Echoes
Artista: Stauss, Anliker, Kayser, Vogt
Etichetta: Fazzul Music
Uscita: 1999
Voto: 4.5/5
Echoes è un disco guidato dal sassofonista svizzero Markus Stauss. Stavolta la formazione vede Stauss al sassofono, Oliver Vogt (anche negli Spaltklang) agli archi, Pit Kayser alle tastiere e Hans Anliker al trombone.
In realtà questo disco non ha poi chissà quanto materiale nuovo, visto che la maggior parte dei pezzi era già uscita su altri dischi. Markus Stauss ha avuto la furbata di rimettere mano a qualche brano degli Ulterior Lux, a pezzi dell’album New Duos and Trios e ad alcune idee dimenticate. Ha deciso che sarebbe stato divertente farlo con un ensemble da camera, e il risultato finale è di nuovo tutta un’altra cosa rispetto a qualsiasi altro disco di Stauss: incredibilmente originale e, allo stesso tempo, geniale.
Il primo pezzo era già uscito su New Duos and Trios, disco a cui aveva partecipato anche Markus Stauss. È stato scritto in ricordo di Oskar Giger. Questo brano mostra un altro lato di Stauss: meno jazz e più musica da camera, con influssi rinascimentali e altri elementi classici. Parte con un pianoforte delicato e un violino e suona stranamente classico. Quest’intro poi ritorna più avanti. Interessante anche l’assolo di trombone, che a un certo punto suona come un didgeridoo. OG è un pezzo bello vivace, anche se il tempo non è certo velocissimo.
Looking 4 (già uscita su un album degli Ulterior Lux) parte anch’essa in modo classico e lento, e anche stavolta è strano. Ogni tanto Stauss ci fa assaggiare un po’ della sua bravura al sassofono, il che crea una leggera atmosfera jazz. Il pezzo poi sconfina nel blues e finalmente sentiamo qualche tipica mossa da jazz rocker, tra sassofono e violino. Verso la fine la composizione torna al blues.
Il pezzo che dà il titolo al disco parte in modo molto avanguardistico, con un divertente duello tra gli archi e il trombone. Poi per un po’ è il trombone a prendersi la scena. Il resto della band rientra e torna all’intento iniziale: suonarci un po’ di classica e jazz d’avanguardia. La parte finale è un filo più sinistra, con un ottimo lavoro di violino e tastiere.
Deep Inside è un altro pezzo degli Ulterior Lux che è stato rielaborato. Questo era uscito ufficialmente su Adventures. Parte piano. Lo stile è un mix di jazz e classica. Stauss è splendido dall’inizio alla fine con il suo sassofono. Anche il violinista ci regala qualche momento notevole, mentre le tastiere creano un’atmosfera cupa al punto giusto.
Slow Waves ha un titolo azzeccato, perché il tempo è davvero lento, ma questo non toglie nulla alla sua bellezza. Nessuno strumento domina, anche se io mi godo un sacco sassofono e viola. Il pezzo è perlopiù classico, ma è di nuovo il modo di suonare di Stauss a metterci quel retrogusto jazz.
Another Sad Song era nata come collaborazione tra Stauss e il suo collega degli Ulterior Lux, Jean Chain. Parte con un bel violino e si trasforma in un bellissimo brano da camera. Ma Stauss non sarebbe Stauss se lasciasse le cose in pace. Salta fuori con il suo sassofono jazzato e rompe il flusso classico. Però il cambio è ben accetto! Poi il pezzo torna al suo intento originale, ma si sente di continuo che Stauss è irrequieto e si prepara all’assalto finale, che per miracolo non arriva mai. Un’altra sorpresa interessante!
L’ultimo pezzo è “rubato” a un altro album degli Ulterior Lux (Evergreen). Questa versione parte con l’introduzione in solitaria di Stauss al sassofono basso, poi si sviluppa in modo più classico. L’atmosfera è più cupa, ma forse è la cosa più bella del disco. Tutto è perfetto: il pianoforte delicato e la viola dolce, il trombone sullo sfondo e ogni tanto il lamento del sassofono di Stauss.
