Eki Alilovski (Mary Rose) sulla ristampa e sui trent’anni dell’album di debutto cult “Rocks Off”

MARY ROSE 1990 (fotoarhiv skupine)
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Ci sono album e album. Ci sono band e band. Ed erano gli anni Ottanta. Quegli anni Ottanta che travolsero anche la Slovenia, trascinandola in un vivace movimento hard rock e heavy metal, che nella seconda metà del decennio portò anche alla nascita della formazione hard rock di Postojna, i Mary Rose. Nel 1990 pubblicarono il loro album di debutto in studio «Rocks Off». Un disco uscito allora su cassetta, che oggi è una vera rarità e un album hard rock di culto, nonché uno dei gioielli della corona dell’era rock vissuta dall’ex stato comune jugoslavo e, con esso, dalla Slovenia. Un quintetto di giovani puledri ambiziosi, che in quel periodo volevano dare il meglio di sé, godersi il momento e divertirsi, nella formazione Franci Tominšek (voce), Eki Alilovski (chitarra), Jure Škodič (basso), Primož Ogrizek (tastiere) e Mitja Šabec (batteria), e che in realtà non si rendevano nemmeno ben conto che, con tutto quell’entusiasmo spavaldo, avevano creato un disco destinato a diventare un pezzo importante della storia della scena hard rock e heavy metal slovena. E non solo. I ragazzi ammiccavano alla grande anche al glam metal che andava per la maggiore in quegli anni. Non sono pochi quelli che ancora oggi dicono che “Rocks Off” è il miglior disco hard rock e glam metal sloveno di tutti i tempi!

In occasione della ristampa dell’album, che a novembre, a trent’anni dall’uscita ufficiale, avrà per la prima volta nella storia anche il vero CD e il vinile, abbiamo fatto due chiacchiere con il creatore della band, il principale visionario e ingranaggio trainante, cioè il chitarrista e compositore Eki Alilovski.

Mary Rose – studio Tivoli 1990, da sinistra a destra: Jure Škodič (basso), Eki Alilovski (chitarra), Franci Tominšek (voce), Primož Ogrizek (tastiere), Mitja Šabec (batteria)

«Rocks Off» è oggi considerato uno dei pilastri su cui poggia una parte della scuola slovena di hard rock e heavy metal. Ci è voluto parecchio perché succedesse quello che aspettavamo da anni. Il vostro debutto ha finalmente avuto la sua ristampa.

Sì, evidentemente alla fine anche per noi il sole si è messo al posto giusto per illuminarci. La cosa curiosa è che già da un po’ ricevevo un sacco di posta, e va avanti così da parecchi anni, con domande su quando si potrà avere l’album «Rocks Off» su CD o dove si può trovare. Un bel po’ di domande del genere arrivavano anche dall’estero, per esempio, tra l’altro, da Brema, in Germania, dove un negozio di musica mi aveva scritto chiedendo se avessi qualche copia, perché volevano comprare 50-60 CD. Quanto all’etichetta ZKP RTV SLO, ero convinto che per una ristampa non sarebbero mai stati interessati. Lo sai com’è oggi, no? Di solito devi metterci di tasca tua una bella sommetta perché una cosa del genere si realizzi. Quando sono andato in etichetta, ci sono andato con l’intenzione di chiedere il permesso di occuparmi io stesso della ristampa di «Rocks Off». I proprietari delle registrazioni sono loro, infatti. Quando abbiamo iniziato a parlarne, con me c’era anche Jernej Vene, che mi ha aiutato parecchio in tutto questo, è venuto fuori che alla ZKP RTV SLO avevano già pensato di pubblicare una ristampa di «Rocks Off», sia su CD che su vinile, per il cinquantesimo anniversario dell’etichetta. Il loro cinquantesimo coincideva con il trentennale di «Rocks Off». Io contavo solo sulla ristampa in CD. Be’,  con mia grande sorpresa, è stata proprio l’etichetta a proporre di fare anche la versione in vinile.

Come vedi l’album «Rocks Off» a trent’anni di distanza? Che cosa rappresenta e che cosa significa per te oggi? Anche a livello personale, come tappa del tuo percorso musicale?

