Dying Fetus – dal grembo alla rovina! (2012)
Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Gala hala / Slovenia
Data del concerto: 10.10.2012
Presenze: 260
La stagione autunnale dei concerti nei club è in pieno fermento e una delle carovane live più attese è finalmente arrivata al suo momento. Il Gala hala ha partorito tra le doglie e spedito dritto dal grembo alla rovina il tour From Womb to Waste, guidato dai veterani americani del death metal Dying Fetus con il loro nuovo magnum opus Reign Supreme, accompagnati dai connazionali Job For a Cowboy, dai death/thrasher tecnici Revocation e dai brutal death metaller scozzesi Cerebral Bore.
Sul palco sono saliti per primi gli unici rappresentanti del Vecchio Continente della serata, i brutal death metaller scozzesi Cerebral Bore. Probabilmente non sarebbero nulla di che e nel diluvio di death metal passerebbero del tutto inosservati, se la band non fosse dominata dalla vocalist olandese, appena ventunenne, Simone »Som« Pluijmers, che già con le prime linee ringhiate ha dimostrato che dietro il suo aspetto apparentemente fragile si nasconde in realtà George »Corpsegrinder« Fisher. Un growl così non lo sentivo da un bel pezzo! Simone grugnisce come i cinghiali rabbiosi di Hannibal, quelli che hanno ridotto la faccia del tizio sulla sedia a rotelle a un colabrodo, e in generale la band, con il suo death metal brutale ispirato a zombie e schifezze varie, ricorda parecchio i Cannibal Corpse. Il che vuol dire che tutti i musicisti sono tecnicamente preparatissimi: il bassista Kyle Rutherford in particolare ha sciorinato un sacco di linee di basso in pieno stile »Alex Webster worship«, che ruggiscono come una macchina, e la band sa infilare anche inserti melodici ben studiati nelle sezioni brutali e »groovy«. Il nuovo singolo Horrendous Acts of Iniquity dal vivo suona alla grande e i Cerebral Bore si sono presi un meritato applauso fragoroso dal pubblico, che stavolta, nonostante fosse la prima band di supporto, contava già diverse decine di teste!
Per il proseguimento, ancora più tecnico ma meno brutale, ci hanno pensato i Revocation di Boston, che in pochi anni di vita sono diventati uno dei nomi più caldi del metal moderno. E quindi, oltre ai capitani del tour, anche il nome più interessante del lotto. A portare i Revocation tra le »stelle« è stato soprattutto loFantastico lavoro del chitarrista David Davidson, e c’era da aspettarsi che a farsi i trip e a venire (m)(d)ì orgasmi sulla band sarebbero stati soprattutto i patiti di chitarra. Ma i Revocation li possono ascoltare tranquillamente anche tutti gli altri: la band suona un mix di thrash e death metal dall’impostazione più moderna, e Davidson, oltre al ringhio thrash, si occupa anche di assoli spettacolari che spesso sanno perfino di blues e jazz. Nel suo modo di suonare Davidson mette insieme nomi come Hendrix, Mustaine, Van Halen e Vaughan, ma suona comunque originale e fresco. I pezzi vertiginosi della band sono dinamici e agili come un’istruttrice di yoga, e Davidson, con il chitarrista Dan Gargiulo, entrato in formazione due anni fa, ha finalmente trovato un partner almeno vagamente alla sua altezza. Anche la sezione ritmica non è affatto male, ma tutta l’attenzione se la prende davvero il fantastico Davidson, che non è un nome qualunque: molti lo piazzano tra i migliori nomi della chitarra metal moderna. Con un set furioso e suonato in modo aggressivo, i Revocation hanno lasciato a chi veniva dopo un compito davvero arduo.
E i Job For a Cowboy, con la loro linea sonora molto più noiosa, monotona e piatta, non sono riusciti nemmeno lontanamente a superare le due band che avevano suonato prima di loro. È vero che la cattiva fama della band dell’Arizona deriva soprattutto dalle radici nel deathcore, ma purtroppo anche i pezzi nuovi, che suonano sempre più death metal, non sono molto più di una lezioncina generica di questo genere. Gli Arizonesi all’inizio sembrano caotici e psicotici soprattutto per l’attacco vocale schizofrenico del cantante Jonny Davy, e grazie alla sezione ritmica rombante e alle linee di chitarra malate meritano pure un po’ di headbanging. Ma poi, purtroppo, il collo si blocca in fretta, perché i pezzi si somigliano troppo e l’abbaiare psicotico di Davy perde presto l’effetto che all’inizio funzionava. È bello sentire che i Job For a Cowboy si stanno lasciando alle spalle, piano piano, i noiosi elementi deathcore, ma purtroppo sono saltati sul treno del death metal molto in ritardo e nel death metal c’è un sacco di gente che li batte.