Ovvio che Echoes è tutta un’altra storia rispetto agli altri lavori di Stauss, ma questo non vuol dire che conti meno. Mi piace il feeling classico del disco. Mostra ancora meglio la profondità del talento di Stauss. Senza batteria e basso la musica è meno dinamica, ma è così bella che non riesci a staccartene. Questo tipo di musica da camera è pane per i miei denti. A tratti la musica è proprio classica, ma Stauss non ti lascia mai dimenticare le sue radici jazz rock. È lui a metterci la maggior parte delle parti jazz, anche se ogni tanto pure gli altri gli danno una mano. Si potrebbe dire che è il tentativo di un jazzista di comporre musica classica? Comunque sia, il mix di musica da camera, jazz, folk e avanguardia fa sì che Stauss abbia creato un altro classico.
È difficile isolare un solo membro della band. Qui sembra proprio un lavoro di squadra. La musica è molto a fuoco e composta con astuzia. Stavolta il modo di suonare è più rigoroso e immagino che gli spartiti abbiano avuto un ruolo più importante, con le improvvisazioni molto più rare. Qui funziona alla grande. La musica non sembra scorrere libera come nei progetti jazz di Stauss, ma va bene così. I pezzi sono così forti che ascoltare il disco è un’esperienza fuori dal comune. La musica è intensa, brillante, divertente e capricciosa, nonostante la mancanza di assoli continui.
Echoes è un altro disco che ogni fan di Stauss deve avere. Faccio davvero fatica a immaginarlo mentre fa un brutto disco. Ogni suo progetto ha qualcosa che ti tira dentro, e ognuno è diverso dall’altro. Così non sai mai cosa aspettarti, e anche stavolta lo dimostra. Questo disco forse è passato un po’ inosservato anche tra i fan di Stauss, perché oscurato dal suo lavoro negli Ulterior Lux, negli Spaltklang e nei Trank Zappa Grappa in Varese, ma quanto a pura bellezza musicale, potrebbe essere il mio disco preferito di Stauss. Un disco bellissimo per farsi un tuffo dentro la propria anima.
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Echoes è un disco guidato dal sassofonista svizzero Markus Stauss. Stavolta la formazione vede Stauss al sassofono, Oliver Vogt (anche negli Spaltklang) agli archi, Pit Kayser alle tastiere e Hans Anliker al trombone.
In realtà questo disco non ha poi tanto materiale nuovo, perché la maggior parte dei pezzi era già uscita su altri dischi. Markus Stauss ha avuto la furbata di rielaborare alcuni brani degli Ulterior Lux, dell’album New Duos and Trios e qualche idea dimenticata. Ha deciso che sarebbe stato divertente provarci con un ensemble da camera, e il risultato finale non somiglia a nessun altro disco di Stauss: di nuovo totalmente originale e geniale allo stesso tempo.
Il primo pezzo si era già sentito su New Duos and Trios, disco a cui aveva partecipato anche Markus Stauss. È stato scritto in memoria di Oskar Giger. Il brano mostra un lato diverso di Stauss: meno jazz e più musica da camera, con qualche elemento rinascimentale e altri elementi di musica classica. Parte con un pianoforte e un violino delicati e suona stranamente classico. Più avanti quest’intro ritorna. C’è un segmento interessante al trombone, che suona come un didgeridoo. OG è un pezzo piuttosto dinamico, anche se il tempo non è altissimo.
Looking 4 (già uscita su un album degli Ulterior Lux) parte di nuovo in modo molto classico e lento, e di nuovo è strano. Ogni tanto Stauss ci fa assaggiare la sua abilità al sassofono, creando un leggero feeling jazz. Poi il pezzo vira sul blues e finalmente sentiamo qualcuna delle tipiche movenze jazz rock di Stauss, tra sassofono e violino. Nella parte finale il brano torna al blues.
Il pezzo che dà il titolo al disco parte in stile avanguardistico, con un divertente botta e risposta tra gli archi e il trombone. Poi per un po’ il trombone prende il comando. La band rientra in scena e torna allo scopo originale: suonarci un po’ di classica e jazz d’avanguardia. La parte finale è un po’ più sinistra, con un bel lavoro di violino e tastiere.