Prima dei Mary Rose suonavo nei Črna gradnja. Con loro non abbiamo mai pubblicato niente. Tutto è cominciato al mercato di Lubiana nel 1987, quando ho incontrato Frenk (Franci Tominšek, n.d.r.). Frenk allora era nei M.A.S.H., io nei Črna gradnja. Avevamo tempo e abbiamo cominciato a metterci d’accordo per registrare un pezzo insieme e provare a partecipare con quello a Pop Delavnica. Ma non se n’è fatto niente. Comunque, quando nel 1988 il batterista Mitja Šabec è tornato dal militare, la squadra per la band ha cominciato piano piano a formarsi e abbiamo deciso di registrare un disco insieme. I pezzi li abbiamo scritti tra il 1988 e il 1989 e li abbiamo provati in tre o quattro concerti, perché volevamo vedere come attaccavano con il pubblico. All’epoca non avevamo nemmeno un nome. La risposta è stata ottima, e ci ha dato le ali per andare a registrare. Quando finisci un album, per un po’ non riesci ad ascoltarlo. Almeno per me è così, e non so nemmeno perché. Di solito il musicista si immagina una versione che vuole sul disco e alla fine si ritrova con qualcos’altro. Soprattutto per quanto riguarda la produzione. Ogni volta che ascolti un album pensi: ‘Ah, qui avrei potuto aggiungere questo e quest’altro, provare quella cosa lì…’ Ma era evidente che avevamo fatto un bel disco. Strano, io per tantissimo tempo non l’ho ascoltato, ma quando incontravo la gente e ci parlavo, tutti elogiavano «Rocks Off». In pratica nessuno aveva appunti o critiche da fare, e la gente ne parlava con entusiasmo. Questo alla fine mi ha convinto a rimetterlo su e a trovarci davvero delle qualità. Okay, all’epoca era già uscito «Eat ‘Em and Smile» di David Lee Roth, girava Panama dei Van Halen, che per il 1988 e per noi era un livello praticamente irraggiungibile, ma comunque. Per il livello della Slovenia, mi sembra che in quel periodo avessimo fatto un disco molto buono. Quando oggi ascolto questo album, mi risveglia dentro quello slancio, quel battito dell’epoca, un grande entusiasmo e un’attesa che mi accompagnavano allora. Tutto questo mi servirebbe anche oggi. Lo sai. Erano tempi in cui il positivismo ribolliva: ‘Il sole splende, rock ‘n ‘roll, birra, donne, azione.’ La musica si faceva così, allora. Per noi era tutto un grande divertimento. Con la differenza che provavamo tantissimo. Abbiamo dimostrato una bella dose di dedizione.

Siete esplosi sulla scena proprio quando le grandi major investivano ancora un sacco di soldi nella scena glam metal e hard rock. Siete arrivati più o meno al culmine di quel movimento.

Sì. E poi usavamo testi in inglese. Per questo ci paragonavano direttamente alle band straniere. Era lusinghiero, però era davvero dura stare al passo con i gruppi stranieri. Il momento era quello giusto. Facevamo anche tanti concerti, pure nei più grandi locali sloveni.

Chi ha avuto l’idea del nome Mary Rose, o meglio, come ci siete arrivati?

Quando abbiamo finito di scrivere l’album, Marko Milharčič, che aveva una sala, ci ha proposto di salire sul palco il prima possibile. Dovevamo testare come funzionavano i pezzi. Un nome però non c’era. A quel concerto siamo partiti con il nome Firefox. In quel periodo in TV davano un film di Clint Eastwood, che ci aveva ispirato nella scelta di quel nome. Il live era andato bene, ma il nome non ci convinceva.  Ti ricordi le vecchie riviste musicali jugoslave, tipo Rock, Rock 82 e Džuboks? Ecco, quel Rock che poi è diventato Rock 82 e usciva come supplemento del Politikin zabavnik. Aveva un formato particolare. La larghezza della pagina era la metà di quella di un A4. Dentro c’era la rubrica ‘Nel giorno di oggi’ e un giorno, mentre sfogliavamo un numero di quella rivista nella nostra sala prove, in quella rubrica c’era anche qualcosa sulla flotta di navi da guerra della Marina Reale, la Mary Rose, e così via… Non c’era nemmeno modo di tradurlo. Mary Rose lo capiva comunque chiunque. Anche se noi non sapevamo nemmeno cosa fosse di preciso. Allora non c’era internet. Il conio ci sembrava abbastanza rock e così abbiamo avuto il nome.

Mary Rose studio Tivoli 1990 da sinistra a destra: Franci Tominšek (voce), Primož Ogrizek (tastiere), Eki Alilovski (chitarra), Jure Škodič (basso), Mitja Šabec (batteria) – archivio fotografico della band

Che ne dici di quella prima formazione? In tempi relativamente brevi siete riusciti a tirare fuori il debutto.

