Ethnotrip : Ethnotrip

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Etichetta: Autoproduzione
Anno di uscita: 2013
Produzione: Peter Ošlaj & Ethnotrip
Durata dell’album: 46.32


Gli Ethnotrip sono un quartetto che rilegge gli standard della tradizione popolare. Nati nel 2009 e giovani se guardi la data di nascita sulla carta d’identità, sono in realtà musicisti già ben rodati, per cui il palco è una seconda casa e ci stanno da dio. Calcano i palchi di continuo come Ethnotrip, e intanto i singoli membri sono attivi anche in altre formazioni (Mlada Beltinska Banda, Marko Banda, L’amour Fou), così restano sempre in forma smagliante.

Il debutto «Ethnotrip» è un bel lavoro. Porta con sé standard ben riconoscibili, che definiscono la specificità del melos dei canti europei da Ovest (Inghilterra) a Est (Russia, Ungheria), e naturalmente anche della nostra amata penisola balcanica (Macedonia, Croazia). Ovviamente non mancano i canti della tradizione popolare, come l’iniziale Pastirče mlado (in milo), dalla Bela krajina – uno standard che in tutti questi anni è stato affrontato da un intero universo di artisti sloveni, da Katalena a Magnific e tutto quello che sta in mezzo. Ci sono anche due brani del Prekmurje, Zreilo je žito e un altro classico che arriva da Žižki, Speivaj nama Katica (Zapoj nam Katica).

Un album illustrato così colorato, pescato dalla ricca carta d’identità della missione musicale popolare europea, è garanzia di ascolto divertente, ed è reso con grande efficacia su «Ethnotrip». Al centro dell’immagine della band c’è la voce marcante della cantante Tjaša Šimonka. Nei pezzi legati dal melos «zingaresco» affine di Prekmurje, Međimurje, Baranja e delle zone in direzione Russia (Ungheria), la dolcezza fragile e dondolante di una voce sottile dalla purezza verginale è senza dubbio un elemento che conquista all’istante. E questo momento resta inciso con forza lungo tutto l’album. La linea vocale, struggente, è morbidissima ma intrisa di dolore, anche se i testi parlano di solito di festa. Si può dire che sarebbe difficile trovare una voce più adatta a un compito del genere di quella di Tjaša. Per una magnificazione così brillante del messaggio dei canti tradizionali popolari, come quelli riuniti in «Ethnotrip», di certo è davvero dura.

Gli strumenti che costruiscono la cornice sonora dell’accompagnamento sono semplicemente ideali per il melos malinconico dell’album, che non molla nemmeno nei «balcanismi» di Jovano Jovanke e Ajde Jano, dove si mescola senza pudore con il vento benefico degli influssi «arabeschi» dell’Asia Minore. Per questo repertorio di standard, insieme alla voce di Tjaša, definita fino al midollo, raggiungono il massimo rendimento espressivo.

Nonostante un’interpretazione di altissimo livello, a cui non c’è proprio nulla da rimproverare, l’album si attiene fin troppo alle linee guida dei manuali scolastici di musica. Più corretti nel suonare e nel cantare è praticamente impossibile essere. Ed è proprio questa «stirata» e «lucidata» da scuola del prodotto, in cui non trovi né «un pelo storto» né «una macchia lasciata dall’impronta di una mosca», l’elemento che dà la sensazione che queste storie siano già state raccontate tante volte in modo molto simile. Il quartetto sviluppa una propria identità, ma se guardi alla pletora di gruppi e artisti sloveni che nei loro presupposti si occupano a fondo di elementi folk ed etnici, «Ethnotrip» resta nella categoria dei dischi nella media. Preferisce la prudenza all’abbandono all’esperimento e quindi a una maggiore messa in gioco della propria acutezza d’autore. Qui non sentirai niente di «sparato» e provocatorio, come invece è tipico di artisti come Katalena, Vasko Atanasovski e simili. L’inclusione di Podmoskovnye vechera e Katyusha, stra-consumate, che gli scout cantano intorno al falò da decenni (ci manca solo Trzinka!), e poi della celtica Scarbourough Fair, portata a hit single tanti anni fa da Simon And Garfunkel e ripresa a modo suo dagli art metaller Queensryche all’epoca della registrazione di «Empire» (1990), è solo la prova che nel loro primo album gli Ethnotrip preferiscono muoversi nelle acque dell’accessibilità e del gradimento generale, piuttosto che provare a fare slalom artistico e autoprovocatorio, cioè fuori dagli stampi prevedibili fissati dalle melodie degli standard popolari scelti per questo album.

Quindi, riassumendo, niente di male sull’album. Dio ce ne scampi. Sta in piedi bene e offre all’ascoltatore un’avventura musicale piacevole. Un lavoro bellissimo, di interpretazione di alta qualità, abbellito dal colore brillante e organico di una produzione genuina e naturale e soprattutto dallo straordinario carisma vocale di Tjaša, che con la sua affascinante prova spinge fino alle vette da mezzosoprano: è l’inizio solido di una nuova storia affascinante su un nuovo gruppo etno/folk, di cui a ragione ci si può aspettare che nella prossima evoluzione porti nei suoi lavori anche una maggiore tangibilità di contenuto, con più «pungolo» d’autore.

autore: Aleš Podbrežnik
voto: 8.0 / 10


Tracklist:
1. Pastirče mlado
2. Seiyem hajad / Szep asszonyak kurizalok
3. Jovano Jovanke
4. Speivaj nama Katice
5. Dekanovsko grobiće
6. Igrale se Delije
7. Zreilo je žito
8. Podmoskovnye vechera / Katyusha
9. Ljubav se ne trži
10. Ajde Jano
11. Scarbourough Fair*

*… bonus track

Formazione:
Tjaša Šimonka – voce
Miha Kavaš – violino
Aleksander Varga – basso
Primož Kramberger – pianoforte

MUSICISTI OSPITI:
Boštjan Baša – fisarmonica
Kristijan Majcen – chitarra
Urban Kolar – tromba
Marko Markovič – Maki – percussioni

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