso che tutti gli altri, Alan, Fletch e io, facciamo del nostro meglio con le sue canzoni.

8. ” Condemnation ” è registrata al contrario. Devo ammettere che quando l’ho sentita la prima volta ho pensato ” Oddio, c’è qualcosa che non va con i giri “, perché parte molto lentamente. Probabilmente vi siete divertiti un mondo a lavorare su quella melodia.
Martin: In questo brano non abbiamo usato coriste o cantanti gospel, in realtà è registrato in una specie di stile da quartetto gospel, abbiamo lavorato nei minimi dettagli sulle singole parti della canzone e le abbiamo cantate. Le voci non le abbiamo campionate, il pezzo l’abbiamo semplicemente cantato come quartetto. Farlo è stato davvero interessantissimo e personalmente penso che l’interpretazione vocale di Dave in questo brano sia la migliore che abbia mai fatto.

9. Martin ha detto che la tua interpretazione di “Condemnation” è perfetta. La pensi così anche tu?
Dave: Sì, per me è decisamente la cosa migliore che abbia mai fatto, il brano con il testo migliore e una melodia come non ne ho mai cantate… È un brano che vorrei fosse opera mia. È stata una delle prime canzoni che abbiamo registrato a Madrid. Mi sembrava che tutto quello che dicevo avesse senso, era come la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro, di nuovo, come se avessi chiuso con le vecchie cose, quelle conosciute. Suonava fantastico, la pensavamo tutti così e c’era qualcosa nell’aria, una sensazione particolare, quando poi sono entrato nella sala di controllo.” Era davvero bello.” È la prima canzone di cui posso dire che voglio che la sentano proprio tutti, perché siamo riusciti a catturarci dentro qualcosa di davvero speciale.

10. Ricordo l’eccitazione al concerto quando ti sei fatto avanti per suonare l’assolo di chitarra. Hai intenzione di usare la chitarra più spesso in futuro?
Martin: Con ogni disco, sai, mi sa che mettiamo dentro più parti di chitarra, perché ci sembra più naturale. Anche quando devo suonare dal vivo faccio così e mi piace un sacco. Penso che siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio tra rock ed elettronica. Ci ha sempre preoccupato che il nostro show non fosse troppo rock, ma così aggiungiamo semplicemente una nuova dimensione. Io mi porto in primo piano, invece di stare tutti e tre dietro le tastiere. Nel prossimo tour faremo ancora più cose così, con la batteria e altri strumenti non elettronici.

11. Il vostro vantaggio è che non siete mai stati legati a mode o tendenze musicali particolari, per questo non passate mai di moda. Adesso che vivi negli Stati Uniti, ascolti più musica di prima?
Dave: Sì, sempre. Ascolto più musica diversa che posso. E di tutto – classica, sai, e per come la vedo io bisogna anche seguire gli altri gruppi e andare ai concerti. Certo, bisogna ascoltare la loro musica e starci sempre dentro fino al collo, perché altrimenti è tutto troppo fasullo.

12. Pensi che oggi ci sia almeno altrettanta gente che fa musica come ai tempi della vostra generazione e, se non è così, cosa c’era di speciale nella tua testa che ti ha spinto a iniziare?
Alan: Penso che oggi ci siano tante persone interessate a fare musica quante ce n’erano quando crescevo io. Il motivo per cui ho iniziato è in realtà la mia famiglia. I miei genitori mi hanno incoraggiato a imparare il pianoforte. Quando ero un ragazzino, il mio interesse si è spostato sulla musica popolare e non su quella classica, come si aspettavano i miei. Pensavano che avrei seguito le orme dei miei due fratelli, che sono entrambi pianisti. Ma in qualche modo ho cominciato ad appassionarmi al blues e al rock ‘n’ roll.

13. Sembra che vi fidiate di Flood, con cui avevate già lavorato come produttore. Com’è riuscito a guadagnarsi la vostra fiducia, visto che siete piuttosto protetti?
Alan: Allora, Flood è diventato una parte importante della nostra squadra negli ultimi due dischi. Avevamo davvero bisogno di cambiare la squadra di produzione con cui avevamo lavorato prima. Poi abbiamo sentito dire che Flood se la cava bene con l’elettronica e i sintetizzatori e che in produzione vede le cose nella giusta luce. Con lui avremmo potuto continuare a lavorare. Così l’abbiamo chiamato a collaborare al disco e abbiamo trovato subito la sintonia giusta. Da allora Flood è un membro decisivo della nostra squadra e il suo contributo è davvero enorme.

14. Vi è mai capitato di ritrovarvi sul palco a guardare Dave?
Alan: Sì, spesso vedo che quello che fa sul palco è molto faticoso e difficile, quindi cerco di incoraggiarlo, o meglio di fargli sapere che apprezzo il suo lavoro lassù. Si porta sempre sulle spalle il peso maggiore dell’esibizione, che è un compito molto impegnativo. Di frontman così ce ne sono pochi, e penso che faccia bene il suo
lavoro.

15. Parlando del vostro show, mi è venuto in mente che oggi le star più grandi hanno i loro designer che gli costruiscono la scenografia. Ce l’avete in mente anche voi qualcosa di simile?
Alan: Allora, quando progettiamo il nostro show lavoriamo sempre insieme ad altre persone. Anton sta curando con noi l’ultimo allestimento del palco, e da lui ci aspettiamo anche qualche idea originale. In più cerchiamo di fare tutto in modo diverso da prima, come del resto ci approcciamo sempre alle cose.