I Mary Rose sono nati nel 1988. Allora avevo 25 anni. I 25 anni di oggi sono come i 18 di allora. Oggi la gente comincia a suonare gli strumenti molto prima. Io ho cominciato solo a 18 anni. All’inizio «strimpellavo» un po’ la batteria, poi per una serie di circostanze sono passato alla chitarra. Ma fin da subito era chiaro che volevamo un nostro disco. Quella formazione era molto diligente e impegnata. Provavamo due o tre volte a settimana. Nessuna delle formazioni successive ha avuto la stessa voglia di registrare un album come la prima. Non dico che quelle dopo fossero peggio o meglio della prima in fatto di talento, ma una spinta così non l’ha mostrata nessuna formazione successiva della band. Quando curioso sul sito Heavy Harmonies e vedo che l’album «Rocks Off» ha lo stesso voto di «Prisoners In Paradise» degli Europe, uscito nello stesso anno, per me è un riconoscimento davvero lusinghiero. Lì puoi leggere anche i commenti dei lettori, tra cui, tra l’altro: ‘Peccato che la band non abbia operato in America, perché aveva un enorme potenziale.’ e roba simile… In quel periodo eravamo una delle poche band, se non l’unica band slovena, a suonare dal vivo rigorosamente solo musica propria. Tutti gli altri facevano cover. Noi non volevamo, soprattutto agli inizi. Mi era chiaro che se alla fine dei nostri concerti avessimo suonato una cover di qualche Van Halen, poi al concerto nessuno si sarebbe ricordato di pezzi come i nostri Action e She’s Run Away. Ci siamo ostinati a lungo su questa linea, anche con la formazione successiva.

Come arrivavate alle informazioni musicali negli anni Ottanta? Per l’epoca eravate piuttosto ben informati sulle novità del mondo del rock’n’roll?

Nelle riviste Džuboks e Rock c’erano tante informazioni utili. Quando ero ancora un ragazzino lavoravo al mercato, dove aiutavo mia madre. All’epoca avevamo anche un negozio di frutta e verdura, e io frequentavo la scuola nautica. Quando mi capitò tra le mani un numero di Džuboks con Joe Satriani in copertina, dissi a mio padre: ‘Vecchio. Io non starò tre ore al mercato.’ Mi misi in macchina, andai dritto a Trieste, girai dieci negozi e tornai con il nuovo disco di Satriani, che era uscito da appena 14 giorni. Nella band avevamo il bassista Jure Škodič, che lavorava anche lui dal padre e lo mandavano alle fiere dell’artigianato in Germania. Lui all’epoca portava a casa un sacco di album recenti dalla Germania. Tra l’altro anche degli UFO, che sono uno dei miei gruppi preferiti. Michael Schenker ed Eddie Van Halen sono i chitarristi che amo di più. Prima c’erano stati Eric Clapton, Rory Gallagher e Jeff Beck. Quei tre li studiavo già alle elementari. Sono i chitarristi con cui ho imparato a suonare. Mettevo il disco sul piatto e suonavo insieme. Mi hanno influenzato molto anche Led Zeppelin, Deep Purple e Uriah Heep. E Jure aveva tutti quei dischi a casa. Però noialtri dovevamo prima aspettare che li ascoltasse lui, per poterceli poi farceli prestare. Okay. Alcuni album uscivano anche in Jugoslavia, ma noi avevamo la fortuna che Jure ogni volta si portava dietro dalla Germania 30 dischi, tra cui un sacco di roba che alla Jugoton non era mai uscita, o era stata stampata parecchio più tardi, dopo l’uscita ufficiale. Trieste era vicina. Quando mi arrivava una soffiata, ci schizzavo subito. Mi ricordo, si scriveva il 1981-82. Avevo appena cominciato a suonare la chitarra. C’era una discoteca che si chiamava Jama. Una sera, quando ci sono entrato, il DJ stava mettendo su Mean Street dei Van Halen. All’epoca non avevo idea di chi fossero i Van Halen. Dovevo subito scoprirli. Mi sono procurato in fretta anche una chitarra Kramer. Così a casa avevo due chitarre: la Flyin’ V di Michael Schenker e la Kramer di Eddie. 

Dietro il nome dell’album «Rocks Off» c’è anche qualche storia particolare?

Il titolo dell’album se l’è inventato Frenk. Credo che c’entrino i Def Leppard. I Def Leppard hanno un pezzo con un titolo così. Noi non avevamo nessuna idea particolare e quando Frenk, a un incontro, se n’è uscito con ‘Rocks Off’, la proposta ci è suonata molto azzeccata.