Deep Inside è ancora un altro brano preso dagli Ulterior Lux e rielaborato. Questo era uscito in origine su Adventures. Il pezzo parte piuttosto lento. Lo stile è un mix di jazz e classica. Stauss brilla dall’inizio alla fine con un ottimo lavoro al sassofono. Anche il violinista ci regala delle belle parti, mentre le tastiere creano un’atmosfera scura che ci sta tutta.
Slow Waves ha un titolo azzeccato perché è davvero lenta, ma questo non le toglie bellezza. Nessuno strumento domina, anche se io adoro il lavoro di viola e sassofono. Il pezzo è perlopiù classico, ma è di nuovo il modo di suonare di Stauss a metterci un tocco jazz.
Another Sad Song era in origine una collaborazione tra Stauss e il suo compagno degli Ulterior Lux Jean Chaine. Parte con un bel lavoro di violino e poi si trasforma in un bellissimo brano da camera. Però Stauss non sarebbe Stauss se riuscisse a lasciar stare le cose. Salta in primo piano con un sassofono jazzato e rompe l’atmosfera classica. Un cambio benvenuto! Il pezzo poi torna al suo intento pacifico originale, ma senti che Markus è già irrequieto e si sta preparando all’assalto finale, che incredibilmente non arriva mai. Un’altra sorpresa interessante!
L’ultimo pezzo è di nuovo preso da un album degli Ulterior Lux (Evergreen). Questa versione parte con l’introduzione in solitaria di Stauss al sassofono basso, poi il brano si sviluppa in modo più classico. L’atmosfera è molto cupa in questa versione, ma forse è il pezzo più ossessivamente stupendo del disco. Tutto funziona alla perfezione: il pianoforte e la viola delicati, il sostegno del trombone e il lamento occasionale che arriva dal sassofono di Stauss.
Ovviamente Echoes è un progetto molto diverso dagli altri lavori di Stauss, ma questo non vuol dire che conti meno. Adoro il feeling classico del disco. Mostra solo una profondità in più del talento di Stauss. La musica è meno dinamica senza batteria e basso, ma è così bella che non riesci proprio a staccartene. Adoro questo tipo di musica da camera. A tratti la musica è proprio classica, ma Stauss si assicura che non ci dimentichiamo delle sue radici jazz. È lui a suonare la maggior parte delle parti jazz, anche se ogni tanto il resto della band gli dà una mano. Possiamo dire che è il tentativo di un jazzista di comporre brani classici? Comunque sia, la fusione di musica da camera, jazz, folk e avanguardia fa di questo un altro classico di Stauss.
È difficile per me isolare un solo membro del gruppo. Sembra proprio un lavoro di squadra. La musica è estremamente a fuoco e composta con astuzia. Stavolta il modo di suonare è più rigoroso e immagino che gli spartiti abbiano avuto un ruolo più importante, con le improvvisazioni rarissime. Qui funziona benissimo. La musica non sembra scorrere libera come nei progetti jazz di Stauss, ma anche questo va bene. I pezzi sono così forti che ne esce un’esperienza meravigliosa. La musica è intensa, brillante, divertente e capricciosa anche senza assoli continui.
Echoes è quindi un altro acquisto obbligato per tutti gli appassionati di Stauss. Davvero faccio fatica a immaginarlo mentre fa un brutto disco. Ognuno dei suoi progetti ha qualcosa che ti tira dentro, ed è totalmente diverso dagli altri. Per questo non sai mai cosa aspettarti, e anche stavolta lo dimostra. Forse è passato sotto il radar persino dei fan di Stauss perché oscurato dal suo lavoro negli Ulterior Lux, negli Spaltklang e nei Trank Zappa Grappa in Varese, ma quanto a pura bellezza musicale, questa potrebbe essere la mia uscita preferita di Stauss. Un disco bellissimo per fare un po’ di introspezione.
Formazione
Markus Stauss – sassofoni
Hans Anliker – trombone
Pit Kayser – tastiere
Oliver Vogt – viola & violino
Produzione
Markus Stauss
Tracklist
1. OG
2. Looking 4
3. Echoes
4. Deep inside
5. Slow Waves
6. Another Sad Song
7. Perpetuum 4