Dream Theater : Dream Theater
Etichetta: Roadrunner Records
Data di uscita: 23.09.2013
Produzione: John Petrucci
Durata dell’album: 69.05 min
Genere: Progressive Metal
I Dream Theater, titani del progressive che con la loro sconcertante originalità, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno spalancato le porte alla futura fioritura del progressive metal, anche in età matura restano fedeli alla loro formula collaudata. Dopo due anni di pausa hanno pubblicato un nuovo album in studio, stavolta intitolato «Dream Theater». Di solito titoli così li portano i debutti, ma è più che evidente che la band, con questa scelta, volesse far capire chiaro e tondo che quello che porta il nuovo disco è ancora Dream Theater al 100%, anche senza Mike Portnoy in formazione, che la squadra è consolidata al 100% e più compatta che mai. E anche (la cosa più importante di tutte) che Mike Mangini sa suonare come Mike Portnoy ogni volta che ne nasce la voglia e il bisogno. Una montagna di rullate nei passaggi di raccordo dei brani del nuovo disco dimostra, tra le altre cose, proprio questo. Che tra Mangini e Portnoy si può mettere un segno di uguale, se la situazione lo richiede.
Se non altro, con «A Dramatic Turn of Events» (2011) dopo tanto tempo avevamo di nuovo un album dei Dream Theater più gentile con le orecchie, nel senso di arrangiamenti più facili da digerire, di quelli in cui la melodia ti resta in testa più a lungo. Per fortuna Jordan Rudess si è calmato del tutto con le sue soliste bestiali, che ancora su «Black Clouds and Silver Linnings» ti facevano scoppiare la testa con tutta la loro «stridula» violenza, un oceano di note riversato addosso all’ascoltatore, e riducevano in frantumi la compattezza che si cerca nei brani. Anche «Dream Theater» cammina quindi su un felicissimo crinale a metà strada tra complessità e ascolto accattivante, dove la band lascia di nuovo spazio a una melodia guida ben definita, che torna a prendersi il primato sugli altri elementi della musica dei Dream Theater.
Non ci crederete, ma la semplicità di un vero riff di chitarra, di quelli che nell’universo dell’heavy metal sono una costante, come viene presentata nel nuovo brano dei Dream Theater Behind the Veil, suona ancora più dolce. Per loro addirittura rinfrescante, anche se in sostanza si tratta di prendere in prestito roba già inventata. Una contraddizione che però accende! È bello che i Dream Theater, dopo tutte le cover di classici da Iron Maiden a Metallica, abbiano finalmente trovato un po’ di spazio per mettere in mostra anche loro, a firma propria, la semplicità di un riff di chitarra. Una roba che, nelle dosi giuste dentro gli arrangiamenti, era diventata sempre più rara nei loro album in studio dal 1999 in poi. Su «Train of Thought» (2003), invece, con quell’elemento «shredding da paura» avevano addirittura esagerato. Il fiore all’occhiello del contrasto artistico sull’album è Surrender To Reason. Un’ottima miscela di forme acustiche (l’intro), di un suono organico e caldo, sostenuto dal suono «alla Hammond» di Rudess, che richiama le suggestioni dei classici dei Kansas (la strofa), e di un ritornello melodico e rapace, che fa capire come i Dream Theater siano di nuovo tornati in modo fantastico a flirtare con il volto e le opere dei loro primi lavori in studio. Posso dire solo una cosa. Finalmente, ragazzi!
In parole semplici, l’album «Dream Theater» ha centrato in pieno l’equilibrio tra quello che questi ragazzi amano fare di più e quello a cui li costringe la realtà, che chiede logica e brani costruiti in modo compatto. Ancora una volta ci sono momenti in cui la band, con i suoi giochi di prestigio solistici estremi, veleggia sull’orlo dell’abisso del caos musicale, per poi, un attimo dopo, riprendersi con un senso affinato della melodia e riportare la situazione a un equilibrio espressivo gustoso, che fa sempre bene all’ascolto. Come dicevo.