Poi c’è quella storia dei nastri ‘master’ perduti…

Ah, quella riguarda già il nostro secondo album.

Eh, meglio non saltare avanti …

No, no. Te la racconto. Aco Razbornik, mentre registravamo il secondo album, si stava separando dalla moglie di allora. Un giorno lei è piombata in studio su tutte le furie, ha preso una decina di bobine con la musica registrata e se le è portate via. Lo studio è andato a fuoco e noi eravamo convinti che i nastri ‘master’ fossero spariti per sempre. Poi, non molto tempo fa, mi ha chiamato Aco dicendo che i nastri erano saltati fuori. Uno era bruciacchiato, ma salvato, l’altro evidentemente era rimasto tutti questi anni dall’ex moglie di Aco. Aco mi ha detto: ‘Se mi porti cinque sacchi, ti do i nastri, altrimenti questi pezzi li diamo ai Kantor, che allora erano guidati dal ‘Popdesignovec’ Tone Košmrlj. Così loro userebbero questi pezzi per il loro album.’ Allora ho venduto in fretta la Golf per arrivare a quel nastro. Io e Sandi (l’attuale tastierista dei Mary Rose, Sandi Trojer, n.d.r.) abbiamo messo tutto su computer e abbiamo cominciato a mixare. E la ZKP RTV SLO ha avuto perfino l’idea di pubblicare un doppio album. Ci sarebbero stati insieme «Rocks Off» e il nostro secondo album. Ma sono due cose separate. Due periodi distinti, con storie distinte. Non sarebbe stata una mossa intelligente.

Quindi anche il materiale per il secondo album è nato molto in fretta.

Appena abbiamo chiuso le registrazioni di «Rocks Off» e l’album è uscito, abbiamo fatto un sacco di concerti. Sono arrivati a poco a poco gli attriti, succedevano cose di cui avremmo dovuto parlare subito, risolverle subito, e invece non l’abbiamo fatto. Ed è un peccato. Eravamo giovani, non avevamo senso degli affari, non avevamo un manager che ci spingesse avanti e ci aiutasse con dei consigli, … Subito dopo «Rocks Off» nella mia testa ‘suonava’ già il disco successivo. Ecco, qui ha cominciato a complicarsi tutto. Non eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Alcuni volevano andare avanti, altri no.

Di quali brani di «Rocks Off» sei particolarmente orgoglioso? Quali metteresti in evidenza?

Se me l’avessi chiesto trent’anni fa, ti avrei sicuramente risposto in modo diverso. Per esempio Dead Dog Blues, che è più ‘alla Van Halen’, poi Fever… Nella ristampa usciranno tre pezzi extra che non sono mai stati pubblicati. Comunque è difficile mettere in evidenza dei pezzi a livello individuale. Ognuno ha la sua storia, la storia di quel periodo. Prendi il brano Hold On Baby. Sai, quel pezzo è un po’ alla TNT. Ogni volta che lo suonavamo in sala prove c’era tanta eccitazione e tanto entusiasmo che volevamo rifarlo ancora una volta. E ancora una volta. Era un tale piacere suonarlo. E ogni volta la sensazione era diversa.

Mary Rose – “Rocks Off” (ristampa in CD e vinile con copertina e logo aggiornati)
Mary Rose – ‘Rocks Off’ (ristampa in CD e vinile – retro della copertina)

Immagino che “Rocks Off” abbia avuto anche una rinfrescata sonora?

Sì. È stato fatto un nuovo mastering. Lo ha realizzato Jadran Ogrin allo studio York, a Dekani. Ha dato una tirata a batteria e bassi, ma in sostanza ha lasciato il suono del disco il più intatto possibile. Per assaggio mi ha mandato un pezzo e quello che ho sentito mi ha soddisfatto.

Come sei diventato un chitarrista con una tua identità, partendo proprio dall’inizio?

Un giorno ti farò ascoltare una registrazione con i Črna gradnja del 1983. All’epoca ero totalmente fissato con gli Iron Maiden. Avevo appena cominciato a suonare la chitarra. Lo sai. Prima impari a suonare «Smoke On The Water» su una corda sola. Molto presto mi è stato chiaro che volevo scrivere musica mia. Anche quando ascoltavo un pezzo sul piatto, poi non andavo a rifarlo alla chitarra. Se cominci a farlo, soprattutto quando un artista ti piace, rischi di cadere subito sotto la sua influenza.