16. Come ho notato, intorno a noi c’è un grosso set di batteria. Da qui deduco che ti sei esercitato un po’ di più.
Alan: Sì. Devo esercitarmi molto di più di prima, se voglio suonarle dal vivo nel nuovo tour, anche se non in tutte le canzoni.

17. Come hai detto, non ti sei mai divertito granché a girare i videoclip. C’è comunque qualcuno di cui vai fiero?
Fletch: Penso più o meno tutti. Beh, non proprio tutti, soprattutto i più recenti. Dei vecchi non vado particolarmente fiero. All’epoca ci usavano per le loro idee furbette in certi video. Ma era tutto nel 1981, quando i videoclip si cominciavano appena a girare. I video si facevano su sceneggiature disegnate inquadratura per inquadratura, quindi dovevamo recitare parecchio. Ma non eravamo bravi attori. Fu allora che ci fu chiaro che non saremmo diventati i nuovi Beatles.

18. Adesso che i videoclip sono diventati roba di tutti i giorni, vi sembra che per voi siano rimasti un modo di esprimervi artisticamente o sono solo un lavoro da sbrigare in fretta?
Martin: Beh, se devo essere sincero, girare i videoclip non è mai stato chissà quale novità. Quel lavoro lo odiavamo fin dal primo video e solo quando abbiamo cominciato a lavorare con Anton ci hanno iniziato a piacere. Sai, non ci siamo mai fidati troppo dei registi, perché, sai com’è, sei sempre nelle loro mani e non hai idea di come venga la cosa mentre giri. In pratica non la vedi nemmeno, finché non è tutto girato, e a quel punto è troppo tardi per cambiare qualsiasi cosa. Quindi i nostri primi quindici videoclip o giù di lì li odiavamo quasi, mentre adesso lavorare con Anton è diventata una specie di routine, perché ci spiega le cose e poi ci fidiamo di lui, quindi sappiamo che il risultato finale sarà piuttosto buono. Per questo adesso giriamo i videoclip più volentieri.

19. Se guardassimo i dischi chiave nella storia del gruppo, Just Can’t Get Enough sarebbe sicuramente tra questi, no?
Fletch: Ovviamente è uno di quelli, soprattutto in Inghilterra. È anche il pezzo per cui ci ricorda più gente. Forse è un po’ sbagliato, perché da allora a oggi abbiamo fatto un sacco di brani diversi.

20. Non voglio credere a tutto quello che leggo, ma una volta ho letto che il vostro brano People Are People, con cui avete sfondato negli Stati Uniti, era forse troppo semplice per i vostri gusti successivi. Era forse un po’ troppo predicatorio?
Martin: Penso che non sia troppo delicato ed è anche quello che mi piace meno di tutti quelli che abbiamo fatto.

21. Ho sempre pensato che il gruppo avesse una forte influenza europea e che fosse scritto su misura per gli europei. Sareste d’accordo?
Martin: No, non lo penso affatto – a volte in effetti lo pensavamo anche noi. Ma il nostro successo è così particolare che smentisce questa affermazione. Adesso negli Stati Uniti vendiamo tanti dischi quanti in tutti i paesi europei messi insieme.

22. A cosa avete pensato quando avete scelto il titolo dell’album?
Martin: Hai nominato religione e sesso – penso che per me queste due cose siano piuttosto legate tra loro. Il titolo del disco “Songs of Faith and Devotion” si appoggia molto alla religione e volevamo mettere questo nel titolo. Però è tutto molto ambiguo. Fede in cosa? Devozione a chi?

23. Ti sembra che i giornalisti inglesi non vi prendano sul serio perché una volta eravate un giovane gruppo pop?
Martin: Mi sembra che per questo atteggiamento in Inghilterra abbiamo sempre sofferto un po’, ma con gli anni è un problema sempre più piccolo. In fin dei conti sono ormai tredici anni che siamo sulla scena e la maggior parte della gente, perfino la maggior parte dei giornalisti, è troppo giovane per ricordarsi di quel periodo.

24. Ti hanno convinto a non cantare. Hai mai voluto scrivere canzoni?
Fletch: Ho provato a comporre. Ma faccio parte di un gruppo che ha due dei migliori compositori contemporanei e questo non fa benissimo all’autostima. Presento un pezzo, che poi si rivela non essere granché…. e allora mollo. Poi mi concentro su quello che penso sia buono e su quello che faccio bene.

25. Credo che questa sia l’occasione migliore per spiegarci i tuoi tatuaggi. Quali sono nuovi e quali vecchi?
Dave: Ognuno mi racconta una storia a sé, e tutti insieme segnano cambiamenti personali o qualcosa che è successo nella mia vita; a partire dal primo tatuaggio che mi sono fatto da giovanissimo. Il secondo è al posto di uno precedente, che ho fatto togliere perché semplicemente non mi piaceva più. All’epoca ho perfino pensato di togliermeli tutti e due. Poi ce ne sono altri che in un modo o nell’altro segnano certi eventi, ma è tutto molto personale e sono come la mia pittura di guerra. Prima di partire per il tour, però, me ne farò fare ancora qualcuno.

Grazie mille per la chiacchierata e in bocca al lupo.

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