Down to Earth

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 1974
Durata: 36:57
Voto: 4/5

Con un quinto album dal titolo tutt’altro che casuale, “Down the Earth”, i Nektar, leggendari rocker progressive britannici che per via delle tasse più basse hanno passato buona parte della loro carriera discografica in Germania, sono davvero “atterrati” per un attimo. Dopo quattro ottimi dischi space rock e il boom commerciale con il capolavoro “Remember the Future” (1973), che ovviamente era difficilissimo da replicare, hanno scelto una svolta netta di stile e di concept, allontanandosi il più possibile dalle atmosfere space rock degli esordi.

Una bella sorpresa, senza dubbio, per chi li seguiva fin dall’inizio, ma con risultati sorprendentemente buoni. I brani sono diventati più melodici e compatti, senza lunghe jam fiume. Così sono anche più corti e più numerosi (soprattutto rispetto al disco precedente, dove la title track occupava entrambi i lati del vinile). Nonostante le strutture più semplici dei singoli pezzi di “Down to Earth”, soprattutto grazie al chitarrista e cantante Roye Albrighton hanno mantenuto il loro suono inconfondibile e tutta la complessità ritmica. Alcuni esperimenti innovativi, come l’inserimento dei fiati, sono riusciti addirittura alla grande e regalano al disco un fascino jazzistico tutto particolare, cosa che nella loro carriera non si era vista così spesso. Un posto speciale spetta anche a certi inserti corali. Le caratteristiche chitarrate hard rock di Howden, le finezze più sottili con un uso abbondante del wah-wah e i raffinati passaggi sinfonici del suo compagno alle tastiere Alan “Taff” Freeman poggiano come sempre su una ritmica dinamica  firmata Moore/Howden, il che vuol dire che i Nektar classici, in questa fase della carriera, erano più vivi che mai.

L’unica critica, piccola piccola, va al concept dell’album, che sa un po’ di cheap: racconta in chiave scherzosa quello che succede durante uno spettacolo circense, come si capisce già dalla copertina stranissima, in cui i membri della band sono vestiti da circensi. I viaggi spaziali e gli incontri con creature aliene sono stati sostituiti in modo quasi radicale da clown, elefanti e acrobati. A tenere insieme il concept e a fare le presentazioni drammatiche dei vari pezzi ci pensa in modo convincente il cantante e scrittore di culto, purtroppo scomparso, Robert Calvert (ex-Hawkwind), che interpreta il direttore del circo. Tra gli interventi parlati in stile burlesco di Calvert, i testi spesso piuttosto spassosi e i tanti suoni dispettosi, questo è di gran lunga il disco più comico dei Nektar, anche se non mancano momenti molto malinconici, come si conviene a una vera band prog rock inglese (con residenza tedesca).

Uno dei grandi pregi dei Nektar è sempre stata la capacità di costruire, in modo graduale e drammatico, atmosfere diversissime con passaggi inattesi da un motivo all’altro, toccando senza fatica le corde più profonde di chi ascolta. Anche in questo “Down to Earth” non deludono, anche se ci sono meno momenti per perdersi in sogni ambient del solito. Tutti i brani sono come minimo solidi, e alcuni si possono tranquillamente mettere tra i classici dei Nektar. L’opener “Astral Man” è l’unico pezzo della loro storia ad aver scalato le classifiche radiofoniche, merito probabilmente della sua grande immediatezza. In uno dei loro brani più brevi hanno infilato un ritornello ipnotico con voci di accompagnamento eteree, poggiato su un semplice ritmo boogie sopra cui comanda un riff bluesy pieno di spirito.

A questa “santa semplicità”, comunque un solido riscaldamento, segue la splendida classica “Nelly the Elephant”, dove a far venire la pelle d’oca sono soprattutto i tanti spiritosi inserti di fiati, che si avvicinano parecchio alla scuola britannica del jazz rock fusion. Un assolo di chitarra eccellente si occupa del breve inserto improvvisato, mentre per quel pizzico di umorismo ci pensano le narrazioni di Calvert con tanto di accento tedesco marcato e il suono del barrito dell’elefante (ottenuto con una tromba). In “Early Morning Clown”, nonostante il titolo, abbiamo a che fare con il classico romanticismo dei Nektar, che riesce grazie a una melodia pastorale efficacissima di chitarra acustica e a maestosi inserti di moog. A regalare ancora un po’ di magia ci pensano poi le armonie vocali eteree.