E chi ha creato la copertina di «Rocks Off»?

L’azienda Nimbus di Kranj. Lì si è dato parecchio da fare Frenk. Allora le copertine degli album erano molto importanti. Be’, lo sono anche oggi. Nella ristampa dell’album c’è invece un logo diverso. Un logo nuovo. Avevo studiato nei minimi dettagli, nella mia testa, come volevo che fosse la nuova copertina, quindi me ne sono occupato interamente io, a mie spese. Anche all’etichetta hanno elogiato la copertina, quindi è un’altra prova che dev’essere davvero molto bella.

Parliamo ancora un po’ di attività promozionali. Come celebrerete i Mary Rose i trent’anni dall’uscita del debutto?

Sì. Anche su questo ho già studiato tutto. Ho in testa perfino il titolo dell’evento: ‘Back to the Future’. Un concerto per il trentennale a cui parteciperebbero tutti i musicisti che hanno fatto parte dei Mary Rose. Delle formazioni passate, così come i membri di quella attuale. L’evento lo aprirebbe l’ultima formazione, cioè quella attuale, e lo chiuderebbe la prima. Partiremmo con l’album «Resničen svet» e finiremmo con l’album «Rocks Off». Per il gran finale il pezzo Action lo suonerebbero tutti insieme. Con il comune di Postojna mi sono già messo d’accordo per avere la sala per due giorni. Il concerto, ovviamente, verrebbe anche registrato. Poi è arrivata la pandemia, i ‘lockdown’ e una situazione in cui tutto si è fermato.

Comunque la cosa interessante è che quest’anno mi stanno succedendo cose molto simili a quelle di trent’anni fa. Le cose rimaste a metà evidentemente devono essere portate a termine. Così è anche con il materiale per il secondo album. Speriamo che si realizzi pure quello. All’etichetta hanno detto che il secondo album non possono ancora pubblicarlo quest’anno, ma possono l’anno prossimo. Vedremo.

Puoi raccontarci qualche dettaglio dei concerti dell’epoca di «Rocks Off» e degli eventi legati a quel periodo che ti sono rimasti particolarmente impressi?

Il tour con i Parni Valjak, con circa 30 concerti suonati. Un giorno mi arrivò una telefonata con l’invito a suonare con loro a Kočevje. Arriviamo lì, facciamo il concerto. Quando eravamo nel backstage, ho incontrato il manager della band, che mi fa: ‘Piccolo, vieni qua. Dimmi, voi avete dei pezzi vostri?’ Risposi: ‘Tutto quello che abbiamo suonato oggi è musica nostra’, e lui di rimando:  Se non scherzi, allora facciamo che ogni volta che noi suoniamo in Slovenia, voi suonate con noi? Vi va bene? ‘Quando ha visto che esitavo a rispondere, mi ha chiesto: ‘Nessun problema, sarete pagati. Mi metto d’accordo io con gli organizzatori.’ All’epoca noi avevamo un’attrezzatura migliore dei Parni Valjak. Quando se ne sono accorti, ci hanno chiesto di lasciare sul palco la nostra attrezzatura dopo l’esibizione. Questo legame con i Parni Valjak ci ha portato davanti a un pubblico più ampio. Lo sai com’è ai concerti dei Parni Valjak? Sono tutti in aria. E c’è il pienone. Era così anche allora. Vedran Božič, tra l’altro leggendario chitarrista, era il loro fonico di allora. È stato lui a consigliarmi di comprare dei pedali in più, per ‘sistemare’ un po’ il suono della chitarra.

Quindi sei davvero un autodidatta? Hai imparato a suonare la chitarra da solo? Senza scuole di musica?

Sì. In realtà volevo diventare batterista. Ogni volta che mio padre partiva per la Germania, chiedeva sempre: ‘Ti serve qualcosa? Ti porto qualcosa?’ Di solito mi portava qualche disco, per esempio il debutto dei Queen. Poi un giorno gli dissi: ‘Portami una chitarra elettrica’. E lo fece davvero. Era più che altro un ‘remo’. A farmi compagnia mentre suonavo c’era quindi il giradischi. È cominciata così. L’intero album «Rocks Off» l’ho suonato a orecchio. Tutto quello che c’è registrato.

Autore: Aleš Podbrežnik


Inserto dell’articolo sui Mary Rose all’epoca dell’uscita dell’album “Rocks Off” pubblicato su Antena
1 commento
  1. Igorac dice

    Super intervju, sam sploh nista dokončala debate o drugi plati in kaj se je zgodilo s Frenkom…

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