Entertaining Thanatos

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Artista: Metaphor
Etichetta: Trope Audio
Uscita: 2004
Voto: 4.2/5

Dopo una lunga pausa, nel 2004 i rocker progressive americani Metaphor hanno deciso di tornare. Dopo l’ottimo Starfooted, diventato una specie di classico di culto, le aspettative di molti erano alte. Spesso succede che da queste aspettative non esca niente di buono. Quante band hanno sfornato un album splendido, a cui è seguito un disco più che mediocre. Visto quanto mi aveva fatto impazzire Starfooted, anch’io ero piuttosto scettico. Su Entertaining Thanatos il paroliere John Mabry ha deciso di dedicarsi a un aspetto fondamentale della vita – la morte. Come da tradizione per i Metaphor, c’è da aspettarsi riflessioni profonde, ingegnose e a tratti beffarde su temi mortalmente seri.

La prima volta che ho ascoltato l’album sono rimasto parecchio deluso. Dove sono quelle melodie magiche che adornavano il debutto? Dov’è quella cantabilità, quell’incanto? Ma più lo ascoltavo, più mi piaceva. I Metaphor sanno davvero trascinare l’ascoltatore nella loro musica. In ogni brano c’è un mucchio di svolte interessanti e anche di belle melodie non ne mancano. Probabilmente all’inizio mi sembrava un po’ strano l’approccio più avanguardistico (simile a quello dei Gentle Giant), ma più avanti questo aspetto mi ha conquistato in pieno.

Già il primo pezzo fa capire che questi non sono più i Metaphor dei tempi di Starfoted. La formazione è praticamente la stessa, ma il suono è quasi completamente diverso. C’è più avanguardia, le melodie non scorrono più così fluide. Se giudicassi l’album solo dal primo brano, non prenderebbe un voto alto, ma per fortuna i pezzi successivi sono molto migliori. Il brano Socrates si chiede cosa succeda a noi (ovvero a Socrate) quando moriamo. Siamo tutti trattati allo stesso modo, i grandi pensatori come i più grandi imbecilli? Socrates forse non è l’apertura più azzeccata per un album, perché secondo me è il pezzo più debole, ma a livello di concept e di testi la scelta è logica. All’inizio mi andava piuttosto di traverso, poi però mi è entrata nel cuore, e anche se continuo a pensare che sia l’anello più debole, dice molto sulla qualità di questo album.
Galatea mostra subito il lato migliore dei Metaphor. La musica è molto più cantabile e fluida, ma ancora abbastanza giocosa. I testi sono di nuovo importantissimi. In questa storia un artista (Pigmalione) crea la statua di una donna perfetta, perché gli interessa solo l’aspetto fisico e non l’anima. Afrodite si infuria e decide di donare alla statua l’energia vitale. L’artista è al settimo cielo quando vede che la sua creatura, come quella di Frankenstein, è tornata in vita. Ma il suo entusiasmo dura poco, perché la “perfetta” donna, furiosa, gli molla ben presto un calcio nelle parti basse.
When It All Comes Together parla di quel periodo in cui nel mondo non ci sono guerre e la morte deve aspettare nuove vittime. Qui si sentono di nuovo momenti stupendi come quelli di Starfooted. Qualche melodia davvero bella, parti strumentali e salti avanguardistici fanno sembrare la canzone molto più lunga di quello che è. Non intendo che si trascini, ma che è strutturalmente più ramificata di quanto si usi in brani così corti.
Raking The Bones si basa sul quindicesimo canto del poema epico finlandese Kalevala. Una madre trova il figlio morto e vuole riportarlo in vita a ogni costo. Ordina a un’ape di portarle del nettare, così che la sua energia possa far rivivere il figlio. La madre lo cosparge di nettare e il figlio lentamente torna in vita. Quando si sveglia, racconta di essere stato in un bel posto e di aver riposato in pace. Anche se torna, non sarà mai più davvero vivo, i suoi pensieri sono lontani.
Il pezzo successivo è probabilmente il più sballato della storia della band. Si regge su una sola melodia avanguardistica e su testi basati sull’humor nero. Un tizio cerca di convincerci di non essere noioso e monotono, e come prova invita la gente a guardare la collezione di ossa umane che tiene in cortile.
Yes and No è finora l’unico brano epico che i ragazzi abbiano scritto. I testi parlano della giustificabilità dell’omicidio in nome della religione. Il protagonista cerca, in un dialogo interiore con Krishna, di capire se sia giustificato uccidere persone che cerchi di salvare. Krishna lo convince che la morte fisica non significa la vera morte. Il messaggio di questo brano complesso (musicalmente e liricamente) è dunque che le divinità fanno più danni che bene. Yes and No è una vera prelibatezza sinfonica, con tante idee riuscite e belle melodie. Qui ci sono meno idee avanguardistiche del solito, e la seconda parte della composizione si basa su una melodia di Gustav Holst. Per me è il pezzo migliore dell’album e lo metterei tranquillamente accanto a quelli di Starfooted.
L’ultimo brano torna a chiedersi cosa ci sia dopo la morte ed è di nuovo pieno di passaggi emotivi. Alla fine torna il sassofono, che porta il disco a una bella chiusura.