“That’s Life” è il pezzo più lungo e anche il più complesso del disco, con un bel po’ di piacevoli armonie vocali, passaggi improvvisi in sezioni strumentali ramificate e cambi d’atmosfera efficaci. Le sezioni strumentali sono piene di abbellimenti ritmici jazz e funk, dove a tutto vapore regnano le linee di basso corpose di Howden e i massicci passaggi di batteria di Moore. Le polifonie melodiche portano di continuo un tocco etereo, mentre le percussioni sciamaniche nel finale fanno soffiare anche un venticello etnico. “Fidgety Queen” è un altro classico dei Nektar di prima categoria, che mette insieme con efficacia elementi di generi diversi. In primo piano c’è una melodia succosa, costruita su un riff hard rock autoritario, una base ritmica saltellante e una prova vocale piena di temperamento. Per una buona dose di vivacità ci pensano gli ottimi inserti di fiati.

“Oh Willy” è un altro ibrido interessante tra hard rock e jazz, che dopo un decollo iniziale d’impatto scivola in acque molto più malinconiche, per non dire romantiche. Albrighton non ha mai nascosto le sue radici chitarristiche blues, e lo dimostra ogni volta con il suo straordinario senso per i passaggi sentimentali. Questa dote emerge in modo particolare in “Little Boy”, che con la sua dolce melodia di chitarra acustica e il ritornello da spezzare il cuore è una delle ballate più belle della storia della band, con anche un forte messaggio lirico.

Nella classica conclusiva “Show Me the Way”, con un ritmo movimentato, vocalizzi maestosi e passaggi di chitarra di bravura, tornano a navigare in acque più complesse e scatenate, dove ancora una volta esce fuori la loro abilità nell’improvvisazione. All’inizio c’è un’atmosfera da bar con piano e ritmo boogie, che non promette granché, poi arriva un passaggio improvviso a una sezione dal colore più etereo con pattern ritmici funk. Dei passaggi di batteria drammatici tagliano la sezione sognante, dove oltre a sottili passaggi di chitarra e tastiere spicca anche la voce femminile di accompagnamento. A chiudere in modo riuscito, e soprattutto pomposo, lo spettacolo circense ci pensa “Finale”.

Con “Down to Earth”, dopo il tanto atteso exploit commerciale, i Nektar hanno fatto un salto coraggioso nell’ignoto, con un concept atipico  sul circo e qualche esperimento sonoro innovativo, e i frutti sono sorprendentemente buoni. Vuol dire che è ancora un album che si distingue per originalità di scrittura e di testi, ma che allo stesso tempo contiene tutte le finezze sonore inconfondibili dei Nektar. Senza l’ossessione di rifare un clone di “Remember the Future” e di capitalizzare facilmente il boom commerciale, hanno creato un disco interessante e vario che, nonostante l’assenza totale di temi spaziali, dimostra che erano un collettivo prog rock estremamente fantasioso e scaltro anche quando stavano con i piedi (un po’ più) per terra. Questa tendenza positiva all’avventura stilistica, mantenendo un suono riconoscibile da lontano, è proseguita anche nell’album successivo, “Recycled” (1975), con cui secondo molti fan hanno firmato il loro capolavoro definitivo.

Formazione

Roye Albrighton- voce, chitarra
Allan “Taff” Freeman – tastiere, voce di accompagnamento
Ron Howden – batteria, percussioni
Derek “Mo” Moore – basso, voce di accompagnamento
Mick Brockett – luci

MUSICISTI OSPITI:

P. P. Arnold – voce di accompagnamento
Phil Brown – basso tuba
Robert Calvert – narrazioni
Ron Carthy – seconda tromba
Kenneth Cole – voce di accompagnamento
Steve Gregory – sax tenore
Butch Hudson – prima tromba
Chris Mercer – sax baritono & tenore
Chris Pyne – trombone
Stephen Wick – tuba
Chipping Norton Mandies – coro (2-9)

Produzione

Nektar, Peter Hauke

Tracklist

1. Astral man
2. Nelly the elephant
3. Early morning clown
4. That’s life
5. Fidgety queen
6. Oh Willy
7. Little boy
8. Show me the way
9. Finale

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