Drivers Eyes

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: McDonald, Ian
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 1999
Voto: 3.5/5

Il primo album solista del leggendario polistrumentista Ian McDonald (attualmente membro dei 21 Century Schizoid Band) esce a quasi vent’anni dai suoi giorni da doppio platino e dal grande successo commerciale con i Foreigner, e a esattamente trent’anni dal suo indimenticabile debutto con i King Crimson sull’immortale “In the Court of the Crimson King” (1969). Il disco mescola le influenze di entrambe le band, e non è una sorpresa, visto che Ian è stato il membro creativo centrale (e fondatore) di tutte e due. A prima vista può sembrare una combinazione di stili strana, dato che le due band stanno praticamente sulle sponde opposte del mondo musicale, ma è proprio da queste cose che di solito escono i frutti migliori. Ian ha chiamato a collaborare solo nomi grossi, di quelli che contano nel rock progressive e nell’AOR: Gary Brooker (Procol Harum), Lou Gramm (ex-Foreigner), John Waite (ex-The Babys, ex-Bad English), John Wetton (ex-Family, ex-King Crimson, ex-Uriah Heep, ex-Roxy Music, ex-UK, Asia), Michael Giles (ex-King Crimson), Peter Frampton (ex-Herd, ex-Humble Pie), Steve Hackett (ex-Genesis, ex-GTR) e tanti altri. Con la maggior parte di loro aveva già lavorato in passato, e sul disco si sente. Per la prima volta dopo un sacco di tempo collabora anche con il suo vecchio compagno dei gloriosi giorni “crimsoniani”, Peter Sinfield (paroliere anche per gli ELP), che qua e là ha messo del suo con idee e testi. Secondo la maggior parte dei fan dei King Crimson, quei due erano l’elemento centrale che aveva creato la magia indimenticabile del loro primo album, e quando Ian se ne andò, innescando la prima valanga di cambiamenti nella band, non furono mai più la stessa band, ma iniziarono a cambiare in continuazione. La loro magia torna a vivere proprio alla fine del disco. Le parti vocali principali le canta Ian, e posso dire che ha una voce AOR molto solida, che mi ricorda un po’ Les Holroyd (Barclay James Harvest). In alcuni pezzi gli danno una “mano” anche Gramm, Wetton e Brooker. Sul disco emerge soprattutto la riuscita fusione delle ricche direzioni musicali di Ian: AOR, rock progressive, hard rock e jazz rock. Le sue influenze sono insomma sparse per tutto l’album, ma i risultati migliori arrivano di solito quando si butta su quello che sente più suo, l’art rock. Il materiale hard rock e AOR guadagna così in profondità grazie alla sua virtuosità a tastiere, flauto e sassofono e alla chitarra di Hackett, che domina gran parte del disco. D’altra parte, non ci sono lunghe epopee progressive, quindi Ian naviga per tutto il tempo da qualche parte nel giusto mezzo tra tutte le sue influenze musicali.