Tra questi ci sono proprio i capitani del tour From Womb To Waste, la leggendaria band death metal americana del Maryland, i Dying Fetus. La band si avvicina al ventesimo anniversario di attività, e solo grazie alla volontà instancabile dell’unico membro ancora originale, John Gallagher. In tutti questi anni in formazione sono passati così tanti membri che le dita non bastano per contarli, e oggi i Dying Fetus si esibiscono in trio. Cosa che però a Gallagher, Sean Beasley (basso) e Trey Williams (batteria) non si nota nemmeno un po’. Il trio ha infatti pubblicato a giugno di quest’anno uno dei dischi migliori della sua carriera in assoluto: Reign Supreme è un album così bbello che regge senza grossi problemi il confronto con i due gioielli della corona della band, Killing On Adrenaline (1998) e Destroy the Opposition (2000). From Womb To Waste è esplosa come una bomba e i Dying Fetus hanno dimostrato già dalle prime battute che in tre si può produrre il fragore del Big Bang. L’affiatamento della band è fenomenale, per gli errori con i Dying Fetus semplicemente non c’è spazio, anche se i ragazzi sanno essere maledettamente complessi. Stavolta è stato soprattutto Williams a finire in primo piano grazie al suono, e così si è potuta sentire benissimo tutta la gamma di stacchi elaborati fino al minimo dettaglio e la dannata velocità con cui picchia sulle doppie casse. A giudicare da quello che si dice, Trey nel tempo libero probabilmente va a fare trekking a Chernobyl e si porta a casa come souvenir degli arti in più. Gallagher, intanto, si è occupato di tritare e affettare con riff fantastici e assoli infernali, e Beasley gli è stato dietro senza fatica, con una destrezza incredibile, a colpi di basso “blunt force”, mentre i due hanno pensato anche a un demoniaco duetto vocale. I Dying Fetus riescono a fare con soli tre strumenti più rumore di un’intera orchestra sinfonica, e nonostante l’aggressività costante e il continuo sega-sega, grazie a strutture varie e dinamiche e a linee tecnicamente rifinite non diventano noiosi nemmeno per un attimo. Stavolta i Dying Fetus hanno curato anche un’ottima scelta dei pezzi, che arrivavano praticamente da tutti i dischi, e in particolare dall’attuale creatura blasfema Reign Supreme, che a fine anno finirà probabilmente in cima alla maggior parte delle classifiche dei migliori dischi metal dell’anno! I Dying Fetus non hanno perso tempo in chiacchiere inutili: sono arrivati, hanno suonato e se ne sono andati. E io, dopo il finale pazzesco con il classico Kill Your Mother, Rape Your Dog, mi sentivo esattamente come il pezzo nuovo: Subjected To a Beating!
Scaletta
DYING FETUS
- From Womb to Waste
- Schematics
- Your Treachery Will Die With You
- Procreate the Malformed
- Subjected to a Beating
- Epidemic of Hate
- Skull Fucked
- Tearing Inside the Womb
- Invert the Idols
- Fornication Terrorists
- In the Trenches
- Homicidal Retribution
—bis— - Pissing in the Mainstream
- Kill Your Mother, Rape Your Dog
JOB FOR A COWBOY:
- Entombment of a Machine
- Imperium Wolves
- Unfurling a Darkened Gospel
- Children of Deceit
- Tarnished Gluttony
- Regurgitated Disinformation
- Knee Deep
- Constitutional Masturbation
REVOCATION
- ReaniManiac
- Harlot
- Across Forests and Fjords
- Dismantle the Dictator
- Bound by Desire
- Conjuring the Cataclysm
- No Funeral
CEREBRAL BORE:
- Maniacal Miscreation
- Horrendous Acts of Iniquity
- Entombed in Butchered Bodies
- The Bald Cadaver
- 24 Year Party Dungeon
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