Fin dall’inizio si vede che le melodie non saranno piacevoli come su Starfooted. Ma questo possiamo metterlo a credito dei Metaphor. Non volevano ripetersi. Io non avrei avuto niente in contrario se avessero fatto un altro Starfooted, ma probabilmente il tutto sarebbe potuto venire fuori molto male. Se si fossero messi a creare un prodotto simile, sarebbe bastato un nulla per mandare tutto a rotoli e ne sarebbe uscito un vero disastro. Alla fine arrivo comunque alla conclusione che è meglio creare qualcosa di nuovo e fresco, anche se così rischi di perdere quelli che il primo album aveva entusiasmato.

La musica di Entertaining Thanatos è parecchio originale. Su Starfooted l’influenza dei Genesis era molto più evidente, qui invece hanno ormai messo su le proprie gambe. Di trucchetti alla Genesis ce ne sono ancora parecchi (mellotron, chitarra…), ma non sono più così lampanti. È interessante che a volte suonino anche come i Van Der Graaf Generator, soprattutto quando c’è il sassofono (su Raking The Bones), e a volte come i Gentle Giant (nelle parti più sballate e nelle armonie vocali a più voci). Sostenere che i Metaphor si limitino a combinare queste influenze sarebbe ingiusto. Hanno un sacco di idee loro per quanto riguarda il suono e le strutture, tanto che in nessun momento sembra che qualcosa sia stato rubato a un’altra band.

Il cantante John Mabry si è di nuovo distinto con testi eccezionali. Per me è senza dubbio tra i migliori paroliere del symphonic/neo prog contemporaneo. Affronta spesso temi religiosi, ma a differenza di alcuni artisti più noti, come per esempio Neal Morse, Mabry sa anche scherzare sulla religione e essere critico, anche se in modo molto metaforico e a tratti spiritoso. La sua voce probabilmente non piacerà a molti (a me sì), ma a chi conosce i più noti Echolyn può essere d’aiuto sapere che ricorda Ray Weston. All’inizio mi sembrava che i suoi testi non fossero in sintonia con la musica, come se cercasse di stipare troppe informazioni in poco tempo. Poi però ho capito che probabilmente si tratta di un tentativo consapevole di comporre in modo più avanguardistico, visto che anche gli altri aspetti dell’album lo sono. Il chitarrista negli assoli usa di nuovo il tipico stile alla Hackett, cosa che non mi disturba per niente, perché secondo me lo stile di Hackett è uno dei più piacevoli. Su questo album i Metaphor hanno un nuovo bassista, che si fa notare con qualche bella linea. Lo stile di Spooner è di nuovo classicamente alla Banks, trattenuto ma comunque splendido. Non serve suonare sempre a tutta forza, come si usa in tante band neo che cercano di imitare le sparate veloci di Rick Wakeman. Stavolta i batteristi sono addirittura due. Bob Koehler ha già lasciato ufficialmente la band, ma su due brani suona ancora. La batteria è lo strumento meno appariscente dell’album. Credo che a volte sia bene che i batteristi non si mettano troppo in mostra e subordinino il loro modo di suonare al gruppo. Questo è sicuramente uno di quei casi.

Entertaining Thanatos ha dimostrato che i Metaphor sono ancora vivi e che l’ombra di Starfooted non incombe più su di loro. Si meritano tutti i complimenti, perché non si sono ripetuti e sono comunque riusciti a creare un album che, come Starfooted, ti risucchia con il suo fascino. Le melodie in genere non sono di qualità pari a quelle del debutto, ma un album come Starfooted non si ripete così facilmente. Penso che Starfooted resterà sempre il metro di paragone per tutti i loro album successivi e che non raggiungeranno mai più simili vette (spero davvero di sbagliarmi). Eppure dai Metaphor ci si possono aspettare cose buone, e Entertaining Thanatos ne fa senza dubbio parte. Un album e una band fortemente sottovalutati.

Formazione

John Mabry – voce principale, chitarra acustica
Marc Spooner – tastiere, voce di accompagnamento
Malcolm Smith – chitarre elettriche e acustiche, sintetizzatore per chitarra, flauto, voce di accompagnamento
Jim Andreson – basso

Ospiti: Jeff Baker – batteria (tutti i brani tranne 1 e 3), Bob Koehler – batteria (1 e 3), Tony Abena – sassofono (4 e 7), Tony Abena, Bob Acosta, Brooks Gregory, Ernest Herrera (The Hitmen Horns) – fiati (1)

Produzione

Metaphor

Tracklist

1. Socrates (7:59)
2. Galatea 3.3 (7:43)
3. When It All Comes Together (4:17)
4. Raking the Bones (7:43)
5. Call Me Old and Uninspired or Maybe Even Lazy and Tired, but Thirteen Heads in the Backyard Says You’re Wrong (3:31)
6. Yes and No (17:49)
7. Wheel of the World (7:55)

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