Dirty Skunks Fest 2018!

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Orto bar, Lubiana
Data del concerto: 19.01.2018

Ogni anno, ormai da un bel po’ di edizioni di fila, la depressione post-capodanno viene spedita nel dimenticatoio dal Dirty Skunks fest, che non è solo la festa del duo più attivo da noi nell’organizzazione di concerti, ma anche la festa della scena alternativa slovena o, se preferite, underground. Al Dirty Skunks fest, infatti, a giocarsi le proprie carte sono sempre le band slovene di metal, punk, hardcore e di tutte le loro derivazioni, spesso anche quelle che stanno accumulando solo i primi chilometri sui palchi. Quest’anno, a differenza dell’anno scorso, il Dirty Skunks fest si è svolto solo su due dei tre palchi dell’Orto, e si è rivelato un cambiamento logistico decisamente gradito, perché c’è stato molto meno correre avanti e indietro tra un palco e l’altro. In compenso, l’Orto scoppiava di nuovo di gente.

L’onore di far partire la carretta puzzolente è toccato quest’anno agli heavy metaller lubianesi Pyroxene, che l’anno scorso hanno pubblicato il loro EP di debutto e l’hanno presentato anche sul palco dell’Orto. L’inizio suonava promettente: il lento intro Helium 3 ha creato una bella atmosfera sinistra, anche grazie al cantante Jan, avvolto in una tunica nera e col volto coperto. Poi però, purtroppo, le cose sono un po’ scivolate verso il basso: la teatralità, con i continui crolli in ginocchio, era esagerata e probabilmente a risentirne è stata anche l’esecuzione, soprattutto le linee di chitarra, che più volte sono state palesemente sbagliate. Spero si sia trattato solo di una serata storta, perché i Pyroxene, soprattutto grazie all’ottima voce di Jan, non sono assolutamente da buttare.

Verso acque più oscure ci hanno portato i black metaller di Velenje Kholn, che hanno convinto con un’esecuzione cruda di un black metal dal suono old school, che non dispiacerebbe a gente come i Darkthrone e i vecchi cari Mayhem. I ragazzi erano affiatatissimi, la loro versione del black metal suona cattiva il giusto, ed è stato bello sentire dei blast beat suonati con precisione; il tutto è ravvivato qua e là da inserti melodici che ricordano i leggendari Dissection. Tra i punti a favore metto anche una voce eccellente e l’assenza dei corpse paint, che ha dato al tutto un tocco ancora più old school.

Hanno sorpreso positivamente anche i successivi sul più grande dei due palchi di quest’anno. Gli Amalgam sono composti da membri esperti di band come Armaroth, Raggalution, Didge e Mutism, e più o meno suonano proprio così. Ognuno ha portato dalla propria band madre le proprie influenze, e da tutto questo è riuscito a tirare fuori un insieme caotico, schizofrenico e progressivo che funziona sorprendentemente bene. Negli Amalgam si sentono influenze di band come Mastodon, Tomahawk, Mr. Bungle, The Dillinger Escape Plan, e il cuore sperimentale della band funziona alla grande. Camaleontica la voce di Filip, che accompagna bene le chitarre ora fluttuanti, ora monolitiche e incendiarie, mentre la sezione ritmica devastante mette la ciliegina sulla torta. Non vedo l’ora di sentire il disco in studio.

Purtroppo i Kreshesh Nepitash hanno annullato la loro esibizione, ma al loro posto sono saliti sul palco gli USiŁ. Il duo batteria e chitarra a otto corde ha provveduto, al piano di sopra e a volume altissimo, a una vera tortura sonica per i timpani, e un massiccio muro di suono ha scosso le budella per bene.

Hanno scosso con successo anche i leggendari groove metaller di Velenje Kaoz, che hanno spinto senza compromessi come se fosse il loro ultimo concerto. Il mix di Sepultura, Soulfly, Pantera e metal americano moderno è stato davvero devastante, e i Kaoz di un affiatamento pazzesco, cosa che ha notato anche il pubblico, riempiendo la sala del piano di sotto. Forse la voce di Đoko, per un genere così, avrebbe potuto essere un po’ meno urlata, ma è questione di gusti. In ogni caso, il ritorno in attività della band è una gran bella notizia, e spero che i ragazzi ci sorprendano con il successore del leggendario debutto del 2003.

Alla dose di punk hanno pensato i Virus, la parte concertistica della serata di venerdì nella sala di sotto l’hanno chiusa i folk metaller Avven, mentre la mia attenzione maggiore è andata al trio black metal Ater Era, che ha appena pubblicato il suo terzo album in studio, Clades, e con il brano d’apertura, March to Abysmal Void. Nonostante un suono un po’ peggiore, con un approccio piuttosto unico che comprende passaggi psichedelici, brani lunghi e un black metal dal suono complesso, gli Ater Era hanno dimostrato di essere tra le migliori band black metal di casa nostra, chiudendo meritatamente un altro Dirty Skunks fest!

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