Il disco si apre con “Overture”, un breve strumentale vivacissimo e gioioso che non ricorda per niente le due band citate. Qui Ian mostra per la prima volta il suo virtuosismo alle tastiere. Si sente chiaramente anche la tipica chitarra di Hackett. In “In Your Hands” emergono per la prima volta le influenze hard rock/AOR di Ian, a cui però aggiunge sempre le sue tipiche spezie art rock, così il pezzo guadagna in profondità. Il riff centrale di chitarra ricorda perfino un po’ certe idee degli art rocker canadesi Saga. “You Are a Part of Me” è un altro ottimo esempio di rock melodico, che grazie ai vari passaggi strumentali di chitarra e tastiere non si annacqua mai in una delle tante canzoni simili. “Sax Fifth Avenue”, come dice il nome, è uno strumentale in cui lo strumento principale è il sassofono di Ian e dove dominano ottimi assoli proprio di sax. Il pezzo conquista soprattutto con la sua malinconia jazzistica e “piovosa”. Nella drammatica “Forever and Ever” il ruolo di cantante principale passa a John Wetton. La sua voce estremamente malinconica si sposa alla perfezione con il taglio sinfonico del brano. I brillanti assoli di flauto di Ian sono qui ottimi e dimostrano che è probabilmente uno dei flautisti più trascurati del rock. Qui per la prima volta, soprattutto per l’atmosfera e la voce, rivive in modo evidente anche quello “spirito crimsoniano” dell’era Wetton, quella dell’album “Red” (1974). L’hard rockeggiante “Saturday Night in Tokyo” è un pezzo di tutt’altro tipo e, con i suoi assoli di chitarra tiratissimi e il ritmo affilato, negli anni 80 sarebbe stata probabilmente un hit, anche se la voce “angelica” di McDonald non è proprio la più adatta (qui emerge per la prima volta il principale difetto della sua voce). Lo splendido strumentale “Hawaii” contiene una meravigliosa arpa a corde e, con la sua atmosfera idilliaca, evoca davvero l’immagine di una costa hawaiana in una notte di sera. “Straight Back to You” ha Lou Gramm alla voce, ma ciononostante, tranne forse nella prima parte, non suona come un tipico pezzo dei Foreigner. Soprattutto per il riff “crimsoniano” di Hackett e il sassofono di Ian. La parte strumentale poco prima del passaggio principale ricorda infatti più che nettamente il riff centrale del brano dei King Crimson e dell’album “Red” (1974). L’assolo di sax di Ian mi ricorda invece il suo lavoro su “One More Red Nightmare” (sempre da “Red”), dove aveva partecipato come musicista ospite. Hackett non è alla sua prima volta con la musica dei King Crimson su questo album: lui e Ian avevano già collaborato in passato al live album di Hackett “The Tokyo Tapes” (1999), dove suonavano sia i loro classici sia quelli dei Genesis. “If I Was” è una “power” ballad fatta apposta per la voce “angelica” di Ian e, con il suo tempo e la sincerità della voce di Ian, conquisterà tutti gli amanti del rock melodico. “Demimonde” è un bellissimo strumentale a medio tempo, costruito sulla chitarra di Hackett, sul sassofono di Ian e su voci di accompagnamento sullo sfondo. Il meglio del disco per tutti gli amanti dei King Crimson è senza dubbio la conclusiva “Let There Be Light”, dove rivive ancora quella magia autentica dei loro primi giorni, quella che, secondo la maggior parte dei fan della loro musica, riusciva a evocare solo il duo McDonald/Sinfield. Il pezzo ha infatti tutto ciò che distingueva i primi King Crimson: sinfonismo intenso con una montagna di mellotron, drammaticità e tensione. Si distingue solo per il testo di Sinfield, insolitamente ottimista. La voce di Brooker ci sta alla grande e Ian, forse a parte Lake o Wetton, probabilmente non avrebbe potuto scegliere un cantante migliore per questo pezzo. “Let There Be Light” è la prova artistica vivente che l’antica magia della combinazione McDonald/Sinfield, dopo tutti questi anni, funziona ancora ed è capace di evocare tutta la drammaticità che avevano i King Crimson originali. Questo pezzo potrebbe finire senza problemi sui loro primi due album. Per atmosfera si avvicina tantissimo all’indimenticabile capolavoro “Court of the Crimson King” (In the Court of the Crimson King, 1969) e a tratti suona davvero come uno dei loro pezzi dimenticati. Mi ricordo che quando l’ho sentito per la prima volta dal vivo dai 21 Century Schizoid Band (il gruppo formato da ex membri dei King Crimson di cui fa parte anche Ian) ero convinto che fosse un’opera dimenticata e mai pubblicata della band. Il motivo sono soprattutto i meravigliosi arrangiamenti orchestrali di Ian al mellotron, la voce misteriosamente malinconica di Brooker e il testo mistico di Sinfield. E quando il disco si chiude con questo pezzo, Ian ci lascia letteralmente affamati di qualcos’altro di simile!

Con “Drivers Eyes” Ian ha fatto una sorpresa splendida e ha creato un album complesso e vario, che allo stesso tempo ha abbastanza carica commerciale da piacere anche a chi giura soprattutto sulla melodia e sull’approccio diretto del rock melodico. Il disco è una combinazione davvero interessante dei migliori elementi del rock progressive sinfonico e dell’AOR, che sorprende per la riuscita fusione di elementi dei primi King Crimson e dei Foreigner, cosa che farà felicissimi soprattutto i fan di entrambe le band. Per questo “Drivers Eyes” è pensato in primo luogo proprio per loro. Ma farà contenti anche tutti voi che per caso vi ricordate ancora il “perduto” progetto di Ian “McDonald & Giles” (1971). Una trentina di anni fa “Drivers Eyes” avrebbe potuto ottenere con alcuni pezzi un bel successo commerciale, quando la maggior parte dei fan fedeli dei King Crimson, nel periodo in cui la band era in “pausa” temporanea, spasimava per qualsiasi cosa nuova legata al loro nome, visto che rientra tra i migliori lavori solisti di un ex membro della band. E a questo punto sorge anche la domanda: quando uscirà il prossimo album di Ian, se già “Drivers Eyes” è così bello?

Formazione

Ian McDonald – voce, fiati, tastiere, mellotron, cori

Musicisti ospiti:
Lou Gramm – voce
John Waite – voce
John Wetton – voce e cori
Mitch Weissman – voce
Ian Lloyd – voce
Gary Brooker – voce
Steve Hackett – chitarra e armonica a bocca
Hugh McCracken – chitarra
Peter Frampton – chitarra
G.E. Smith – chitarra
Maxwell McDonald – chitarra acustica
Kenny Aaronson – basso
Paul Ossola – basso
Stephen Gosling – pianoforte
Steve Holley – batteria e percussioni
Michael Giles – batteria, percussioni e cori
Park Stickney – arpa
Dan Coleman – Strings
Keith Underwood – flauto
Immanuel Davis – ottavino
Catherine Cho, Louise Owen, Time Summers, Patricia Sunwoo e Eva Burmeister – violini
Daniel Panner e Sheila Browne – viole
Matthew Herren, Alexis Gerlach e Edward Arron – violoncello

Produzione

Ian McDonald

Tracklist

1. Overture
2. In Your Hands
3. You Are A Part Of Me
4. Sax Fifth Avenue
5. Forever And Ever
6. Saturday Night In Tokyo
7. Hawaii
8. Straight Back To You
9. If I Was
10. Demimonde
11. Let There Be Light

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