L’intro «cinematografico» di poco meno di tre minuti è un trucco collaudato dei lavori passati. Segue, come da copione, un The Enemy Inside carico e ramificato nei suoi motivi, e poi arriva The Looking Glass, che è il primo assaggio di quello di cui si parlava poco fa. Il motivo d’apertura catapulta i «Dream Theater» agli esordi, e non è per niente esagerato dire che il tiro ricorda l’album «Images And Words»: Petrucci raddoppia persino le armonie in terze quando sottolinea la melodia, Rudess regge con le tastiere lo sfondo atmosferico e la voce di LaBrie, nella passione, torna finalmente a esprimersi a pieno regime. Due bellissimi brani, che camminano benissimo tra un dosaggio magistrale di vertigini improvvisative, cambi di ritmo fulminanti che nessun altro in questo universo riesce a mettere insieme e melodie che funzionano alla grande, sono The Bigger Picture e soprattutto Along for the Ride. The Bigger Picture all’inizio del quinto minuto porta la classica chiusura del motivo (con partenza verso un nuovo motivo), prodotta e suonata apposta in stile Queen (la tipica, stuzzicante «queenesca»). The Bigger Picture ha uno dei ritornelli più memorabili del nuovo album dei Dream Theater. Se invece bisogna scegliere il brano più adatto alle frequenze radiofoniche, in versione editata sarebbe senz’altro Along for the Ride, cosa che non succedeva dai tempi di I Walk Beside You, da «Octavarium». Il brano carico dell’escalation della forza dei Dream Theater, di quel loro incorreggibile scambio di improvvisazioni infuocate tra Petrucci e Rudess, sul nuovo album è incarnato dallo scatenato demolitore progressive Enigma Machine. Qui non ci si trattiene. Qui c’è solo un gioco puntato sull’estremo assoluto, come solo l’ultrasonico neoclassicismo dei Dream Theater sa servire. Ma attenzione. È un pezzo più impegnativo, radicalmente frammentato. Qui c’è spazio anche per il «continuum fingerboard» e per tutti gli altri scherzetti sonori di Jordan Rudess. Il pezzo funziona benissimo all’interno dell’album nel suo insieme: nonostante la frammentazione voluta e la difficoltà non spicca, perché è infilato tra brani ben più digeribili e, negli arrangiamenti, molto più solidi dal punto di vista melodico.
I Dream Theater hanno scelto una mossa simile a quella di «Octavarium» anche stavolta. La composizione più impegnativa e più complessa dell’album «Dream Theater» l’hanno tenuta da parte per la coda (che coda? diciamo piuttosto per l’ultimo terzo del nuovo lavoro). Si tratta dell’epopea di 22 minuti Illumination Theory, che accontenterà i fan più esigenti della band. Vi segnalo che verso i sette minuti abbondanti il brano comincia a «spezzarsi» in modo progressivamente più marcato e lì evoca la vecchia scuola delle forme di sviluppo retrò del buon vecchio rock, quello che una volta creavano gli Yes ai tempi di «Relayer» o della cerebralità di «T.F.T.O.». Insomma, un altro epico gigante, che offre una cavalcata dinamica di stati d’animo sulla cresta delle onde enormi dello spirito creativo dei Dream Theater (nell’età matura) e fonde con gusto complessità e ascoltabilità.
L’album è eccellente dall’inizio alla fine! E porta un titolo quanto mai significativo, «Dream Theater». Incarna praticamente tutto quello che i Dream Theater hanno creato finora. Allo stesso tempo è la prova dell’eccezionale forma della nuova formazione, con Mangini dietro alle pelli, che regala una prestazione alla batteria ancora più sciolta, ancora più pittoresca e ancora più mozzafiato rispetto all’altissimo livello con cui si era presentato per la prima volta nei Dream Theater sull’album «A Dramatic Turn Of Events» (2011).
Resta solo una cosa. Procuratevi questo album e masticatelo a dovere fino a febbraio 2014, quando i Dream Theater tornano a Lubiana per un nuovo concerto. Stavolta i ritornelli di tutti i brani vi resteranno in testa. Noi che aspettavamo che la band creasse di nuovo un album dal perfetto equilibrio tra complessità e contagiosità melodica, alla fine l’abbiamo avuto con «Dream Theater». Un album che alla band, dopo tutti i chilometri macinati e gli orizzonti musicali mostrati, e dopo che noi, disperati, avevamo detto chissà quante volte che i Dream Theater si erano ormai detti tutto artisticamente, è riuscito in modo straordinario. Un album di vera estetica artistica Dream Theater. Tutti gli elementi sono messi in risalto allo stesso modo, nessuno è offuscato dalla dominanza di un altro. Per questo è ancora più bello scoprire che possiamo di nuovo goderci anche la prestazione sensuale di James LaBrie, che finora era rimasto fin troppo spesso «soffocato» da tutto quel mostrare i muscoli degli eroi strumentali della squadra Dream Theater. LaBrie in questo album, vocalmente, letteralmente brilla!
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 9.0 / 10
Tracklist:
01. False Awakening Suite
I. Sleep Paralysis
II. Night Terrors
III. Lucid Dream
02. The Enemy Inside
03. The Looking Glass
04. Enigma Machine
05. The Bigger Picture
06. Behind The Veil
07. Surrender To Reason
08. Along For The Ride
09. Illumination Theory
I. Paradoxe de la Lumière Noire
II. Live, Die, Kill
III. The Embracing Circle
IV. The Pursuit of Truth
V. Surrender, Trust & Passion
Formazione:
James LaBrie – voce, cori
John Petrucci – chitarra cori
Jordan Rudess – tastiere, cori
John Myung – basso
Mike Mangini – batteria