Dirty Shirley: Dirty Shirley
Etichetta: Frontiers Music Srl.
Data di uscita: 24.01.2020
Produzione: George Lynch
Durata dell’album: 55:54 min
Genere: Hard Rock
Voto: 8.5 / 10
L’incontro tra il colosso della superchitarra George Lynch (Dokken, Lynch Mob) e la stella vocale in ascesa, il croato Dino Jelusić, sotto l’ombrello del progetto DIrty Shirley, non sorprende per niente. Il primo lo conosciamo benissimo; per Jelusić basta ricordare che i suoi Animal Drive, grazie a qualità fuori dal comune, sono finiti prestissimo sotto l’ala della Frontiers Musicl Srl. (fuori c’è un ottimo debutto in studio e un EP di cover). Insomma, Jelusić, che non a caso, grazie a doti eccezionali, canta anche con la Trans Siberian Orchestra, è un cantante di nuova generazione che, un po’ come Jorn Lande, lui appartiene semmai a «una generazione fa», tira fuori dalla voce un carisma e una vibrazione che suoneranno familiarissimi ai nostalgici dell’hard rock anni Ottanta, ma anche della seconda metà dei Settanta. Ti vengono subito in mente Rainbow, Whitesnake, DIO, i Black Sabbath dell’«era Dio/Martin» e ovviamente, per come sono scritte frasi e composizioni, Dokken e Lynch Mob.
Jelusić sta sviluppando il suo carattere vocale. È incredibilmente potente, penetrante, sprigiona un’energia gigantesca mentre si arrampica su altezze diverse di linee vocali dal marchio inconfondibile e facilissime da ricordare, per tutto l’album. Sviluppa una potenza vocale enorme e la porta con leggerezza di piuma attraverso la melodia vocale. Allo stesso tempo, alla sua interpretazione si è agganciato con successo il carisma di Ronnie James Dio, David Coverdale, e ogni tanto saltano fuori associazioni anche con un Paul Rodgers. Inutile aggiungere che Jelusić dev’essere un grande fan di Jorn Lande. Ma attenzione: la voce, alla base, è tutta sua. Questa precisazione conta soprattutto perché la ricetta hard rock che Lynch si porta in giro nel mignolo della mano sinistra, per via delle caratteristiche vocali di Dino, tira parecchio di più verso le band citate nel primo paragrafo di questa recensione.
La ricetta hard rock su cui viaggia questo progetto suona «americana», cioè è sostenuta bene anche dal blues, cosa che può far drizzare le orecchie ai fan di gente tipo The Black Crowes, mentre chi conosce bene i Lynch Mob non resterà poi così sorpreso. Se la voce di Jelusić tirasse di più verso Plant, con tutte le frasi l’album ne uscirebbe più spinto, ogni tanto più alla Zeppelin, ma Jelusić, per fortuna, non è Oni Logan.
Che ci siano troppi pezzi e che l’album sia troppo lungo non c’è bisogno di sottolinearlo. Negli ultimi vent’anni è diventato quasi un mantra, quando si parla di questi «esperimenti» hard rock. I musicisti fanno fatica a selezionare il materiale, e questo finisce per fare più danni che benefici. Semplicemente, lo schema con cui si compone questo tipo di hard rock è «troppo stretto» perché i pezzi superino i quattro minuti e mezzo, e da lì al cadere nella trappola dell’«auto-ripetizione», del ricopiare le solite frasi, non ci vuole molto. L’album ha due pezzi di troppo. E se ci fosse stata un po’ di cernita del meglio del meglio, in una buona quarantina di minuti avrebbe acceso e ribollito ancora più intensamente. Ma pazienza. Se questo resta l’album unico del progetto, almeno così ci siamo presi tutta la musica possibile.
In produzione Lynch mantiene volutamente un suono spesso sporco, grasso e «croccante», tipico anche dei Lynch Mob. Un’ottima livella la porta il bassista Trevor Roxx, con il suo basso musicale e dal carattere penetrante.
Gli amanti della scuola classica dell’hard rock saranno entusiasti. Su questo non ci sono dubbi. Come gli amanti delle follie di George Lynch, che anche in questo album dimostra una creatività inesauribile e che non ti lascia mai a piedi. Ed è un bene. Gli appassionati sfegatati dell’hard rock classico si butteranno su questo disco a due mani e, diciamolo chiaro, è ottimo. Vero, c’è «troppa roba» (leggi: è troppo lungo), a tratti scricchiola e si piega sotto la furia che nasce dalla crescita di potenza di Lynch da una parte e di Jelusić dall’altra, ma proprio per questo, allo stesso tempo, esalta. Lynch, detto senza giri di parole, è di nuovo all’apice del suo genio per l’esposizione virtuosistica, tra trucchi raffinati di straordinaria abilità manuale, e intanto cura il teatro drammatico con i suoi soliti ghirigori pieni di spirito, che sa inserire solo lui e che modellano rigorosamente la natura riconoscibile del suo modo di suonare. Inoltre, per questo album Lynch ha preso in mano anche il timone della produzione, l’unica scelta sensata.
L’album ha, tra l’altro, un carattere atmosferico cupo. Suona drammatico. Suona sporco e bluesy, ma allo stesso tempo ha una dose di pomposità, proprio grazie all’eccezionale esecuzione vocale di Dino Jelusić. La chitarra di Lynch ha sempre avuto bisogno di una voce potente e autorevole al suo fianco. Stavolta l’ha trovata, e «Dirty Shirley» è una combinazione fenomenale di altissime virtù virtuosistiche ed esecutive, due musicisti di primo livello che, detta semplice, ti esaltano a ogni passo.
di: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Here Comes The King
2. Dirty Blues
3. I Disappear
4. The Dying
5. Last Man Standing
6. Siren Song
7. The Voice Of A Soul
8. Cold
9. Escalator To Purgatory
10. Higher
11. Grand Master
Formazione:
Dino Jelusić – voce, tastiere
George Lynch – chitarra
Trevor Roxx – basso
Will Hunt – batteria
